FEDERALISMO & INDIPENDENZA | Approfondimento Politico

Se si abusa del pakistano

Qualche settimana fa nelle redazioni dei giornali veronesi devono essersi fatte un po’ di risate alla lettura di un surreale – per non definirlo in altro modo – comunicato stampa inviato dalla lega di Verona, nel quale si esprimevano le ansie del partito per la sorte dei cani randagi pakistani oggetto di una campagna di abbattimento.

Ora, è indubbiamente meritorio che un movimento da sempre piuttosto tiepido sulle sorti dei pakistani bipedi che galleggiano attorno alle coste italiche si sia appassionato alla sorte dei pakistani loppidi a 4 zampe che se ne stanno a casa loro, per quanto è legittimo presumere che i pakistani, pressati come sono da altre questioni come ad esempio il conflitto endemico con l’India in Kashmir, la guerra civile strisciante tra sciiti e sunniti, le persecuzioni nei confronti delle minoranze cristiane e così via, la presa di posizione leghista sia stata accolta con una scrollata di spalle se va bene.

Tuttavia, il comunicato stampa dadaista sui cani pakistani ci consente di fare una diagnosi piuttosto precisa sullo stato di salute del movimento di Salvini in una città cardine per la tornata di elezioni amministrative del prossimo anno. E la prognosi è severa. La Lega a Verona è un partito con l’elettroencefalogramma piatto. Generalizzare una situazione locale può esser rischioso, ma Verona è una città paradigmatica, a partire dalla quale si sono consumate le rotture più violente all’interno del partito e nella quale ora si sta svolgendo una dura competizione tra il partito di Salvini e quello della Meloni per la leadership del CDX nazionale. Competizione che nella città di Giulietta la Lega sta oggettivamente perdendo. Per cui leggerne le vicende potrebbe essere utile per decifrare le traiettorie politiche che verranno seguite nei prossimi mesi.

Verona ora è governata da una coalizione di CDX con un sindaco nominalmente civico ma di fatto nell’orbita di Fratelli d’Italia. Qualche tempo fa il suo passaggio ufficiale nel movimento post missino fu stoppato proprio dalla lega, la quale tirò il freno a mano con il pretesto che gli accordi attraverso i quali si era tenuta a battesimo la giunta veronese e erano basati sulla appartenenza civica slegata ai movimenti nazionali del sindaco sarebbero saltati nel caso di una adesione di quest’ultimo a FdL.

Ma è francamente difficile da credere che la ricandidatura del sindaco uscente non avvenga con i colori del movimento della Meloni, anche per ragioni di peso nazionale. La Lega, rimescolamenti dei gruppi consigliari a parte, fino a oggi ha subito le iniziative degli alleati – avversari. Molto ridimensionata nell’assegnazione degli incarichi di sottogoverno, scalpita costretta com’è in un’alleanza che fino ad oggi è stata inconcludente. L’attuale giunta insediatasi 4 anni fa, ha realizzato assai poco di quanto ha promesso in campagna elettorale. La Lega, da sempre attenta agli umori del territorio, si è probabilmente resa conto della progressiva insofferenza che si respira in città per l’attuale giunta, ma ha le mani legate. Il primo suo limite sono i consensi sottili che ha storicamente raccolto in città. Anni di Tosi a parte, difficilmente la Lega a Verona città ha superato percentuali di consenso a doppia cifra. In secondo luogo, e qui sta il cuore del problema, la Lega non ha una classe dirigente sulla quale costruire un’alternativa all’attuale governance cittadina. Essa deve stare a rimorchio perché ora come ora non ha figure dello spessore politico tale (e con la volontà) di scendere in campo per il governo della città. Anni di gruppi dirigenti cooptati in base alla maggiore o minore vicinanza del leader locale investito da Milano dell’autorità di comando in ragione della sua vicinanza al leader nazionale hanno lasciato dietro di sé il deserto. A livello regionale sta a testimoniarlo la débâcle della lista della Lega rispetto a quella di Zaia alle scorse elezioni amministrative regionali. Terremoto questo che qualche contraccolpo lo ha dato e lo darà.

Si è smarrito il senso del territorio, inseguendo narrazioni nazional patriottarde e archiviando di fatto le battaglie storiche della lega sull’autonomia e il federalismo, ma questo si sapeva già. Il problema è che ora i nodi vengono al pettine e il movimento, il quale è in un vicolo cieco pressato com’è dell’aggressiva competizione con il partito della Meloni, per dar conto della sua esistenza deve intestarsi le battaglie sui cani pakistani. Quando se volesse avrebbe praterie immense in cui spaziare. Salvini, stando nel governo Draghi, deve muoversi come un cane legato alla catena e non può sfoderare tutto l’armamentario della sua retorica gentista.

E la Meloni, con le mani libere perché fuori dal governo rosicchia consensi settimana dopo settimana. L’alternativa ci sarebbe: liquidare la fase nazionalista prendendo atto del fallimento della “marcia verso sud” e tornare alle battaglie originali della Lega, battaglie delle quali ora al nord ci sarebbe estremo bisogno. Ma è un’alternativa che oggettivamente non crediamo possibile venga praticata da Salvini. Nel frattempo, a Verona, l’ombra lunga di un certo Flavio Tosi si allunga sulle elezioni amministrative 2022 e sui turbamenti del suo ex partito…

Luca Comper
Architetto, appassionato di troppe cose da poterle riassumere nello spazio di una schermata del PC, ma in particolare di arte, politica e storia. Ha lo stesso rapporto con il giornalismo di quello che ha uno scafista con la marineria. Indipendentista to the core, il suo motto è "Ho costruito la mia causa in abuso edilizio"