FEDERALISMO & INDIPENDENZA | Approfondimento Politico

Salvini è diventato grande?

Inutile negarlo, la vera novità politica di questi ultimi giorni non è stata tanto la telefonatissima chiamata al capezzale della Patria del salvatore Draghi dopo il collasso del governo giallo-rosso, talmente attesa che non era ormai più questione di “se” sarebbe avvenuta, ma di “quando”, quanto piuttosto l’assunzione di responsabilità incondizionata di Salvini nei confronti di un governo di “salvezza nazionale” con una chiara impronta europeista.

La sua dichiarazione di essere pronto a dare il sostegno al governo Draghi senza condizioni e pregiudiziali nei confronti di altre forze politiche ha sparigliato le carte a chi già pensava di archiviare la crisi formando una riedizione del governo PD-M5S (e magari FI) con un premier diverso. La repentina folgorazione di Matteo sulla via di Bruxelles ha stupito meno i vecchi leghisti, memori di come siano bastati un po’ di Tweet al Capitano per mandare in soffitta lustri di indipendentismo del Nord in favore della nuova collocazione patriottico-nazionalista, di quanto lo siano stati i suoi economisti voodoo Borghi e Bagnai, i quali sorpresi dallo “U Turn” europeista del Capitano come un tizio sorpreso a letto con l’amante, si sono infilati velocemente le mutande blu con le stelle dorate sul didietro e hanno iniziato a fare le cheerleaders di Draghi con la stessa credibilità con la quale si sono spacciati fino a oggi economisti.

Ma non è certo di loro che ci dobbiamo preoccupare, ricchi come sono di idee quanto di consensi. Bensì delle conseguenze che avrà nel panorama italiano la nuova versione europeista del Matteo nazionale. Salvini ha fatto una volta tanto una scelta saggia, magari ispirata dal Richelieu della Lega Giorgetti? Molte cose lo lasciano pensare. In primo luogo, finalmente Salvini sembra fatto i conti con l’assioma che non si governa in Italia senza il placet di Bruxelles. E non è questione di “Sovranità nazionale”, quanto di far parte di uno degli organismi sovranazionali più integrati che esistano al mondo, e di farci parte in virtù di trattati internazionali democraticamente approvati. In secondo luogo, Salvini si è reso conto, complice anche il fallimento della sua politica di “sfondamento al sud” sancito dai risultati elettorali mediocri raccolti in centrosud nelle precedenti tornate elettorali, che la base storica della Lega, composta dai ceti produttivi del nord è stanca di propaganda e vuole risposte serie e concrete in un momento drammatico per l’economia e la società. Chiedere a Zaia per conferma. In terzo luogo, Draghi non è Monti.

Il primo è un Keynesiano favorevole della spesa pubblica e con un portafoglio gonfiato da più di 200 mld di € dell’Europa. Il secondo era (è) un liberista chiamato a tenere in piedi la baracca con le casse dello Stato vuote e uno spread sopra i 500 punti. Oltre tutto, dopo un anno che ha visto una caduta del PIL di più del 10% difficilmente un Keynesiano come Draghi farà tagli da macelleria sociale. Questa volta si tratta di stare seduti attorno al tavolo al quale si deciderà come spendere i soldi del Recovery Found. Chi c’è, ci metterà il cappello sopra. Chi non c’è, lascerà più spazio a chi c’è. In questo senso, la scelta fatta dalla sua competitor a DX Giorgia Meloni di stare fuori dal governo, contando di intercettare il malcontento generato da un governo “non eletto dal popolo”, potrebbe rivelarsi per lei un boomerang, nel momento in cui il serbatoio del malcontento sociale al quale hanno attinto fino a oggi i populisti fosse prosciugato dalle politiche condivise di ristoro e rilancio economico attuate con i soldi europei. Sedersi al tavolo con Draghi, vuol dire pure sedersi al tavolo al quale si deciderà il nome del successore di Mattarella. In questo senso, il governo Draghi potrebbe essere il catalizzatore per materializzare un nuovo “arco costituzionale” avente come limiti con il ruolo di “Bad Banks” del voto populista a sx un movimento nato dalla scissione da M5S di quella parte che non accetterà la svolta pro Draghi, e a dx “Fratelli D’Italia”.

Scenari da fantapolitica? Forse, ma chi avrebbe puntato un € sulla svolta europeista di Salvini? Rimane da vede se tale svolta sarà seguita da una ritornata centralità delle istanze del Nord. Ma qui la risposta è più difficile a dare. L’occasionalismo di Salvini che al bisogno veste la felpa dell’indipendentista padano, del sovranista filoputiniano e dell’Europeista moderato non aiuta a decifrare i suoi movimenti. Molto dipende anche dall’evoluzione del rapporto con FdI. Se il partito della Meloni stando fuori dal governo Draghi eroderà i consensi per Salvini al centro – sud, un arrocco al nord della Lega può essere consequenziale, ma forse non è questo il punto. Il punto vero è: ha senso per il nord affidare le sue istanze a un uomo per tutte le stagioni?

Luca Comper
Architetto, appassionato di troppe cose da poterle riassumere nello spazio di una schermata del PC, ma in particolare di arte, politica e storia. Ha lo stesso rapporto con il giornalismo di quello che ha uno scafista con la marineria. Indipendentista to the core, il suo motto è "Ho costruito la mia causa in abuso edilizio"