FEDERALISMO & INDIPENDENZA | Approfondimento Politico

Andare al Pride? Con questi programmi ci penserei due volte (e Vannacci non è la soluzione)

A Roma ATAC per il Roma Pride propone un treno arcobaleno: ma basta guardare a qualsiasi foto del nuovo treno per rendersi conto che c’è uno strano triangolo rispetto alla classica bandiera arcobaleno che conosciamo un po’ tutti. Questo triangolo, oltre ad avere la stramba caratteristica che ruotando la bandiera si ottiene una svastica (vedere per credere!), rappresenta:

  • Il cerchietto dentro il giallo rappresenta gli intersessuali
  • Le righe rosa, azzurre e bianche rappresentano i transessuali (per ovvie ragioni, dato che rosa e azzurro, almeno in Occidente, sono i classici colori maschili e femminili)
  • Il nero e il marrone rappresentano, CONTEMPORANEAMENTE, i neri e chi è malato o morto di HIV

Più precisamente, si tratta della Intersex-Inclusive Progress Pride Flag, upgrade inglese fatto nel 2021 alla Progress Pride Flag, upgrade americano del 2017 ad opera di Daniel Quasar ad una bandiera arcobaleno creata dal dipartimento degli affari LGBT della città di Philadelphia che ha aggiunto, alla classica bandiera a sei colori, che ricordiamo c’è in giro dal 1979, il nero e il marrone per i neri.

A forza di aggiungere triangoli e colori, finirà che l’arcobaleno sarà nascosto. Il che, è un’ottima metafora di ciò che sta accadendo.

Se non ci bastasse ciò, c’è anche la Social Justice Pride Flag, dove il rettangolo è nero (contro le caste in India), blu (per i buddhisti discriminati) e rosso (per i valori di sinistra), e la New Pride Flag, simile a quella di Quasar ma strutturata diversamente. E non dimentichiamo le circa QUARANTA bandiere per rappresentare i vari generi, romanticità e attrazioni, che spesso vengono mischiate all’originale arcobaleno per produrre una bandiera ibrida che, se andrà bene, sarà la nuova bandiera del Pride in una parte del mondo, da adottare nel nome dell’inclusività.

Questo fiorire di bandiere a mio parere non è certamente un qualcosa di positivo per le istanze portate avanti: fa sembrare la comunità non un qualcosa di coeso, ma un insieme indefinito dove ognuno cerca di ottenere la propria bandierina, il proprio titolo e via discorrendo.

Già l’odierna sigla LGBT include cose molto diverse: l’omosessualità e la bisessualità, semplici variazioni del comportamento umano, l’intersessualità, condizione anormale fisica, la transessualità, che non è classificata dall’OMS come patologia per non offendere nessuno ma viene mantenuta in una nuova categoria appositamente creata per via dei significativi trattamenti medici richiesti, le varie fluidità di chi non si riconosce né uomo né donna (e c’è anche chi ritiene che uomo e donna in realtà non esistano), chi non prova attrazione sessuale e tutti i vari tipi di attrazione romantica pensabili.

Uscirsene ogni tot con la nuova sigla e la nuova bandiera, il nuovo termine da utilizzare per non offendere nessuno e la nuova categoria non fa parlare certamente delle, per fortuna piccole in Europa, ancora esistenti sfide per omosessuali, bisessuali, transessuali e intersessuali, ma fa parlare dell’ultima sparata e porta a ridicolizzare anche i temi seri che meritano di essere trattati e dà l’impressione, appunto, che l’obiettivo sia semplicemente quello di sentirsi speciali, di avere la propria sigla che rappresenta tutti al meglio.

Sigla che, tra l’altro, non è unanimemente accetatta: in Canada si parla di 2SLGBTQQIA+, con i 2S che sono una classificazione indigena (in Italia, data la significanza culturale dell’omosessualità nel Sud, tant’è che lo Stato Italiano non vi estese le disposizioni penali del codice sardo, dovremmo forse aggiungere una F per femminiello?), esistono tante altre sigle con cariche politiche, sociali, storiche… Noi, esterni, che dovremmo fare?

Ed è un problema anche per la bandiera, nel momento in cui ha una carica politica, e una bandiera che si chiama “Progress” ce l’ha per definizione. Facciamo un paragone semplice da comprendere: i cristiani perseguitati.

Siamo tutti contrari, ovviamente, alle persecuzioni religiose, e se ci fosse un mese dedicato ad esse penso che pochi avrebbero un problema con l’indossare un simbolo neutrale (ad esempio, un fiocco colorato) per mostrare loro solidarietà e chiedere ai nostri governi di agire nel mondo in favore della libertà di religione. E per quanto siano decisamente meno dei cristiani perseguitati, vale anche per i musulmani, e lo dico da persona che considera l’islam un sistema totalitario da combattere: scene come quelle subite dagli Uiguri sono orrende.

Ma non ci verrebbe mai in mente di mettere ovunque la Croce in solidarietà con questi perseguitati, pur comprendendo l’importanza come simbolo di autoidentificazione. Ma se il simbolo che ci venisse proposto è il logo del Popolo della Famiglia, avremmo più di qualche remora a vederlo ovunque e difficilmente potremmo considerare neutrale o da sostenere come società una manifestazione che lo usa come simbolo.

Il distacco si nota, sia nei rapporti delle comunità di minoranza sessuale che verso l’esterno: su Facebook i post a tema pride fanno incetta di reaction “haha”, che alle volte superano addirittura i like, i commenti sono spesso ostili, tra chi fa commenti oggettivamente omofobi e chi invece fa critiche legittime (spesso, fortunatamente, ponendosi anche contro ai precedenti commenti), ma non si pensi che sia una questione etero vs LGBT…

Conosciamo tutti omosessuali che vogliono solo vivere la propria vita tranquillamente, sia in una visione più classica di rapporto stabile con un partner sia in una visione più libertina, che non mettono la propria identità sessuale al centro di tutto e non vanno nemmeno al Pride e che magari lo ritengono pure una carnevalata. Sicuramente dipende anche dalle cerchie, un liberale un po’ brontolone di periferia ha amici diversi rispetto ad un progressista della ZTL..

Tra l’altro, non posso che concordare con Capezzone sul tema: la destra, invece di fare sparate alle Vannacci, riconosca l’esistenza di omosessuali e transessuali, il fatto che alcune delle nostre leggi non sono adeguate alle loro necessità e ne proponga la modifica. Quando il programma del pride è, leggendo i loro “documenti politici”, la Palestina, la scevà (o, alternativamente, la ɜ), la lotta alla grassofobia (nessuna ironia, ne parla il Torino Pride, che andrebbe “decostruita”: in buona sintesi, guai a voi se dite che l’obesità fa male), la poligamia (anche qui, nessuna ironia, ne parlano sempre a Torino), le adozioni per tutti (giuro, anche per coppie non unite! Un conto è il tema del dare una casa amorevole ai bambini, un conto il mercato del pesce dei pargoli), la nazionalizzazione del SSN (anche qui, Torino regala emozioni), l’imposizione del linguaggio inclusivo per garantire la loro autodeterminazione, l’abolizione della divisione uomo/donna ai seggi, la vicinanza a palestinesi, russi e ucraini (ma non israeliani, vero Torino Pride?), il disarmo, la medicina formata per i corpi non binari (chiamate un medico per me e un biologo per loro), la lotta al patriarcato, la “furia queer”, la “resistenza rainbow intersezionale”, la 194 cattiva perché non pensa agli uomini e ai non binari incinti, la legge contro la – preparatevi – omobilesbotransinterafonegatività (questa viene da Parma) la guerra al mito capitalista del lavoro e delle performance, la lotta all’anagrafe cattiva che ci fa identificare solo come maschi e femmine, l’abolizione (per legge, ovviamente!) dello stigma contro chi ha l’HIV (poteva essere una proposta decente, ma si propone l’abolizione per legge invece di una sensibilizzazione) e qualcuno ci infila anche la carta d’identità alias creata di sfroso dal comune proporre un’alternativa non solo è doveroso, non solo è la cosa giusta da fare, non è solo la scelta di buonsenso ma è anche elettoralmente conveniente.

Nel mentre, andare al Pride è una scelta politica: aderire al manifesto politico dei proponenti, quasi sempre con le perle viste nello scorso, lunghissimo, paragrafo. Molto più che non farlo. Così com’è una scelta usare i nuovi simboli, sempre più associati a questo pride.

Ovviamente, dev’essere una scelta libera, e per questo informata. Non si pensi che andare al pride è marciare per i diritti e la tolleranza, ma è marciare per il programma politico che viene presentato. Che, molto probabilmente, contiene una delle perle che abbiamo visto sopra.

Per concludere tornando all’incipit: indubbiamente la comunità LGBT ha il diritto di identificarsi con i simboli che preferisce. A ciò non corrisponde un nostro dovere di adottarli. Specie se le richieste associate a questi simboli, da cose ampiamente condivisibili come l’integrità fisica, la possibilità di vivere apertamente come LGBT e il riconoscimento da parte delle istituzioni, son diventare sparate contro ogni forma di buonsenso.

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Informatico di giorno, spietato liberista che brama la secessione del Nord di notte. Con la libera circolazione, dato che amo la pizza.