FEDERALISMO & INDIPENDENZA | Approfondimento Politico

Salvini e l’esproprio proletario: l’Italia populista sembra una repubblica popolare

Vi svegliate una mattina e, mentre bevete il vostro tè mattutino qualcuno bussa alla porta. Aprite e ci sono due poliziotti che vi annunciano:

Agente: La sua azienda non è più sua.

Voi: E di chi è?

Agente: Del popolo italiano

Molto probabilmente pensereste che è scoppiata la rivoluzione proletaria la sera prima. Circa, però qui si chiama “rivoluzione del buonsenso”.

La proposta, presentata dal vicepremier Salvini in persona, prevede che se lui vi considera un marchio storico la vostra azienda non appartiene più a voi, ma al popolo italiano. Grazie ad alcune fonti abbiamo ricostruito l’uniforme indossata quel giorno dal vicepremier.

La proposta, oltre che inapplicabile (se Pernigotti apre una sede in Turchia e incarta i prodotti come Pernigotti che si fa? Bombardiamo? Al massimo possiamo bloccare i prodotti al confine, cosa probabilmente infattibile se l’azienda producesse nell’Unione europea, danneggiando comunque il consumatore), è semplicemente definibile in una parola: comunista.

Che Salvini fosse più vicino a Maduro che alla Thatcher era cosa nota, ma non ci aspettavamo una mossa così palesemente comunista. Per dirla come il professor Bassani “Salvini era il capo dei comunisti padani. Poi ha smesso di credere nella Padania.”

Qualcuno, a prima vista, potrebbe vederla come una buona proposta. Ma non lo è, per una semplice ragione: Non esistono marchi italiani.

Esistono marchi di cittadini italiani. Cittadini che si sono fatti il mazzo per portare la propria azienda ad un livello tale da creare lavoro e da avere un buon nome.

Lo Stato, nel frattempo, li ha solo derubati per pagare mancette, sussidi e simili amenità.

Nel momento in cui il cittadino decide di tratte profitto dalla sua azienda vendendola arriva lo Stato e si appropria del marchio, creato dal cittadino con sudore, nel nome del popolo.

Trattasi di una forma di esproprio proletario che renderà investire in Italia molto arduo: Chi investirà in Italia sapendo che magari, tra 30 anni, avrà enormi difficoltà a vendere grazie a leggi del genere? Per evitare che qualcuno, in futuro, perda il lavoro impediamo a milioni di Euro di entrare in Italia.

Se vogliamo diminuire le delocalizzazioni dobbiamo dare più opportunità, anche ad eventuali acquirenti stranieri, il che vuol dire meno tasse, specie sul lavoro, e meno regolamentazioni. Esistono anche varie altre possibilità per incentivare a restare in Italia, i territori e la loro società civile potrebbero fondare cooperative e comprare le aziende a rischio ad esempio, oppure nei casi in cui la fabbrica resta vuota si può concedere un prestito agevolato se i lavoratori presentano un coerente piano industriale, contrattando sul marchio con chi l’ha comprato o creandone uno nuovo.

Ma sarà sempre parte delle regole del gioco, il libero mercato, che qualcuno venda il suo lavoro a qualcun altro, magari perché non ha eredi o semplicemente vuole vivere di rendita. Suo lavoro, sottolineo, e non dello Stato, che non ha alcun diritto di espropriarglielo per darlo al Popolo.

Tranne in uno Stato comunista, dove siamo tutti sudditi dello Stato, dove se lavoriamo è grazie allo Stato, se mangiamo è grazie allo Stato e lo Stato ha diritto di decidere la nostra vita, la nostra morte e i nostri miracoli.

Ma è questo ciò che vogliamo per il futuro?

Informatico di giorno, spietato liberista che brama la secessione del Nord di notte. Con la libera circolazione, dato che amo la pizza.

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