FEDERALISMO & INDIPENDENZA | Approfondimento Politico

PARTITO PERSONALE

La vicenda epidemiologica ha assorbito quasi per intero l’interesse degli italiani: c’è poco da fare, quando c’è, o ci potrebbe essere, di mezzo la pelle, che è bene primario, l’interesse vi si concentra.

È la nota logica della piramide di Maslow che esplica i suoi effetti con coerenza matematica.
I risultati a livello politico e partitico sono tutti da vedere e si sposano con le linee che hanno preceduto la pandemia. Che comprendono la (ri)progressiva personalizzazione dei partiti.

La storia moderna ci dice che la tendenza a personalizzare il partito è la premessa per personalizzare la politica e sfocia nel tempo in diminuzioni drastiche di consensi o, nel peggiore dei casi, addirittura in catastrofi democratiche.

Quando gli italiani nel 1924 espressero la loro maggioranza a favore del “listone” Benito Mussolini non era ancora il “Duce”, lo divenne successivamente con operazioni esterne (per esempio la sostituzione dei Sindaci con i podestà) ma soprattutto interne con la abolizione sistematica di ogni forma di democrazia nel suo partito: non più congressi liberi ed aperti, Federali nominati anziché segretari eletti: tutta la catena di comando nelle mani del vertice: dall’alto al basso, con esclusione di ogni dissenso. Ma a quel punto l’Italia era diventata uno Stato a partito unico e la vicenda si cristallizzò per vent’anni.

Stessa dinamica per Hitler e il nazismo tedesco e per Lenin e ancor più per Stalin e i suoi epigoni, qui la cristallizzazione durò addirittura 70 anni. Le degenerazioni del culto della personalità di Giuseppe Stalin non gli costarono un voto, visto che in URSS non si votava, ma Maurice Thorez, eterno segretario del PCF, che lo imitò in un regime di democrazia aperta, ci lasciò la metà dei suoi voti e il PCF divenne e rimane marginale nella politica francese.
Lo schema tuttora regge in regime di partito unico: regge magnificamente in Cina e negli altri regimi non democratici: tutto il mondo arabo, tutti gli epigoni del comunismo. Non rilevo oggi alcun regime a partito unico addebitabile a regimi di centro/destra.

Regge molto meno in regime aperto di competizione democratica:
La nomina dei nuclei singoli della catena di comando ubbidisce alla logica della lealtà verso il Capo o della capacità del capo di controllo del tuo futuro, non alla necessità del partito che, in regime di democrazia, opera come organizzazione diffusa che raccoglie le necessità ma anche gli umori del territorio cercando di indirizzarli verso il proprio programma di governo.
Lo schema salviniano prevede il consueto passaggio in meno: è il Capo che dialoga con la gente e ne intercetta ed interpreta speranze e desideri, senza bisogno di intermediazioni.
In conclusione: in regime di democrazia aperta la personalizzazione del partito costituisce una prospettiva di pericolo vero in termini di perdita di consensi e ne sanno qualcosa per esempio Silvio Berlusconi o la meteora dell’IDV Di Pietro.
I nominati non rispondono più al territorio, che è il bacino elettorale, ma rispondono al Capo, la competizione si sposta dalla raccolta del consenso esterno alla raccolta del favore del Capo.
Lunga premessa per arrivare ai giorni nostri:
Oggi la sinistra italiana non dispone di materiale umano: voglio vedere Zingaretti che personalizzi il rissoso PD attorno alla sua figura che ha l’appeal di un paracarro, è altrettanto evidente che il M5S (non a caso “Grillini”) dopo che Grillo ha mollato il suo pressing, non è in grado di esprimere alcuna figura che sia capace di personalizzare il partito a brandelli.
Dunque i due gruppi di sinistra che contano, loro malgrado, non corrono rischi attuali di personalizzazione.

Totalmente diversa la prospettiva del centrodestra:
F.I. è arrivata a raschiare il fondo del barile. I consensi che le rimangono sembrano inattaccabili perché appartengono alla categoria fideistica del “meno male che Silvio c’è”. Sono voti di Berlusconi non del partito: moriranno solo quando morirà il leader quale che sia la fine che farà il partito. Il vecchio sovrano non ha mai designato un erede al trono ed ha sempre contrastato ascese alternative alla sua leadership. La sua longevità politica è inusuale e ancora di più lo è la sua recente capacità reattiva che costringe maggioranza ed opposizione a fare in conti con lui. Dunque F.I. rimane un partito fortemente personalizzato e altrettanto fortemente penalizzato in termini di consensi, per di più con una prospettiva futura di definitiva scomparsa legata alla sopravvivenza anche fisica, sicuramente intellettuale, del Capo. Da notare che F.I. – in coerenza – è stato il primo partito italiano a mettere nel proprio simbolo il nome del leader: avrà molti imitatori.
FDI è accentrato sulla figura di Giorgia Meloni: non pare avere avversari all’interno del suo partito, fa e disfa con il consenso di tutti. Anche qui la vocazione simbolica è coerente: il nome della leader in primo piano, al centro del simbolo, il nome del partito nel cerchietto sottostante, peraltro arrostito dalla Fiamma Tricolore.
La “Lega per Salvini premier”, peraltro in coerenza con la precedente “Lega per l’indipendenza della Padania”, col nome di Bossi al centro del simbolo ma senza la messianica visione del premierato, sta percorrendo a grandi passi il consolidamento della personalizzazione: tutti agli ordini di Salvini che, come il Duce, non sbaglia mai. È il demiurgo che ha fatto molta strada dalle elezioni del Parlamento della Padania nell’ottobre 1997 quando la sua lista “Comunisti Padani” si aggiudicò 5 seggi su 210.
Commissariamenti a catena, congressi non celebrati, scelte dei candidati “personalizzate” in dipendenza del consolidamento interno del Capo e del cerchio stretto (gli spagnoli la chiamavano notoriamente “camarilla”) che come sempre si stringe intorno ad esso e ne esegue le volontà in cambio di benevolenza.

Nel breve termine e finché l’acqua del consenso correva nell’orto salviniano più che leghista, la formula ha funzionato e la Lega ha conquistato obiettivi non immaginabili: chi lo nega è sciocco o in male fede.

Ma siamo in regime di democrazia aperta: i contraccolpi cominciano a produrre i loro effetti.
La mancanza di confronto competitivo interno non consente una selezione dei soggetti per merito e capacità ma solo per lealtà o per debolezza di prospettiva personale, i risultati si vedono nei momenti elettorali: i candidati così selezionati apportano ben poco al partito, anzi ne sono trainati, successivamente vanno nelle istituzioni senza la necessaria competenza e ne escono episodi critici fino alla comicità. L’uso del partito come strumento che non rompa le scatole con l’esclusione sistematica delle voci di dissenso o anche solo dialettiche, favoriscono il pensiero unico cui ti adegui o sei fuori. La non rappresentatività del territorio da parte dei candidati successivamente eletti crea fratture e insensibilità che il partito paga.

Alla fine la parabola del progetto: da partito secessionista a partito federalista a partito nazionalista senza particolare lena nel perseguire le autonomie richieste dalle istituzioni in cui governa (bene) da anni, insieme alla attuale organizzazione del partito ci mette sotto gli occhi il declino costante da trend ahimè consolidato dei consensi che fatalmente ne deriva.
La Lega per Salvini premier segue le linee inesorabili della curva di Gauss fino a che prima o poi qualcuno non metterà sul tavolo il conto e chiederà di pagarlo.
In questa attesa sempre più “militanti” della Lega si sono seduti sulla sponda del fiume in attesa che passi il famoso cadavere.

Maufrigneuse
Un uomo saggio che ha dedicato tutta la vita all’attività imprenditoriale con grande successo e che oggi guarda ai fatti di questi tempi con apprensione e sincera preoccupazione. La politica è stata la grande passione della vita da alternare al lavoro. E le passioni si sa non muoiono mai. “Un giorno un uomo ricevette la visita di alcuni amici. “Vorremmo tanto che ci insegnassi quello che hai appreso in tutti questi anni,” disse uno di loro. “Sono vecchio,” rispose l’uomo. “Vecchio e saggio,” disse un altro. “In fin dei conti, ti abbiamo sempre visto pregare durante tutto questo tempo. Di cosa parli con Dio? Quali sono le cose importanti che Gli dobbiamo chiedere?” L’uomo sorrise. “All’inizio, avevo il fervore della gioventù, che crede nell’impossibile. Allora, mi inginocchiavo davanti a Dio e gli chiedevo che mi desse le forze per cambiare l’umanità. “A poco a poco però, mi sono accorto che era un compito superiore alle mie forze. Allora ho cominciato a chiedere a Dio che mi aiutasse a cambiare ciò che mi circondava.” “In tal caso, possiamo garantirti che il tuo desiderio è stato esaudito in parte,” disse uno degli amici. “Il tuo esempio è servito per aiutare molta gente”. “Ho aiutato molta gente con il mio esempio; ma sapevo, comunque, che non era la preghiera perfetta. Solo adesso, alla fine della mia vita, ho capito qual era la richiesta che avrebbe dovuto essere stata fatta fin dall’inizio.” “E qual è questa richiesta?” “Che io fossi capace di cambiare me stesso”!