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	<title>Roberto Marraccini &#8211; LA VOCE DEL NORD</title>
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	<description>FEDERALISMO &#38; INDIPENDENZA &#124;  Approfondimento Politico</description>
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	<title>Roberto Marraccini &#8211; LA VOCE DEL NORD</title>
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		<title>In ricordo di Gianfranco Miglio, nel ventennale della scomparsa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Marraccini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Aug 2021 17:45:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Federalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Gianfranco Miglio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Esattamente 20 anni fa, il 10 agosto del 2001, se ne andava per sempre Gianfranco Miglio. Dopo due decenni l’eco delle sue intuizioni e delle sue analisi, rigorose ed affilate,</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Esattamente 20 anni fa, il 10 agosto del 2001, se ne andava per sempre <strong>Gianfranco Miglio</strong>. Dopo due decenni l’eco delle sue intuizioni e delle sue analisi, rigorose ed affilate, riguardanti la politica e le sue “regolarità”, riaffiora come un necessario ancoraggio e bagaglio di pensiero a cui attingere. Quella politica da lui studiata ed approfondita lungo tutto l’arco della sua esistenza umana. La politica che, secondo le sue analisi, doveva alla fine decidere, guidare, come scrisse: <strong><em>“la politica, cioè la lotta per il controllo dell’uomo da parte dell’uomo, è alle origini di tutte le cose umane”</em></strong>.</p>
<p>Gianfranco Miglio, il Profesùr, come veniva affettuosamente chiamato dai militanti e simpatizzanti della Lega Nord, la prima Lega, quella nata per scompaginare e scardinare i gangli del potere statale e l’asfissiante burocrazia partitocratica, fu – senza usare mezzi termini – un personaggio scomodo. Lo fu, molto semplicemente, perché non ebbe il timore di affrontare, scientificamente e sistematicamente (fu un grandissimo scienziato della politica) i temi del potere, del conflitto, delle guerre, dell’organizzazione amministrativa dello Stato (la pubblica amministrazione). Temi, ovviamente, che avrebbero potuto creare dei mal di pancia alle classi dirigenti di allora ma anche al mondo accademico, come infatti avvenne e da cui venne – nella sostanza – ostracizzato.</p>
<p>La cosa incredibile, su cui ancora costantemente rifletto e che ancora oggi mi rammarica, è che anche a distanza di vent’anni dalla sua morte, la sua figura sia ancora ritenuta scomoda. Post mortem, infatti, anche i più feroci despoti della storia vengono, in un certo senso, ripresi, studiati, compresi, riletti con un più ampio respiro intellettuale. Con il Prof. Miglio, invece, questo non è accaduto e non accade. Non è accaduto nel decennale della scomparsa (agosto 2011), quando pochi mezzi di informazione ne ricordarono la figura, non è accaduto nel 2018 (l’11 gennaio di quell’anno si celebrò il centenario della sua nascita), non accade e non accadrà nemmeno oggi. Il perché, credo, è chiaro. Parlare di rendite politiche, di parassiti, di diversità socio-economica tra il Nord ed il Sud del Paese, della necessità di riformare alla radice l’organizzazione statuale italiana per arrivare – definitivamente – ad una Unione Italiana (come lui la indicava) nel nome del federalismo, è qualcosa di destabilizzante.</p>
<p>Così come è destabilizzante pensare, come egli fece in moltissimi sue analisi e studi, concentrarsi sul concetto di patto, foedus, dello stare insieme. Il contratto-scambio, più volte da lui sottolineato e richiamato, non è nient’altro che il razionale comportamento umano alla ricerca del proprio benessere, all’interno della propria comunità e, soprattutto, insieme a chi condivide i tuoi stessi valori, lo stesso concetto di vita. Da qui, appunto, la sua idea, rivoluzionaria sotto certi aspetti, del diritto – naturale – per ogni comunità territoriale di stare “con chi si vuole e con chi ci vuole”: il diritto di secessione. Che nella definizione di Miglio “è un diritto prepolitico, che esiste, al pari del diritto di resistenza, come un prius rispetto ad ogni comunità politica organizzata”. Un concetto, per Miglio, che dovrebbe essere presente in un qualsiasi ordinamento che si configuri come federale.</p>
<p>Fu scomodo perché, senza usare giri di parole, ipotizzò la trasformazione dell’Italia in un moderno Stato federale, costruito su tre Macroregioni (Repubblica del Nord, Repubblica dell’Etruria e Repubblica del Sud – vedi Decalogo di Assago) più le Regioni a Statuto speciale. Un federalismo, il suo, molto diverso da quello “classico”. Lui, sostanzialmente, considerava il federalismo non più come uno strumento atto ad unire, ma quale strategia per “tutelare e gestire le diversità” (ex uno plures, dallo Stato unitario centralizzato, cioè da un’unica entità sovrana, lo Stato nazionale, si giunge – dopo un processo di federalizzazione – ad un sistema costituito da più sovranità distinte tra loro ed unite da un patto federativo, il principio del federalismo). Proprio ciò di cui avrebbe bisogno l’Italia, Paese ultracentralizzato, altamente burocratizzato, completamente incentrato sull’idea che ogni bisogno che scaturisce dalla società debba essere – automaticamente – risolto e preso in carico dallo Stato. Idea divenuta ancora più forte dopo la pandemia di COVID-19.</p>
<p>Proprio in questi giorni leggevo un articolo di ricordo del Prof. Miglio scritto da Marcello Veneziani, giornalista, scrittore e grande intellettuale di destra con cui Miglio intrattenne un’amicizia sincera e un proficuo scambio di idee, proprio sui temi del federalismo, della secessione, del nazionalismo <em>(vedi il volume “Padania, Italia. Lo Stato nazionale è soltanto in crisi o non è mai esistito?” a cura di M. Ferrazzoli, pubblicato nel 1997)</em>. Ebbene, in questo articolo, Miglio viene definito come un sovranista ante litteram, il precursore dei Salvini e Orban contemporanei. Ovviamente non condivido questo accostamento, in quanto quello che fu l’ideologo del Carroccio non avrebbe mai accettato la trasformazione della Lega in una forza politica nazionalista (quindi statalista) e – ahimè – votata all’omologazione culturale delle diversità regionali e, pertanto, antifederalista. Così come credo sia inconciliabile accostare a Miglio il concetto di sovranismo, ovvero all’idea di rafforzare sempre di più le prerogative dello Stato (dal termine sovranità), mentre il Professore lariano fu – sempre e comunque – visceralmente federalista, fino ad avvicinarsi, negli ultimi anni della sua vita, a posizioni simil-libertarie. Inoltre, mai avrebbe potuto dare appoggio ad un “progetto”, come quello salviniano, esclusivamente incentrato e fondato sul suo potere personalistico.<br />
Purtroppo il cammino da compiere, meglio, da riprendere completamente, è lungo. Lunga la strada verso quella costruzione federale che il Professore ci aveva indicato.</p>
<p>Ciao Profesùr. Come faccio ogni anno il 10 di agosto la ricordo e mi auguro che, da lassù, possa vegliare su noi federalisti.</p>
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		<title>Il ricordo di Gianfranco Miglio</title>
		<link>https://www.lavocedelnord.net/2020/08/10/il-ricordo-di-gianfranco-miglio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberto Marraccini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Aug 2020 13:57:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Il sogno di un’Italia federale rimane un sogno: ma è la sola possibilità disponibile.” Gianfranco Miglio Oggi, 19 anni fa, se ne andava lasciando un vuoto incolmabile Gianfranco Miglio. Era</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>“Il sogno di un’Italia federale rimane un sogno: ma è la sola possibilità disponibile.”</strong></em><strong> Gianfranco Miglio</strong></p>
<p>Oggi, 19 anni fa, se ne andava lasciando un vuoto incolmabile Gianfranco Miglio. Era il 10 agosto del 2001. Al Governo c’erano Forza Italia, Lega Nord e AN, con Berlusconi Presidente del Consiglio e Bossi Ministro delle Riforme.</p>
<p>Ricordare quei giorni e compararli a ciò che sta avvenendo oggi ci fa comprendere, immediatamente, come manchino enormemente, in questo periodo storico-politico, le analisi e le argomentazioni del grande Prof. Miglio.</p>
<p>Ripercorrerne brevemente il pensiero e i tratti è qualcosa che da un lato è alquanto difficoltoso (è davvero difficile accostarsi pienamente alla comprensione di quello che fu un pensatore geniale), dall’altro lato è anche in un certo modo ingiusto perché – per necessità di sintesi – si dovrebbero tralasciare aspetti e fatti che sono comunque importanti e che hanno fatto parte integrante della sua vita.</p>
<p>Ad ogni modo, nel diciannovesimo anniversario della sua morte, ritengo fondamentale e doveroso per ogni federalista e per chiunque creda nella teoria federale, oltre a rendere omaggio alla sua scomparsa sottolineare come le sue analisi e le sue intuizioni scientifiche siano, tutt’ora, di estrema e profonda attualità. Questo perché – volenti o nolenti – le idee federaliste e di autogoverno, nonostante il centralismo e lo statalismo stiano riprendendo vigore (vedi la pandemia mondiale di Sars-Cov-2 con le intenzioni, già apertamente dichiarate da alcuni esponenti del Governo in carica, di rivedere il “federalismo” dell’Ulivo che ha riformato la Costituzione, con il nuovo Titolo V. In sostanza, si è detto apertamente come molte materie legislative dovranno tornare sotto l’egida dello Stato), siano ancora lì, davanti a noi, a guidare le vite e le menti degli uomini liberi, di tutti coloro che, come me, credono nel federalismo.</p>
<p><strong>Il neo-federalismo di Miglio</strong><br />
Gianfranco Miglio fu, senza giri di parole, il più grande interprete del federalismo e uno dei più geniali scienziati della politica (definizione che lui medesimo preferiva a quella di politologo) che l’Italia abbia mai avuto.</p>
<p>Fin dagli anni ’40 del secolo scorso divenne e si dichiarò apertamente federalista e lo fu, lungo il corso di tutta la sua vita, fin nel midollo. Il percorso, di pensiero ed umano, che lo portò alla sua scelta federalista non è casuale o – almeno – la sua profonda ammirazione per il federalismo e per i sistemi istituzionali federali non è una folgorazione avvenuta improvvisamente, come spesso qualche giornalista ha voluto far intendere. La sua apertura e forte convinzione verso i princìpi del federalismo è frutto di un’esperienza iniziata sul finire della Seconda Guerra Mondiale (nel 1943 per l’esattezza) all’interno di un gruppo di giovani federalisti comaschi raccolti intorno al giornale del Cisalpino, oltre che – ma questo è evidente – ad uno studio sistematico ed incessante della teoria federale.</p>
<p>Il federalismo che il Profesùr – come veniva chiamato amabilmente dai sostenitori della fu Lega Nord – idealmente propugnava avrebbe dovuto configurarsi e strutturarsi in maniera opposta rispetto al federalismo classico, che era utilizzato per unire delle entità preesistenti (e pluribus unum: da più soggetti ad un unico soggetto, proprio come sono nati la Svizzera e gli Stati Uniti d’America). Il nuovo federalismo di Miglio – neofederalismo – ha, invece, la funzione storica di “tutelare e gestire le diversità”, favorendo quindi “il passaggio dall’unità alla pluralità: ex uno plures ”: da un’unica entità sovrana, lo Stato nazionale, si giunge – dopo un processo di federalizzazione – ad un sistema costituito da più sovranità distinte tra loro ed unite da un patto federativo (il principio cardine del federalismo).</p>
<p>La sua proposta federale era estremamente radicale, di rottura, basti pensare al Decalogo di Assago nel quale delineò un’Italia federale suddivisa in tre macroaree omogenee (Repubbliche): Nord, Centro e Sud, più le cinque Regioni a Statuto speciale attuali.</p>
<p>Per queste ragioni si avvicinò alla Lega Nord – di cui fu Senatore (indipendente) – perché essa, ai suoi occhi, rappresentava l’unica forza politica autenticamente orientata a realizzare una riforma dello Stato in senso federale. A tale proposito disse: “Non si può essere leghisti se non si è federalisti nelle istituzioni e liberali in economia”. Certamente, stiamo parlando di una Lega che non esiste più, una Lega (che aveva nel suo brand la parola Nord) molto diversa da quella salviniana di oggi, tutta protesa verso un nazionalismo patriottardo di matrice lepenista, che nulla ha a che vedere con il federalismo e i princìpi dell’autogoverno dei territori.</p>
<p>Il suo modello federale, che vedeva concretamente realizzato solo in Svizzera, non ammetteva mezze misure, come per esempio le materie legislative concorrenti (previste dal nuovo Titolo V della Costituzione italiana).</p>
<p>E come strutturava, allora, Miglio il suo sistema federale? Quali dovevano essere le sue caratteristiche imprescindibili? Andiamo con ordine:<br />
1) innanzitutto due centri di poteri equivalenti dotati ognuno di una propria sovranità (Cantoni e Federazione);<br />
2) le entità federate (parlava di Cantoni) devono avere dimensioni tali da permettere loro di svolgere l’attività a loro preposta riuscendo inoltre a resistere al potere dell’autorità centrale;<br />
3) tutte le regole che disciplinano il funzionamento del sistema generale sono ispirate al principio del contratto (negoziato) e della maggioranza qualificata;<br />
4) nella Costituzione si devono prevedere strumenti che consentano sempre una rapida e certa decisione degli affari di Governo;<br />
5) una struttura fiscale – fortemente autonoma per i vari soggetti istituzionali interessati – che poggi su due livelli: municipale e cantonale;<br />
6) da ultimo, la possibilità – per le entità federate – di secedere (diritto pre-politico).</p>
<p>Sull’ultimo punto, era solito specificare: “Io sostengo che una Costituzione in cui il diritto di secessione sia implicitamente o esplicitamente escluso non sarà mai una Costituzione federale, ma una Costituzione unitaria”. Anche perché, ripeteva spesso: “Una Costituzione o è federale o non è”.</p>
<p>È allora evidente che se non si ha una pluralità di sovranità, non è possibile parlare apertamente di un sistema federale concreto e realizzato. Su questo punto Miglio era inflessibile. Inoltre, e anche qui stiamo ragionando di una elementare regola per qualsiasi sistema politico-istituzionale che si voglia configurare come federale, occorre costruire una reale autonomia fiscale per gli enti che compongono la Federazione (federalismo fiscale, autonomia fiscale piena).</p>
<p>Nella sua sostanza il federalismo, per Miglio, si configurava come la risposta – politica e quindi istituzionale – alla crisi dello Stato nazionale. Proprio per questo credeva, profondamente, che incarnando il federalismo la massima espressione della libertà per l’uomo, da realizzarsi attraverso l’autogoverno e la piena sovranità delle entità territoriali federate, dovesse poggiare sul diritto pre-politico per eccellenza: il diritto a secedere, a stare con chi si vuole. “Il diritto di secessione – specificava Miglio – è il diritto al distacco, che viene fatto valere come suprema garanzia della propria indipendenza”.</p>
<p>Ecco perché, oggi, sarebbe schierato senza alcun tentennamento (non come la Lega Nord odierna), a fianco della Catalogna e dei catalani, per il loro diritto all’autodeterminazione e alla libertà.</p>
<p><strong>Il rigore intellettuale: una vita dedicata allo studio della Politica</strong><br />
Fu un intellettuale infaticabile, rigoroso, sempre attento a capire – in tutte le sue sfaccettature – il complesso mondo della Politica, con i propri rituali e schemi mentali, i propri crismi, le proprie regolarità.<br />
Il suo pensiero – fortemente legato alla realtà concreta dei fatti – era improntato al cosiddetto realismo politico. Maestro di questa corrente di pensiero (se così vogliamo definirla) fu Carl Schmitt, grande giurista tedesco. Un pensatore che venne fatto scoprire all’interno del mondo accademico e scientifico italiano proprio da Miglio, il quale decise di curarne la traduzione in italiano, grazie alla casa editrice Giuffrè. Lo studio e l’analisi di questo pensatore rappresentarono – senza alcun dubbio – un’importante crescita di conoscenza e di concezioni sul diritto e la Politica per Miglio che lo portarono a divenire, né più né meno, proprio parafrasando quanto disse su di lui lo stesso Schmitt, “l’uomo più colto d’Europa”.</p>
<p>La sua era una spigolosa propensione alla sovversione intellettuale.  Una sovversione – intesa nel senso buono del termine, nel suo significato di intrapresa di schemi intellettuali innovativi – intesa come metodo, mai come un fine.</p>
<p>Il rigore dell’argomentazione e la dottrina sono sempre stati in Miglio affilati strumenti di battaglia culturale e di conoscenza che servono per decidere.<br />
Quelle che molto spesso sono state definite dai giornalisti e dai mezzi di comunicazione di massa come “sparate” e “provocazioni” del Profesùr altro non erano che espressione diretta di quello che egli era giunto a pensare dopo anni di approfondimenti e di dettagliate analisi supportate da innumerevoli prove documentali, prove scientifiche.</p>
<p>Come ha scritto il politologo Panebianco, i grandi realisti – come era Miglio – sono sempre personaggi scomodi, perché ricordano incessantemente quello che dà fastidio sentirsi dire. Perché hanno il coraggio – come Miglio ebbe sempre nel corso della sua vita – di dire quello che pensano, anche se controcorrente e anche se la cosa può dare fastidio a qualcuno o può andare a toccare dei meccanismi ormai oleati e costanti. Da qui, allora, è facile comprendere perché molti vorrebbero mantenere la sua figura e il suo pensiero nell’oblìo più totale, di modo che presto – anche i suoi assertori – se ne dimentichino. Sarebbe semplice, se ci pensiamo. È proprio per questo che oggi, nel giorno che celebra il diciannovesimo anniversario della sua morte, dovremmo – tutti – interrogarci e comprendere in profondità la straordinaria verità delle sue intuizioni, del suo pensiero.</p>
<p><strong>Miglio, un “uomo libero”</strong><br />
Il silenzio sui suoi lavori, scritti, lezioni universitarie ecc. è andato avanti per molto tempo e continua purtroppo ancora. Un silenzio che oserei definire – senza retorica – assordante ed ingiusto.<br />
I suoi scritti, in definitiva, sono – per la lucidità di analisi e la forte aderenza alla realtà dei fatti politici ed istituzionali – di una attualità che potremmo semplicemente definire straordinaria. Senza voler essere retorici, sembra davvero che i suoi articoli e i suoi documenti siano stati scritti in questi giorni. Anche da questo si vede la grandezza di un pensatore davvero unico, un vero federalista: la grandezza di un uomo davvero libero. Ciao Profesùr. Dall’alto veglia su noi federalisti.</p>
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		<title>Il patto eterno confederale, modello di libertà e democrazia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Marraccini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Aug 2020 16:07:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[svizzera]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Svizzera festeggia il proprio compleanno: 729 anni fa uomini liberi si giuravano eterna lealtà. Oggi, 1° di agosto, è la Festa nazionale della Svizzera, il suo compleanno. “Al principio</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La Svizzera festeggia il proprio compleanno: 729 anni fa uomini liberi si giuravano eterna lealtà.</strong></p>
<p>Oggi, 1° di agosto, è la <strong>Festa nazionale della Svizzera</strong>, il suo compleanno.<br />
<em>“Al principio del mese d’agosto”</em> del 1291 (così recita il testo del Patto), delegati in rappresentanza di tre comunità territoriali a sé stanti – Uri, Schwyz e Unterwalden – decisero di allearsi e proteggersi l’un l’altro da qualunque aggressione esterna fosse giunta da ipotetici ed eventuali nemici. Nello specifico c’è scritto: <em>“Sia noto dunque a tutti, che gli uomini della valle di Uri, la comunità della valle di Schwyz e quella degli uomini in Unterwalden, considerando la malizia dei tempi ed allo scopo di meglio difendere e integralmente conservare sé ed i loro beni, hanno fatto leale promessa di prestarsi reciproco aiuto, consiglio e appoggio, a salvaguardia così delle persone come delle cose, dentro le loro valli e fuori, con tutti i mezzi in loro potere, con tutte le loro forze, contro tutti coloro e contro ciascuno di coloro che ad essi o ad uno d’essi facesse violenza, molestia od ingiuria con il proposito di nuocere alle persone od alle cose”.</em></p>
<p>La data, per alcuni versi leggendaria, è il 1° agosto del 1291. In quel giorno, sacro per ogni svizzero e per ogni sincero federalista, ha origine l’embrione del federalismo svizzero. I tre Cantoni originari di Uri, Schwyz e Unterwalden si unirono contro il pericolo esterno rappresentato dagli Asburgo i quali stavano minacciando e intaccando il loro autogoverno, la loro libertà. A questo patto originario, si sono poi aggiunte altre entità territoriali (Cantoni), così che, oggi, la Svizzera è formata da 26 Stati (23 Cantoni e 3 semicantoni).</p>
<p>La semplice parola libertà fa capire, pienamente, lo spirito che mosse gli abitanti di quei tre “Cantoni” originari e che, senza nemmeno saperlo, diventarono l’esempio, o meglio, il mito ideale da seguire per ogni vero federalista in tutto il mondo. Perché la Svizzera, la Confederazione Elvetica, rappresenta – per ogni vero federalista – il modello di riferimento per eccellenza a cui ispirarsi. È il sogno di ogni federalista che si richiama ai valori e ai princìpi federali.</p>
<p>La diversità della Svizzera è dovuta alle caratteristiche uniche di questo Paese rispetto agli altri “federalismi” presenti nel resto del mondo. La vera e profonda differenza sta nel fatto che, come dovrebbe prevedere ogni vero sistema federale, la sovranità è suddivisa in due centri di potere, ovvero la Confederazione e i Cantoni (articolo 3 della Costituzione federale della Confederazione Svizzera). Anche Gianfranco Miglio ebbe sempre come riferimento ideale, da seguire ed imitare, la Svizzera che, non a torto, considerava l’unico vero sistema federale realizzato.</p>
<p>Ciò che accomuna tutti gli svizzeri è il profondo attaccamento alle proprie istituzioni: è il legame federale che nasce, appunto, dal Patto perpetuo del 1291, festeggiato – con orgoglio e fierezza – ogni anno sul leggendario prato del Grütli, la “culla della Confederazione”. Con questo spirito di unità, di attaccamento ai propri valori, la Svizzera è riuscita ad unire popoli diversi che si sentono fieri proprio della loro comune appartenenza (pur nella loro evidente diversità): essere cioè svizzeri. Questo è il grande insegnamento che bisognerebbe trarre da questa esperienza istituzionale, da questo grande esempio di democrazia compiuta. Le singole diversità, infatti, non rappresentano un ostacolo alla creazione di un legame forte tra i cittadini dei vari Cantoni ma, al contrario, è proprio nel sentirsi profondamente uniti da determinati valori di fondo che si crea quello “spirito federale elvetico” che è unico al mondo.</p>
<p>La Svizzera è, dunque, un Paese che nella sua storia personale ha scelto il federalismo. Grazie a questa scelta è diventato un modello di benessere sociale, di coesistenza costruttiva fra etnie e culture diverse, di partecipazione responsabile dei cittadini (vedi ad es. il referendum come strumento attuativo di democrazia diretta o, caso unico al mondo, la Landsgemeinde un’assemblea di tutti i cittadini con diritto di voto che si riuniscono una volta all’anno per votare le leggi, il bilancio cantonale ed eventuali modifiche costituzionali. La votazione avviene per alzata di mano nella piazza principale della capitale cantonale.).</p>
<p>Tutto questo, però, è insito e innato in ogni cittadino svizzero. In Svizzera ogni cittadino è già federalista dalla nascita, perché l’idea federalista permea tutta la vita quotidiana di quel Paese. La Svizzera è l’esempio più chiaro che, come gli autentici federalisti ripetono – ormai isolatamente dopo che la Lega Nord è diventata un partito nazionalista – da anni: per realizzare una vera riforma federale dello Stato occorre, prima di tutto, che tra i cittadini sia presente e radicata una cultura autenticamente federalista. Non per niente, infatti, il senso civico nei cittadini svizzeri è molto più elevato di quello presente in altri Paesi, anche federali. Per realizzare il federalismo occorre, allora, che esista una vera mentalità federalista, che si crea solo con una vera rivoluzione culturale. I cittadini devono respirare il federalismo, devono rendersi conto che attraverso di esso avranno un sistema istituzionale ed uno Stato che davvero si prenderà cura dei loro bisogni. Dobbiamo parlare, senza timori, di federalismo, di autogoverno, di cosa comporta vivere in un sistema federale. Quali sono i benefici che un federalismo realizzato porta ai cittadini. E dobbiamo ricominciare a farlo sempre, ogni giorno.</p>
<p>Ecco perché, oggi, a distanza di 729 anni da quel giuramento di alleanza (il Patto del Grütli), è giusto rendere onore a quegli uomini liberi. Onore alla Svizzera, onore agli svizzeri. Buon compleanno Svizzera, culla del vero federalismo.</p>
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		<title>2 giugno 1996, l’alba di un sogno intramontabile: la Padania</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Marraccini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Jun 2020 10:13:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sono passati 24 anni da quel giorno, da quel 2 giugno 1996. Il 2 giugno del 1996, esattamente 50 anni dopo l’avvento della Repubblica (referendum istituzionale del 2 giugno 1946),</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Sono passati 24 anni da quel giorno, da quel 2 giugno 1996.<br />
Il 2 giugno del 1996, esattamente 50 anni dopo l’avvento della Repubblica <em>(referendum istituzionale del 2 giugno 1946)</em>, io vivevo quello che è stato uno dei giorni più belli, emozionanti ed intensi della mia vita: la mia prima <strong>Pontida</strong>.</p>
<p>L’edizione 1996 di Pontida fu, per certi versi, storica, irripetibile. A parte essere stata la mia prima esperienza – indimenticabile – sul sacro prato, fu anche la Pontida della svolta secessionista impressa da <strong>Umberto Bossi</strong>. Si parlò, apertamente, di un nuovo Paese da costruire, di libertà, di autodeterminazione del popolo padano, di indipendenza, di Padania. Nacque lì, in quel momento, la stella polare da seguire, che avrebbe portato a quello che la negoziazione politica tra il centro (Roma) e la Padania <em>(la parte più avanzata economicamente del Paese che da solo produce la metà dal PIL dell’intero Paese)</em> avrebbe generato: o uno Stato federale o la rottura, con la secessione del Nord dal resto del Paese. Se il Nord non fosse stato ascoltato, se ne sarebbe andato per la propria strada, richiamando a supporto di quella scelta, il diritto inalienabile a decidere con chi stare: il diritto di secessione.</p>
<p>Ricordo come fosse adesso l’emozione, la trepidazione dei giorni precedenti a quella domenica, la decisione di vivere quell&#8217;appuntamento dal vivo insieme a mio padre, i brividi che provai – letteralmente – sulla mia pelle quando sentii parlare Umberto Bossi. In quel momento io e mio padre eravamo due uomini liberi, davanti a un altro uomo libero che parlava di democrazia, di federalismo, di libertà. Parlava di un sogno.<br />
Fu in quella circostanza che il desiderio di libertà, di ribellione verso tutto ciò che significava annichilire la Padania, la mia terra, si rafforzarono ancora di più nel sentire il discorso del Capo. Il Capo, colui che diede, o meglio, ridiede dignità ad una parte del Paese trattata come un bancomat, come mucca da mungere per far vivere, sulle sue spalle, il Sud, il Mezzogiorno assistito. Come lui stesso disse in un suo passaggio pieno di pathos: <em>“Il Nord che lavora, produce e paga. Il Sud assistito che non riesce a svilupparsi a causa dell’incapacità e del ladrocinio della sua classe politica e che controlla il Nord attraverso il colonialismo della magistratura meridionale nei tribunali del Nord, degli insegnanti meridionali nelle nostre scuole, della polizia meridionale nelle nostre caserme, ecc.”</em>. Il Capo, l’unico della Lega Nord, non ce ne saranno mai altri, mi diede un sogno, un ideale da seguire: quello della libertà della Padania.</p>
<p>Perché, per essere chiari, l’Italia – ed è sbagliato negare una situazione del genere – soffre, endemicamente, di una questione meridionale e di una questione settentrionale. E questo è ancora più vero se riflettiamo sulle differenze – in termini di PIL pro-capite. – che a distanza di 150, anzi quasi 160, anni dall&#8217;avvento dell’unificazione nazionale abbiamo ancora davanti ai nostri occhi. Tutto questo portò, 24 anni fa come oggi, Umberto Bossi a reclamare la libertà per il Nord.</p>
<p>A 24 anni di distanza, forse utopisticamente e magari un po’ da romantico, continuo a sognare il federalismo. Continuo a credere al sogno di libertà che proviene dal Nord, dalla Padania. Sogno un sistema federale come la Svizzera, in cui fin dalla nascita i cittadini vivono il federalismo, lo respirano in ogni aspetto della propria vita.<br />
La Lega Nord non esiste più. Il partito che ne ha assunto il nome, ne ha rubato anche la storia e si è appropriata, ipocritamente, del suo patrimonio ideale.</p>
<p>Oggi non si parla più di federalismo, di Padania, di decentralizzazione dei poteri, di libertà, di autogoverno; anzi, è meglio dire che se ne parla a sproposito. Addirittura richiamarsi, oggi, ai princìpi del federalismo è quasi come essere fuori dal mondo.<br />
Eppure al federalismo, alla sua idea, ai suoi princìpi terneremo. La Politica, prima o poi, tornerà a confrontarsi anche e soprattutto su questo tema. Sulla dicotomia tra il centralismo e tutto quello che questa idea si porta dietro, quindi lo statalismo, l’elefantiaco apparato pubblico, il dirigismo economico; contro, dall&#8217;altro lato, il federalismo, con annessa la libertà economica e di impresa, la competizione, il mercato, l’autonomia dei territori e degli individui. Perché, come in Svizzera, il federalismo lo si deve vivere, ogni giorno, lo si deve respirare.</p>
<p>Torneremo a parlare di tutto questo, vedrete. Ci torneremo perché la natura federale è insita nella storia d’Italia e perché è – come diceva <strong>Carlo Cattaneo</strong> – l’unica teorica della libertà. Proprio come ho capito quel 2 giugno del 1996.</p>
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		<title>Si scioglie la Lega Nord: muore il sogno del federalismo.  Anzi NO.</title>
		<link>https://www.lavocedelnord.net/2019/12/21/congresso-lega-nord-2019/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberto Marraccini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Dec 2019 17:58:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi, 21 dicembre 2019, dopo oltre 25 anni di presenza muore quello che era il partito più vecchio nella politica italiana: muore la Lega Nord. Quello che, semplicemente, verrà ratificato,</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-normal-font-size">Oggi, 21 dicembre 2019, dopo oltre 25 anni di presenza muore quello
che era il partito più vecchio nella politica italiana: <strong>muore la Lega Nord</strong>. Quello che, semplicemente, verrà ratificato, dal
Congresso Federale in un Hotel a Nord di Milano, senza alcun dibattito interno
e confronto tra le varie (se esistono) posizioni all’interno del partito è la
nascita del partito-personale di Matteo Salvini. Un partito sovranista di
estrema destra costruito a sua immagine e somiglianza: a suo uso personale. </p>



<p class="has-normal-font-size">Con straordinario cinismo e quasi genuina freddezza nei confronti della gloriosa storia della Lega Nord, il Congresso – fantasma come è stato definito da molti mezzi di informazione nei giorni scorsi – manderà al macero la fu Lega Nord, dando vita alla nuova creatura voluta dal “Capitano coraggioso”. Un partito che con il vecchio Carroccio nulla avrà a che vedere e che nazionalizzerà una forza politica da sempre allergica al centralismo statale. Perché, cancellando la parola Nord, non solo muore il partito, ma muore – soprattutto – un’idea, l’ideale che ha mosso gli animi di tante persone, tra cui il sottoscritto: muore un sogno. Muore ciò per cui centinaia di migliaia e, in alcuni momenti, milioni di cittadini, hanno creduto: il federalismo. </p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft"><img data-attachment-id="2283" data-permalink="https://www.lavocedelnord.net/2019/08/21/salvini-crisi-lega-nord-conte/lega-lombarda/" data-orig-file="https://i2.wp.com/www.lavocedelnord.net/wp-content/uploads/2019/08/lega-lombarda.jpg?fit=286%2C176&amp;ssl=1" data-orig-size="286,176" data-comments-opened="0" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}" data-image-title="lega lombarda" data-image-description="" data-medium-file="https://i2.wp.com/www.lavocedelnord.net/wp-content/uploads/2019/08/lega-lombarda.jpg?fit=286%2C176&amp;ssl=1" data-large-file="https://i2.wp.com/www.lavocedelnord.net/wp-content/uploads/2019/08/lega-lombarda.jpg?fit=286%2C176&amp;ssl=1" loading="lazy" width="286" height="176" src="https://i2.wp.com/www.lavocedelnord.net/wp-content/uploads/2019/08/lega-lombarda.jpg?resize=286%2C176&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-2283" data-recalc-dims="1"/></figure></div>



<p class="has-normal-font-size"><strong>La nascita delle Leghe autonomiste, progenitori della Lega Nord</strong></p>



<p class="has-normal-font-size">Ricordiamo, per chi non avesse mai sentito parlare di certi nomi e di
alcune idee e posizioni, come sia nata la Lega Nord – che oggi muore – e che
cosa ha cercato di realizzare in questo Paese. Un po’ di storia serve per comprendere
meglio un partito che, volenti o nolenti, ha cambiato la storia di questo
Paese. </p>



<p class="has-normal-font-size">Per capire a fondo la Lega Nord dobbiamo volgere lo sguardo a quei movimenti
regionali che nacquero circa 30-35 anni or sono nel Nord Italia. Sul finire
degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta del secolo scorso nascono, nelle
Regioni del Nord, la cosiddetta <strong>Padania</strong>,
delle formazioni politiche che si richiamavano direttamente ai valori del
localismo, alla difesa della cultura e della tradizioni popolari, alla
riscoperta del concetto di autonomia da contrapporre all’invasivo strapotere della
politica centralista di Roma che si sviluppa in ogni settore ed in particolar
modo all’interno della Pubblica Amministrazione. Depauperamento economico
(eccessivo prelievo fiscale) e massificazione culturale (scuola statale
centralizzata) sono dunque i due strumenti principali attraverso i quali Roma
impone la sua volontà, cercando di schiacciare con ogni mezzo il desiderio di
identità e di autodeterminazione dei popoli del Nord. Non si trattava – perché
oggi questa spinta è stata mortificata e soffocata proprio da Matteo Salvini – quindi
di rivendicazioni egoistiche o qualunquiste, come venero etichettate semplicisticamente
dai partiti e dai media, bensì di una articolata accusa contro la gestione dello
Stato e della cosa pubblica, accompagnata da una innovativa – ed alternativa –
proposta politica, tesa a cambiare radicalmente la condizione di&nbsp; completa sudditanza alla quale erano (anzi,
sono ancora) costretti i popoli del Nord sin dal tempo dell’unità d’Italia. Come
retroazione al forte statalismo e al centralismo burocratico dello Stato
italiano nascono, quindi, le leghe regionali. La madre di queste formazioni,
che agli albori hanno un carattere&nbsp; quasi
prettamente culturale, è la <em>Liga Veneta</em>,
che partecipa già alle elezioni del 1979, pur non essendo ancora ufficialmente
fondata. </p>



<p class="has-normal-font-size">Quasi contemporaneamente in Lombardia nasce un altro movimento
autonomista: la Lega Lombarda. La sua fondazione ufficiale avviene nel 1984. Un
anno dopo, nel 1985, essa riesce a conquistare i primi seggi in diversi comuni
del varesotto. Alla Lega Lombarda e alla Liga Veneta, si affiancano poi altri
movimenti autonomisti padano-alpini che, con gli stessi ideali politici, cercano
di conquistare l’elettorato delle Regioni del Nord. Nel 1986 avviene l’apertura
storica della prima sede della Lega Lombarda a Varese. </p>



<p class="has-normal-font-size">Proprio dall’unione di queste leghe regionali nasce la Lega Nord, e
cioè il movimento politico che più di ogni altro in questi ultimi due decenni si
è fatto assertore, nel panorama politico nazionale ed anche su scala europea,
della trasformazione dello Stato italiano in uno Stato federale, accogliendo
dunque come principio ispiratore della propria strategia politica il
federalismo. Prima di allora, infatti, esisteva solo un partito che era
ufficialmente e politicamente attivo per il federalismo: l’Union Valdotaine,
partito regionalista e francofono della Valle d’Aosta.</p>



<p class="has-normal-font-size">La Lega Nord nasce ufficialmente nel 1989, per opera di dieci rappresentanti di sei movimenti autonomisti: Piemont Autonomista, Lega Lombarda, Liga Veneta, Union Ligure, Lega Emiliana-Romagnola, Alleanza Toscana. </p>



<p class="has-normal-font-size"><strong>Il sogno del federalismo: riforma federale per cambiare il Paese</strong></p>



<p class="has-normal-font-size">Grazie alla Lega – Nord –
il&nbsp; federalismo divenne un tema con cui
ogni partito dovette, prima o dopo, confrontarsi. Quello che il Carroccio,
grazie alle geniali intuizioni politiche di <strong>Umberto Bossi</strong> e al pensiero del grande <strong>Gianfranco Miglio</strong>, cominciò a propugnare era, semplicemente,
un’idea di giustizia sociale e di riscatto di un’area del Paese costretta a
subire una ormai ingestibile tassazione che serviva (serve) a foraggiare un
Mezzogiorno arretrato ed improduttivo. Il federalismo era – per me lo è ancora
e lo sarà sempre – la risposta all’eccesso di centralismo che, in un crescendo
negativo, ha caratterizzato, soffocandola, la vita del Paese, del Nord in
particolare. &nbsp;</p>



<p class="has-normal-font-size">Il federalismo è, secondo quello
che diceva la vecchia Lega Nord, né più né meno, un <em>nuovo modo di intendere la Politica.
 Una Politica che,
grazie proprio al federalismo, potrà essere maggiormente in grado di risolvere
i problemi quotidiani dei cittadini. Una Politica con la P maiuscola. Una Politica che
significa operare per il bene dei cittadini e della propria Comunità. Politica
che, per questo, si traduce in spirito di sacrificio, unicamente orientato al
bene dei cittadini, della collettività.&nbsp;&nbsp;
</em></p>



<p class="has-normal-font-size">Il federalismo della Lega fu
Nord aveva in sé tutti i concetti che la storia ha passato come i princìpi
dell’idea federalista: l’autogoverno (<em>self-rule</em>), le sovranità distinte
ed il mantenimento in capo allo Stato centrale delle poche competenze
legislative generali di interesse unitario: difesa, moneta, politica estera,
giustizia nazionale e standard minimi di politica sociale. Ciò che avviene in
ogni vero Stato federale esistente al mondo. </p>



<p class="has-normal-font-size">In generale, comunque, gli
obiettivi che ci si prefigge di realizzare attraverso una riforma in senso
federale dello Stato possono essere riassunti in: </p>



<ul><li>favorire la partecipazione politica ed il senso civico dei cittadini mediante l’autogoverno locale;</li></ul>



<ul><li>sviluppare il senso di responsabilità degli eletti e la necessità per gli stessi di tener conto del loro operato;</li></ul>



<ul><li>rendere più semplice ed efficiente la Pubblica Amministrazione (semplificazione e sburocratizzazione);</li></ul>



<ul><li>fare in modo che una certa quota delle tasse pagate dai cittadini resti su quel territorio (federalismo fiscale e autonomia finanziaria delle Regioni e degli Enti Locali);</li></ul>



<ul><li>valorizzare le identità regionali e locali. </li></ul>



<p class="has-normal-font-size">Federalismo vuol dire arrivare,
finalmente, ad una nuova cultura finalizzata a riavvicinare l’economia alle
persone e al corpo sociale adeguando lo sviluppo produttivo e le risposte del
mercato alle necessità dei cittadini e delle loro condizioni di vita. Dal punto
di vista prettamente economico il federalismo è l’unico modello politico
proponibile per superare (e abbandonare, quindi) l’economia finanziaria fondata
sulla carta e sulle oscillazioni di borsa e tornare all’economia reale. </p>



<p class="has-normal-font-size">Per la Lega Nord <strong>federalismo</strong>
significa poter decidere e gestire in, in maniera autonoma, quali sono le
politiche più adatte per un determinato territorio. Ogni Comunità, quindi, una
volta realizzato il federalismo, potrà decidere liberamente del proprio
destino.</p>



<p class="has-normal-font-size">La libertà di decidere e il rapporto diretto che si crea tra la cittadinanza e il territorio è una delle conseguenze della più forte autonomia che il federalismo crea. Che ne sa la politica centralista delle esigenze di quel determinato territorio se non vive in quel contesto? Solo chi vive in quell’ambiente, in quel territorio, può avere la sensibilità e la cognizione giusta per sapere che cosa richiede la comunità locale, quali sono le priorità di quella terra. Ecco, dunque, perché la scelta federalista appare – ovviamente dal punto di vista di un vero federalista – quella maggiormente in grado di dare autonomia e libertà di decidere delle proprie questioni alle realtà territoriali e alle comunità che lì abitano. &nbsp;Il federalismo di cui parlava Bossi e la sua Lega Nord esaltava il pluralismo e le diversità, da intendere come espressione della ricchezza identitaria territoriale; come espressione di quella libertà che si sostanzia nell’autonomia e nell’autogoverno. </p>



<p class="has-normal-font-size"><strong>La fine di un sogno, un sogno però intramontabile </strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright is-resized"><img data-attachment-id="2968" data-permalink="https://www.lavocedelnord.net/2019/12/21/congresso-lega-nord-2019/ln/" data-orig-file="https://i2.wp.com/www.lavocedelnord.net/wp-content/uploads/2019/12/ln.jpg?fit=593%2C443&amp;ssl=1" data-orig-size="593,443" data-comments-opened="0" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}" data-image-title="ln" data-image-description="" data-medium-file="https://i2.wp.com/www.lavocedelnord.net/wp-content/uploads/2019/12/ln.jpg?fit=300%2C224&amp;ssl=1" data-large-file="https://i2.wp.com/www.lavocedelnord.net/wp-content/uploads/2019/12/ln.jpg?fit=593%2C443&amp;ssl=1" loading="lazy" src="https://i2.wp.com/www.lavocedelnord.net/wp-content/uploads/2019/12/ln.jpg?resize=297%2C222&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-2968" width="297" height="222" srcset="https://i2.wp.com/www.lavocedelnord.net/wp-content/uploads/2019/12/ln.jpg?w=593&amp;ssl=1 593w, https://i2.wp.com/www.lavocedelnord.net/wp-content/uploads/2019/12/ln.jpg?resize=300%2C224&amp;ssl=1 300w, https://i2.wp.com/www.lavocedelnord.net/wp-content/uploads/2019/12/ln.jpg?resize=105%2C77&amp;ssl=1 105w" sizes="(max-width: 297px) 100vw, 297px" data-recalc-dims="1" /></figure></div>



<p class="has-normal-font-size">Oggi tutto questo scomparirà, verrà cancellato con una semplice alzata
di mano che sarà unanime: senza dibattito, senza confronto, senza
contrapposizione di idee e posizioni diverse, anime della democrazia. Oggi
Salvini verrà incoronato Segretario della Lega Salvini Premier, leader di una
destra sovranista, reazionaria e soprattutto allergica al federalismo. La fine
di trent’anni di storia gloriosa dell’unica forza politica che davvero voleva
fare la rivoluzione. </p>



<p class="has-normal-font-size">Oggi muore la Lega Nord. Ma mai morirà quello spirito di libertà e di
autogoverno delle Regioni del Nord, della Padania. Non morirà mai l’orgoglio di
sentirsi federalisti: nello spirito e nelle azioni quotidiane. Oggi Salvini
cancellerà con la penna un sogno; quel sogno che però non potrà mai morire ed
infatti non morirà mai, perché eterno ed intramontabile, in quei cuori puri che
sognano la libertà: nei federalisti che non si arrendono. </p>



<p class="has-normal-font-size">Io sarò sempre federalista e
riconoscerò sempre un solo Capo: Umberto Bossi. </p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
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