FEDERALISMO & INDIPENDENZA | Magazine di Approfondimento Politico

Autonomisti ed Europeisti devono allearsi. (In Fretta)

Perché autonomisti ed europeisti devono allearsi. E in fretta.

Per alcuni un azzardo, per altri una bestemmia. Da una parte ci sono i “barbari sognanti” che negli anni ’90 sognavano un Nord libero da Roma. Ci sono i promotori dei referendum (e delle trattative) per una maggiore autonomia delle Regioni. C’è chi vorrebbe – non solo per slogan – “essere padrone a casa sua”. Dall’altra parte c’è chi, fin dalle macerie delle guerre mondiali, sogna un’Europa spazio comune per merci, capitali, imprese ma soprattutto persone. C’è la generazione degli Erasmus che l’Europa unita non la sogna ma già la vive spostandosi da una capitale all’altra. C’è chi, con la sua botteghina e la sua fabbrichetta all’ombra delle Alpi, lavora a stretto contatto con francesi, sloveni, austriaci e tedeschi come se fosse la cosa più naturale del mondo, perché in questi decenni lo è diventata.

Autonomisti ed europeisti. Istanze molto diverse in apparenza, ma un unico grande e pericoloso nemico: il sovranismo nazionalista, desideroso di bruciare ogni identità e ogni appartenenza sulla pira innalzata all’idolo dello Stato centrale.

Abbiamo già sperimentato quanto siano forti gli appetiti di questo centralismo assoluto. All’epoca del Risorgimento, le volontà di popoli assai diversi di potersi autodeterminare in una confederazione di Stati liberi, sul modello svizzero proposto da Gioberti, venne piegata dalla smania accentratrice di Casa Savoia, che da una parte ha ritardato di un secolo lo sviluppo del Nordest, dall’altra ha creato quella questione meridionale che da allora non ha mai smesso di aggravarsi. I generali macellai della prima guerra mondiale prima e il fascismo hanno poi chiesto a milioni di italiani di sacrificare la vita sull’altare di uno Stato nato pochi decenni prima. Anche in epoca Repubblicana le istanze romane hanno sempre avuto la meglio sui bisogni dei territori, dal rifiuto di dare più poteri a Comuni e Province in sede di Assemblea Costituente fino alla sciagurata scelta di Tremonti di far rispettare il Patto di Stabilità Europeo non facendo dimagrire i ministeri e tagliando gli sprechi, ma castrando gli enti locali impedendo di spendere quelle poche decine di migliaia di euro in marciapiedi e asfaltature.

Lo Stato centrale agisce come il leviatano descritto da Thomas Hobbes: nessuna realtà è sopra di lui, nessun potere può superarlo. Ma in questo mondo sempre più complesso e sempre più piccolo, circondato da immense potenze, l’Europa negli ultimi decenni ha iniziato a fare squadra, generando, innegabilmente, prosperità economica, benessere e pace. E ogni accordo, anche il più piccolo, viene sempre descritto come “cessione di sovranità”. Proprio qui si può vedere il primo assurdo: non sono i popoli che cedono la sovranità, ma gli Stati, gli unici titolari di ogni potere.

Autonomisti ed europeisti contestano allo stesso modo lo strapotere dello Stato centrale: i primi desiderosi di salvaguardare le identità locali, sia dal punto di vista culturale e linguistico che da quello politico, i secondi, invece, per lavorare ancora di più alla costruzione di una “casa comune europea”, spazio politico, unico al mondo, graziato da un capitalismo che con i contrappesi del welfare garantisce benessere alla più vasta platea di cittadini della storia.

È tempo di rileggere quel principio di autodeterminazione dei popoli sancito dal diritto internazionale in un modo completamente diverso rispetto al passato. Lo scrivente si sente veneto, si sente italiano, si sente europeo, perché fa effettivamente parte del popolo veneto, del popolo italiano e del popolo europeo. Sarebbe una follia sacrificare – o anche solo sminuire – alcune di queste identità contro un’altra, come vorrebbero fare i sovranisti. 

Un legislatore ispirato riscriverebbe l’attuale governance attraverso il principio di sussidiarietà a tutti i livelli. Tradotto: ogni istanza dovrebbe venire affrontata il più vicino possibile ai cittadini e dovrebbe diventare di competenza di un ente superiore solo quando questa potrebbe venir risolta al meglio. È assurdo rivolgersi a Roma per asfaltare una strada, quando può farlo il sindaco. Per lo stesso principio di sussidiarietà, è assurdo in Europa avere 27 eserciti nazionali diversi per difenderci dalle stesse minacce, è assurdo non avere un unico database dei sospettati di terrorismo o di traffici umani, è assurdo non avere un’unica politica migratoria comune ed è assurdo marciare sparsi per i grandi temi di politica estera.

Il Trattato di Lisbona, firmato nel 2007, propone anche nuove soluzioni ai bisogni di oggi. Pochi ne hanno sentito parlare, ma il 18 ottobre 2013, a Grenoble, sette nazioni e 48 regioni diverse hanno fondato la “Macroregione Alpina Eusalp”, spazio economico che concentra, da Monaco a Milano, da Lione a Vienna, tra le città e le regioni più ricche e produttive del mondo, Svizzera e Liechtenstein compresi. Un imprenditore e un lavoratore lombardo sono più connessi con il Ticino che con Palermo, la PMI di Treviso ha più clienti in Carinzia che a Napoli. E allora perché ciò che succede in Sicilia o in Campania dovrebbe avere un maggiore impatto sulle sue tasche?

I sovranisti, invece, con le loro politiche, non faranno che rendere le Regioni del Nord più lontane dall’Europa e più vicine al Sud, non per risollevarlo – anzi, a narcotizzarlo definitivamente ci penserà il reddito di cittadinanza – ma per assumerne, forse, le sembianze. Per spaventarsi basta leggere le analisi dei cosiddetti “no-euro”, per i quali per produrre ricchezza non bisogna tornare ad investire sul lavoro, sulla competitività, sulla crescita, ma semplicemente stampare moneta e ricorrere all’inflazione, odiosa tassa occulta che penalizza proprio chi lavora e chi risparmia. Gli ideologi del “no-euro” di scuola toscana sembrano ignorare che ogni cesura con l’Unione Europea getterebbe sul lastrico primo tra tutti quel Nord produttivo e risparmiatore: criticare l’Europa va bene, cercare di distruggerla e venirne travolti (vedasi il caso Brexit) in nome di un tricolore fino a cinque anni prima calpestato è pura follia, o, peggio ancora, totale disonestà politica.

Se il governo gialloverde continuerà con le sue politiche di assistenzialismo e di centralismo in pochi anni la questione settentrionale tornerà di strettissima attualità, possibilmente in modo ancora più drammatico rispetto al passato.

È urgente, dunque, un dialogo aperto e franco tra autonomisti ed europeisti al di là di ogni steccato ideologico, per farsi trovare pronti alle sfide che presto verranno:

  • La sfida di una vera autonomia, anche fiscale, delle Regioni, aperte sì alla solidarietà verso chi è rimasto indietro ma allo stesso tempo pronte ad applicare quel principio di responsabilità quasi mai applicato in Italia;
  • La sfida di una vera Europa politica, in cui il Parlamento Europeo, espressione diretta, con il voto, della volontà dei popoli europei abbia un ruolo preponderante rispetto al Consiglio Europeo, espressione dei governi degli Stati centrali;
  • La sfida della modernità nelle sue mille facce, dalle infrastrutture come la Tav alla ricerca scientifica e tecnologica, perché le nostre imprese possano competere ai massimi livelli.
Andrea Canton
Giornalista, social media strategist, figlio del 2000. Prodotto dell’Azione Cattolica di Padova, affronta la complessità del mondo con un approccio glocal. Appassionato di economia, Europa e innovazione tecnologica, narratore per mestiere. Inguaribilmente nerd.

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