FEDERALISMO & INDIPENDENZA | Magazine di Approfondimento Politico

Ecumene, non ecumenismo

Fonte Immagine Wikipedia

C’è una bella paroletta utilizzata in questi tempi dagli storici: ecumene. La si usa quasi come sinonimo di paesaggio, anche se perlopiù domina nel parlare comune il suo derivato attributivo ecumenico, con ben altre degeneri connotazioni. Vale la pena fermarsi un attimo su questa parola, perché dalla filologia talvolta nascono pensieri politici più permeanti, che altrimenti faticherebbero a nascere.

L’ecumene trova radice nella natura, così come nella natura trovano origine altre parole affini; si pensi a economia, o ecologia, per non dirne che alcune. L’eco è proprio questo, infatti: la natura, la casa, l’abitazione, e tutto il complesso di valori che vi ruota attorno. Per estensione diremo ecumene ogni paesaggio dominato dalla presenza umana.

Deviando per un istante dalla premessa filologica, mi scarrucolo col pensiero sui paesaggi a me noti dell’Italia e della poca Europa che conosco, rilevando una differenza ben nota invece a tutti, benché da pochi considerata per le sue essenziali afferenze politiche. Chi percorra una qualsiasi strada provinciale di questa lingua di terra, che chiamiamo Italia, scorgerà a ogni chilometro quasi un paesino, con una sua chiesa, con almeno un suo palazzo storico, con una sua propria storia. E se poi si investa un minimo di tempo chiacchierando con un “indigeno”, si andrà a percepire un idioma particolare, che appena un chilometro prima o un chilometro dopo subisce inflessioni distintive. Altrettanto dicasi per le proprietà delle case, dei palazzi, delle chiese.

Insomma, la polverizzazione dell’unità italica è sempre ben rappresentata dalle forme e dai suoni, al punto che ben difficilmente si possa avere percezione di un ecumene costante e che faccia sintesi nazionale. Ben diversa è la percezione che ricava chi percorra uno stato transalpino come la Francia, ad esempio, o come l’Inghilterra o la Germania. Là si viaggia per chilometri e chilometri senza avvistare una sola casa, sinché si arrivi a piccoli borghi periferici di mastodontici nuclei urbani, quasi sempre senza identità, non definibili nemmeno come metropoli; semmai megalopoli, gigopoli, teratopoli. Se a un mantovano appaia grande una città come Milano, la realtà ci dice che questa è invece rapportabile a un modesto concentrato di Roma; ma Roma a sua volta risulterebbe un frammento risibile di una Parigi, di una Londra, di una Mosca… Insomma, in questa Italia si ritrova un ecumene parcellizzato, “provinciale”, che non esibisce alcun corrispettivo in aree dove persino il nostro concetto di regione parrebbe superato, entrando di forza in dimensioni che evocano più l’idea di città-stato che di sedimentazioni urbane. E qui concludo la lunga ma necessaria premessa, per arrivare in breve alla conclusione.

Lo stimolo alla riflessione mi è pervenuto dalle recentissime elezioni per il rinnovo dei consigli provinciali, dove il sintomo degenerativo si è tradotto in malattia conclamata. Quando due anni fa il ministro Delrio ha dato corso alla riforma semplificativa dello stato, partendo dalla soppressione degli enti intermedî – o che tali sembravano ai suoi occhî miopi –, io non ho percepito tanto un intendimento politico europeizzante, quanto semmai al contrario una distorsione storica, persino anacronistica, dell’ecumene italico. Con tutto ciò che si potrebbe sopprimere di questo stato elefantiaco e sovra-istituzionalizzato, l’unico ente che andrebbe per identità mantenuto è proprio quello che si voleva sopprimere: la provincia.

Se pure con fatica sia possibile stendere un filo di continuità entro aree omogenee comunali e provinciali (si pensi, ad esempio, alle contrade senesi o alle più disparate entità territoriali di qualsiasi targa, sistematicamente scomponibili per peculiarità linguistiche, storiche o economiche), questo stesso proposito diventa irrealizzabile nell’ecumene italico di più alto livello. Quanto è lombardo un cittadino di Sondrio, e quanto lo è uno di Mantova? Quanto è piemontese l’astigiano, se altrettanto piemontese sia detto il cittadino di Alessandria che parla con inflessioni liguri? E non spingiamoci più a sud, dove l’ischitano rigetta l’appartenenza campana, o dove il catanese fa repubblica a sé, ovvero dove il leccese non condivide col barese nemmeno le vocali.

Chi giudichi riduttiva questa visione dell’ecumene italico, in rapporto con le altre realtà europee o transoceaniche, non fa che imporre vestiti di taglia XXL su esili corporature slim. Ciò che ai mediocri sognatori del pachiderma istituzionale appare riduttivo, si scontra per converso con quanto nella realtà storica e culturale italica ha da sempre rappresentato una vasta forza. Se così non fosse, l’Italia nel suo insieme non vanterebbe il 70% del patrimonio artistico mondiale – posto poi che il residuale 30%, pur esso di matrice italica, si ritrova sparso nelle altre nazioni che non l’hanno prodotto in proprio, ma più spesso trafugato. E non limitiamoci a parlare solo di arte e bellezza, ché ormai si finirebbe per diventare solo patetici romantici. Parliamo di qualsiasi ambito della produzione o della scienza. Nessuno può negare che l’eccellenza non si configura nelle fastose idee totalizzanti. Parliamo del Parmigiano Reggiano? Parliamo della Normale di Pisa? Parliamo della Ferrari o della Lamborghini? Parliamo della clinica Besta e del suo centro ricerche sui tumori?

Parliamo di quel che volete, purché non si parli di Stato, con l’indebita S maiuscola. Nell’Italia frammentaria dei comuni e delle signorie si erano gettate le premesse dell’homo novus internazionale, che solo la povertà dimensionale dei sottosviluppati ha poi frainteso e convogliato nell’ecumene nazionalistico o universalistico. Gli stati nazionali esprimono certo estensione, ma non valore, e valgono per magnitudo, non certo per quantitas. Siamo insomma alla teoria galileiana della fragilità dei giganti: un cavallo gigantesco non è certamente più forte e abile alla fatica di un nostro cavallo comune. Così è la materia, così sono gli stati, così è ogni ecumene, così è la vita.

Davide Mattellini
E' scrittore e saggista. Cronista politico de "la Voce di Mantova", ha all'attivo una ventina di pubblicazioni. Vive a Marmirolo.

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