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	<title>Luca Comper &#8211; LA VOCE DEL NORD</title>
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	<description>FEDERALISMO &#38; INDIPENDENZA &#124;  Approfondimento Politico</description>
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	<title>Luca Comper &#8211; LA VOCE DEL NORD</title>
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		<title>LO SCIAME</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Comper]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Sep 2022 13:43:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il campo del CDX italiano post “mani pulite” ha avuto una serie di fasi egemoniche. A partire da quella berlusconiana, iniziata con la “discesa in campo” nel 1994 e terminata</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il campo del CDX italiano post “mani pulite” ha avuto una serie di fasi egemoniche. A partire da quella berlusconiana, iniziata con la “discesa in campo” nel 1994 e terminata di fatto con le dimissioni del governo “Berlusconi IV” nel novembre del 2011 e “de iure” nel 2013 con la condanna di Berlusconi nel procedimento Mediaset. Successivamente, dopo l’interregno dei governi tecnici e di CSX si è aperta la (brevissima) fase di egemonia leghista, iniziata con le elezioni politiche del 2018, nelle quali a livello nazionale superò per la prima volta FI, e chiusasi nell’estate del 2019 con la “crisi del Papeete”. A posteriori è facile ora osservare come dopo il Papeete per la Lega salviniana sia iniziata una stagione caratterizzata da una serie di prove di forza tentate e fallite dalle quali Salvini usciva ogni volta indebolito politicamente, seppur sempre ben saldo sul ponte di comando del partito, per ragioni che non stiamo a esaminare in questa sede.</p>
<p>Tra poche settimane, in occasione delle elezioni politiche anticipate, si aprirà la fase egemonica targata Fratelli d’Italia. Le rilevazioni demoscopiche, pur non essendo ancora voti, danno il partito della Meloni leader tra i movimenti di CDX e in testa nelle preferenze di voto degli italiani, con la possibilità di compiere un clamoroso sorpasso sulla Lega proprio nelle regioni del nord che ne furono la roccaforte. Banale osservare come ad ogni aumento della percentuale di consenso di FdI corrisponde un calo dei consensi della Lega. Il bacino di utenza è il medesimo e senza ipotizzare improbabili transumanze di voto dal PD o da M5S in direzione dell’ultimo brand della destra post missina, è facile rendersi conto di come i consensi che stanno arrivando al partito della Meloni provengano in massima parte dal movimento di Salvini e, in misura minore, da FI. Come in fisica, anche in politica nulla si crea e nulla si distrugge. Tutto si trasforma.</p>
<p>Per capire appieno la situazione in cui si trova la destra italiana occorre fare qualche passo indietro, e tornare al marzo del 2009, quando FI e AN si fondono nel “Popolo della Libertà” andando a costituire quello che nelle intenzioni del suo promotore Silvio Berlusconi avrebbe dovuto essere il partito unico di CDX in Italia. In quel momento, salvo formazioni residuali (e marginali), la destra in Italia si trova priva di un partito che la rappresenti. La fusione però è “fredda” e già nel 2010 Fini esce dal PdL per fondare la fallimentare esperienza di “Futuro e Libertà”. Ma i tormenti nel CDX non erano finiti e nel 2012 dall’ormai agonizzante PdL esce anche Giorgia Meloni la quale, con un gruppo di ex AN fonda Fratelli d’Italia.</p>
<p>La destra Italiana all’epoca era priva di un movimento di riferimento e cercava di uscire dall’abbraccio di un berlusconismo ormai in declino. Solo un anno dopo, nel dicembre del 2013, Salvini diventa segretario di quella cha allora si chiamava ancora Lega Nord. Il giovanotto milanese prende in mano un partito devastato dalla malagestione del crepuscolo di Bossi, sconvolto dalla contestazione della “notte delle scope”, ridotto ai minimi termini per quanto riguarda i consensi e, soprattutto, che dopo anni di governo non ha ottenuto assolutamente nulla per quanto riguarda il federalismo, la sua bandiera. A quel punto il giovanotto milanese ha un’intuizione, non si sa bene se casuale (come il prosieguo della sua carriera politica lascia sospettare) o meditata. Per far sopravvivere la Lega, consapevole che dopo anni di fallimenti non era più possibile raccontare la favola del federalismo ai suoi elettori, decide di trasformarla in un partito di destra nazionalista/sovranista/identitaria, andando ad occupare lo spazio politico lasciato (momentaneamente) libero dalle convulsioni della destra post missina la quale, come abbiamo visto, in quegli anni stava cercando di aprirsi una strada tra il berlusconismo ormai al tramonto e la necessità di preservare uno spazio ideale momentaneamente sguarnito. Il piano inizialmente funziona benissimo, e la Lega cattura tutti i voti “identitari” (aka: “di destra radicale”) disponibili, complice la momentanea fase riorganizzazione della destra.</p>
<p>Ma alla lunga la macchina acchiappaconsensi di inceppa, sotto la spinta di due fattori: il fallimento della leadership di Salvini il quale dopo la crisi del Papeete non ne azzecca più una e il riorganizzarsi dei consensi della destra nazionalista attorno al movimento della Meloni, nel frattempo diventato adulto. Del resto, quali sono le differenze tra due movimenti, entrambi sedicenti “identitari” e “nazionalisti” come la Lega e FdI, i quali entrambi hanno più o meno i medesimi slogan? Tuttavia, a parere di chi scrive il successo (per ora solo virtuale) che il brand della destra post missina sta riscuotendo nelle intenzioni di voto ha solo in parte a che fare con il logoramento del leader della lega o con la riserva di credibilità alla quale FdI può attingere essendo rimasto all’opposizione, unico partito del CDX, durante tutta la legislatura. Questi fattori hanno sicuramente avuto un peso, ma l’influenza più grande che ha gonfiato in questi mesi il consenso per FdI deriva dal comportamento “a sciame” dell’elettorato attivo. Distrutti i partiti tradizionali, svilita la militanza da parte di leadership che guidano i movimenti più con l’arma del commissariamento che con il confronto congressuale, archiviata la partecipazione reale fatta di persone e di riunioni di sezione in favore di quella virtuale fatta di “like” sui post social, morte e sepolte le ideologie in favore di un “pensiero” debole che alle Idee sostituisce le narrazioni, l’elettorato si ritrova privo di punti di riferimento stabili, e si comporta come uno sciame di insetti che vola all’impazzata, posandosi di volta in volta sul “prodotto” politico più accattivante rispetto alle sue preferenze contingenti.</p>
<p>La politica 2.0 è il regno del consenso liquido. L’elettorato è divenuto volubile, privo di saldi riferimenti, non fidelizzabile e reagisce, svolazzando come uno sciame appunto, agli slogan offerti come la pubblicità dal mercato politico, che seguono tendenze più simili alle mode contingenti della stagione che a saldi programmi politici. Chiedere per conferma a Renzi o allo stesso Salvini che fine hanno fatto in pochissimo tempo i loro consensi vicini al 40%. Esaurita per manifesta incapacità la stagione dell’egemonia Salviniana e fuorigioco Berlusconi per motivi anagrafici, alla destra in Italia non resta che il sovranismo “ben temperato” (come il clavicembalo di Bach) dall’ammiccare verso Bruxelles della Meloni. Saprà offrire allo sciame un prodotto sul quale potersi soffermare a lungo? Oppure sarà solo una stazione di passaggio. Quel che si può dire è che fino a ora i precedenti giocano a favore della seconda ipotesi.</p>
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		<title>LA SINDROME DELL&#8217;ILLUSTRISSIMO</title>
		<link>https://www.lavocedelnord.net/2022/07/27/la-sindrome-dellillustrissimo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Comper]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Jul 2022 08:07:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[lombardia]]></category>
		<category><![CDATA[Putin]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Parafrasando la massima di un celebre economista renano di origini ebraiche: “uno spettro si aggira per il Veneto, lo spettro dell’illustrissimo”. Mi ero chiesto spesso di dove venisse la fascinazione</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Parafrasando la massima di un celebre economista renano di origini ebraiche: <strong><em>“uno spettro si aggira per il Veneto, lo spettro dell’illustrissimo”.</em></strong></p>
<p>Mi ero chiesto spesso di dove venisse la fascinazione che vasta parte dell’opinione pubblica sedicente <strong><em>“venetista indipendentista”</em></strong> subiva nei confronti delle posizioni filo putiniane. Mi risultava difficile da capire per quale motivo i movimenti autonomisti e indipendentisti europei fossero schierati senza eccezioni dalla parte dell’Ucraina aggredita dalla <strong>Russia</strong> neosovietica di <strong>Putin</strong>, mentre il <strong>Veneto</strong>, che la narrazione mainstream italica raccontava essere la terra del ribellismo, vedeva gli indipendentisti schierati praticamente a falange compatta su posizioni filorusse, volte a giustificare, quando non a plaudire apertamente, “all’operazione speciale” del tiranno asiatico contro l’Ucraina.</p>
<p><strong>Non mi tornava proprio come i sedicenti indipendentisti si prestassero ad essere gli “utili idioti” del Cremlino, come si sarebbe detto ai tempi della cortina di ferro, riferendosi però al PCI di allora.</strong> Non c’è praticamente fesseria della propaganda neosovietica che i venetisti non si bevano; dall’inesistente “genocidio dei russi del Donbass” alla “Minaccia della Nato contro la Russia” che “avrebbe provocato la sua reazione”.</p>
<p><strong>Per quali motivi il sentire venetista, variegato finché si vuole ma a parole anticentralista, può provare simpatie per una tirannia euroasiatica?</strong> (in realtà più “asiatica” che ”Euro”).<br />
La riposta, come molto spesso capita, è nella Storia. Il Veneto ha il servaggio nel DNA.<br />
La fascinazione che larga parte dell’indipendentismo veneto ha per il satrapo orientale che siede al Cremlino non è altro che l’ennesima versione del “lustrissimo” a cui i veneti piegano la schiena da generazioni. Si attaglia perfettamente al mito della <strong>Serenissima</strong>, città stato oligarchica, che aveva due colonie: La “Signoria de Mar” e la “Signoria de Téra”, quest’ultima che dalla riviera Adriatica del Veneto penetrava in profondità in Lombardia. Come il sistema di potere fosse <strong>“veneziacentrico”</strong> è ben noto e non serve tornarci in questa sede. Ci interessa di più osservare come il suo fantasma abbia dato l’imprinting e permeato la cultura e l’immaginario veneto nel corso dei secoli. Una parte del Veneto tutt’oggi si mette in maschera e glorifica le “cernide” di contadini che cercarono di opporsi ai soldati di Napoleone, per difendere i privilegi di censo e di casta dei nobili locali che le guidavano, oppure travestendosi in una sorta di cosplay nostalgico da “schiavoni”, soldati della Repubblica Veneta il cui nome è rivelatore del sentire veneto.</p>
<p>La narrazione del Veneto che china la testa e lavora, paradossalmente, viene proprio da questo retroterra culturale. E &#8211; in questo caso meno paradossalmente &#8211; è la narrazione che più ha fregato (per non usare altri termini più coloriti), il Veneto per secoli. Qualsiasi cosa succederà a un veneto, potrete star certi che mal che vada si lamenterà (oggi ha pure i social che sostituiscono la tradizionale osteria per farlo), ma alla fine chinerà il capo e si metterà a lavorare. “perché gli hanno insegnato così” O più prosaicamente perché è passato da un servaggio all’altro, finendo evidentemente per trovarcisi bene. Il paradosso della narrazione storica veneta è che essa si focalizza sul secolare dominio veneziano, che relegava il Veneto allo status di colonia, piuttosto che su esperienze politiche autenticamente endogene, come ad esempio le Signorie tardomedioevali. Oppure lo stato (tirannico) di quell’Ezzelino da Romano che da morto subì di una pessima stampa. La sottomissione alla secolare dominazione veneziana ha marchiato il DNA dei veneti per generazioni e generazioni.</p>
<p>Volete la controprova? Basta pensare alla divisione nella Lega tra governisti, in buona parte veneti capitanati da <strong>Zaia</strong>, e “rotturisti” che ha tenuto banco prima della sfiducia de facto di <strong>Salvini</strong> a <strong>Draghi</strong>. Tutti i proclami bellicosi dei governisti sono finiti come le famose lacrime nella pioggia del Replicante Roy Batty in “Blade Runner” e tutto è stato normalizzato in un bel “YES” alla dirigenza nazionale. <strong>“L’Illustrissimo”</strong> che sonnecchia in ogni veneto è ciò che conferisce la “dignità”, se la vogliamo chiamare così, agli <strong>“YesMen”</strong> veneti dell’ormai ex carroccio, sempre pronti a rientrar nei ranghi nonostante le lamentele, perché il Veneto obbedisce al capo (e tace) da generazioni. I dogi 2.0 dei veneti ora sono il giovanotto Salvini oppure Vladimir Putin. Infatti, che cosa è se non nostalgia del servaggio la sudditanza di fatto che il Veneto, cassaforte dei voti della Lega, ha sempre avuto nei confronti della Lombardia? In Lombardia da sempre il voto leghista ha la metà del peso che ha in Veneto in termini percentuali, ma praticamente tutte le cariche apicali del movimento sono appannaggio dei Lombardi. Lo stesso “Doge” Zaia della vittoria plebiscitaria con quasi l’80% dei consensi dei votanti, che per un certo periodo è stato visto come possibile “antisalvini”, in realtà non ha nessunissima intenzione di puntare alla segreteria del partito, sembrando quasi preferire il ruolo più defilato del n° 2. Zaia è un veneto e in fin dei conti i veneti sono persone semplici, un po’ come li disegnano nelle barzellette. E come tutte le persone semplici hanno bisogno di poco. Soprattutto hanno bisogno di qualcuno da chiamare “Lustrissimo”., a Venezia, a Milano o a Mosca.</p>
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		<title>A chi va Verona ? ? ?</title>
		<link>https://www.lavocedelnord.net/2022/06/21/a-chi-va-verona/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Comper]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Jun 2022 07:19:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>All’interno centrodestra italiano Verona si propone come un biotopo particolare. Il primo turno della tornata amministrativa appena concluso vede giocarsi la partita del ballottaggio per la poltrona di primo cittadino</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>All’interno centrodestra italiano <strong>Verona</strong> si propone come un biotopo particolare. Il primo turno della tornata amministrativa appena concluso vede giocarsi la partita del ballottaggio per la poltrona di primo cittadino tra il sindaco uscente <strong>Federico Sboarina</strong> al 32% e la vera sorpresa di queste elezioni: il candidato civico del centrosinistra, l’ex calciatore del Verona e della Roma <strong>Damiano Tommasi</strong>. <strong>Flavio Tosi</strong> presentatosi con un progetto civico sostenuto da <strong>Forza Italia</strong> non centra l&#8217;obiettivo di arrivare al ballottaggio ma ne centra uno forse altrettanto importante: spariglia le carte del centrodestra veronese e di conseguenza di quello nazionale. Tosi ha concepito la trappola perfetta per Sboarina, il quale a risultato acquisito ha immediatamente dichiarato che non avrebbe dialogato con il suo ex sindaco (ricordiamo che Sboarina fu assessore nella giunta Tosi 1) ma si sarebbe rivolto direttamente a Forza Italia. E qui arriva il colpo di teatro di Tosi che con tutte le sue liste confluisce in Forza Italia, benedetto da <strong>Berlusconi</strong> in persona, e aprendo alla possibilità di un accordo per sostenere Sboarina secondo turno, tramite un apparentamento formale. Tosi così avrebbe di fatto lanciato un&#8217;opa ostile all&#8217;attuale maggioranza di centrodestra.</p>
<p>Infatti, con un apparentamento formale in caso di vittoria i suoi consiglieri sarebbero stati determinanti per il raggiungimento della maggioranza a palazzo Barbieri, pesando proporzionalmente per circa il 40% della compagine di centrodestra. il sindaco uscente sostenuto da una maggioranza della quale fanno parte <strong>Fratelli d&#8217;Italia</strong> e <strong>Lega</strong> oltre ad alcune liste civiche, di apparentamento formale non vuole nemmeno sentire parlare, ben consapevole che in tal caso Tosi avrebbe giocato con lui per 5 anni come il gatto col topo. Quindi in luogo di un apparentamento formale ha proposto un accordo basato su alcune posizioni in giunta che sarebbero toccate ad assessori Tosiani. Un accordo di paglia, perché sappiamo bene che essendo l&#8217;assessore nominato con decreto fiduciario del sindaco, e non avendo bisogno dei voti dei tosiani in consiglio comunale, Sboarina avrebbe potuto liberarsi degli incomodi alleati non appena avesse creato un pretesto. Tuttavia, in caso di sconfitta, aver rifiutato l&#8217;apparentamento formale con i tosiani avrebbe fatto di lui l&#8217;uomo che ha consegnato la città alla sinistra secondo lo scenario apocalittico evocato dai pasdaran dello stesso Sboarina, i quali vedono nel caso di una vittoria del candidato sindaco Tommasi, cattolico praticante con 6 figli e benissimo introdotto nel mondo del sociale, <strong>i cosacchi gender con i baffi come quelli di Freddie Mercury e il mascara attorno agli occhi</strong> abbeverare i loro cavalli alla Fontana di piazza Bra. Giocata “win win” per Tosi e situazione molto difficile per Sboarina, aggravata dal fatto che la leadership nazionale del suo partito ha esercitato fortissime pressioni per convincerlo a un accordo con Tosi. Pressioni alle quali richiamandosi a un astratto ideale di coerenza il sindaco uscente ha resistito.</p>
<p>Ideale di coerenza che curiosamente non ha applicato nel caso dei voti delle liste novax, in primis quella guidata dall&#8217;ex consigliere comunale della Lega <strong>Zelger</strong>, alle quali a quanto pare Sboarina non ha alcuna remora a chiedere i voti, pur essendosi definito il sindaco che ha salvato Verona dal Covid. Sarà curioso vedere quale sarà la piattaforma comune. Giova ricordare che Federico Sboarina fu eletto come candidato civico e solo successivamente prese la tessera di Fratelli d&#8217;Italia, aderendo al movimento di Giorgia Meloni. In tal modo avendo dismesso i panni di candidato civico per quelli dell&#8217;uomo di partito si è assoggettato alla disciplina di tale partito, secondo quelle che sono le regole basilari della politica. Da questa vicenda si possono fare alcune considerazioni riguardo a Giorgia Meloni, considerata la vera vincitrice di questa tornata elettorale, la quale punta con molta decisione alla guida del centrodestra nel 2023. La vicenda veronese lascia qualche dubbio sulle capacità di leadership della Giorgia nazionale. Pare del tutto evidente infatti, come l&#8217;incapacità della Giorgia nazionale di ricondurre alla disciplina di partito un sindaco e per di più debole sul territorio lasci qualche dubbio sulla sua capacità effettiva di esercitare la leadership all&#8217;interno del suo stesso partito. Non dimentichiamo che la lista di Sboarina tra quelle dei candidati sindaci è stata quella che ha raccolto meno preferenze, ben sotto la lista di Tommasi e molto staccata anche da quella di Tosi, segnale dello scarso aplomb sui veronesi che esercita la sua figura. Ma questo non è l&#8217;unico problema che ha Fratelli d&#8217;Italia.</p>
<p>Il partito affluent del centrodestra è inciampato più di una volta in imbarazzanti incidenti diplomatici causati da  candidati che facevano saluto romano e cose (nostalgiche) di questo genere. Una seconda considerazione la dovremmo fare riguardo a <strong>Matteo Salvini</strong>, ex arcinemico di Flavio Tosi ai tempi della rottura di quest&#8217;ultimo con la Lega e che oggi si è trovato in prima linea a perorare un accordo tra Sboarina e Tosi, incentivato anche dal fatto che nel caso di sconfitta dai 5 assessori che l&#8217;accordo pre elettorale prevedeva per la Lega in caso di vittoria dell&#8217;amministrazione uscente, si troverebbe con un misero consigliere comunale di minoranza. Circostanza non può che essere fonte di una certa soddisfazione per coloro i quali si ricordano benissimo di come Tosi fu messo alla porta della Lega anche con il pretesto di aver “portato dentro i fascisti” e poi hanno visto la Lega di Salvini ammiccare a tutte le peggiori forme di conservatorismo neo e post fascista che esistessero in Italia (e anche all&#8217;estero).</p>
<p><strong>Il dolce sapore della rivincita</strong>. Se una cosa si può dire della Lega è che questo è il punto di caduta della sua ormai non più tanto gloriosa parabola di partito portatore delle istanze territoriali del Nord, almeno a Verona. Ma basta guardare un po’ più a est per chiedersi chi mai ha potuto mettere in testa a Salvini che Padova fosse contendibile al PD. E non dimentichiamo che la chiusura dell’accordo per Padova con FdL fu il motivo per il quale la Lega non fece l’accordo (malvisto da Zaia) con Tosi prima delle amministrative. Se queste sono le premesse l&#8217;unità del centrodestra le elezioni rischia di essere una chimera piuttosto che una certezza. Se una considerazione finale si può trarre da tutto ciò è quanto siano ormai completamente avulse del territorio le leadership nazionali. Chiunque avesse vissuto questi anni a Verona, saprebbe perfettamente che qualsiasi accordo tra Tosi e Sboarina sarebbe stato pura utopia a causa della fortissima avversione personale tra i due (e sto usando un termine molto eufemistico). Peculiarità che le leadership nazionali ignoravano completamente e che sono solo un&#8217;ulteriore dimostrazione tra le 1000 possibili di quanto la politica oggi sia staccata dal territorio.</p>
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		<title>Matteo nel vaso di vetro</title>
		<link>https://www.lavocedelnord.net/2022/02/04/matteo-nel-vaso-di-vetro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Comper]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Feb 2022 11:31:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Lega]]></category>
		<category><![CDATA[lega nord]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Matteo Salvini ha avuto un’intuizione brillante. Diviene segretario della Lega (al tempo ancora “Nord”) nel 2013, dopo il terremoto della “Notte delle scope” che chiuse la stagione bossiana, affondata sotto</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Matteo Salvini</strong> ha avuto un’intuizione brillante. Diviene segretario della Lega (al tempo ancora “Nord”) nel 2013, dopo il terremoto della <strong>“Notte delle scope”</strong> che chiuse la stagione bossiana, affondata sotto il peso degli scandali, di una gestione nepotistica del movimento e, cosa magari poco piacevole da ricordare ai nostalgici della “Lega di Lotta” del senatur, per non aver ottenuto assolutamente nessun risultato in termini di federalismo dopo essere stata per 15 anni al centro del sistema politico Italiano (e in questa frase c’è scritto il motivo del fallimento).</p>
<p>Una volta sul ponte di comando del movimento che fu lo stakeholder delle istanze del Nord, Salvini comprese che esso si trovava in un vicolo cieco, ridotto com’era a percentuali di consenso da prefisso telefonico. Per uscirne intuì che esisteva una sola possibilità: occupare i territori che il frazionamento della destra post missina aveva lasciato liberi e trasformare la Lega da un movimento federalista su base locale in un movimento nazionalista su base nazionale. Il gioco inizialmente funzionò benissimo, grazie al talento da animale da campagna elettorale permanente del quale Salvini indiscutibilmente è dotato e al fatto che FdI (fondata nel 2012) all’epoca stava muovendo i primi passi nel palcoscenico della politica italiana.</p>
<p>Alle elezioni politiche del 2018 la Lega superò il 17% dei consensi e andò al governo con M5S. Arrivò la stagione della campagna elettorale permanente di governo, nella quale Salvini ministro dell’interno passava più tempo a fare dichiarazioni sui media che nel suo ufficio al Viminale e la Lega nelle rilevazioni demoscopiche superò il 30% dei consensi. Il resto lo conosciamo benissimo:  il Papeete, la crisi del governo populista e la progressiva e apparentemente inarrestabile erosione del patrimonio “virtuale” di consensi che era stato raccolto. A suggello di uno slittamento continuo, in questi giorni abbiamo assistito a una gestione farsesca e dilettantesca della partita del Quirinale, da parte di Salvini, il quale autoproclamatosi “kingmaker” ha rimediato la peggiore sconfitta politica della sua carriera. Che è successo? È successo che “il capitano” ha provato su di sé gli effetti della volatilità del consenso, peculiarità della politica moderna.</p>
<p>Terminata l’era delle ideologie e dei raggruppamenti basati su sistemi valoriali forti, il consenso è diventato estemporaneo, volatile come un gas. È una bolla, che viene gonfiata dalla speculazione sul tema del momento salvo poi esplodere, come tutte le bolle.  Il consenso è un trend social: tanto rapidamente monta sull’onda dell’hashtag del momento e altrettanto repentinamente si sgonfia all’apparire di una nuova parola d’ordine, più “cool” e accattivante.  Se ne è accorto il capitano, passato nelle rilevazioni demoscopiche dal quasi al 40% dei consensi ai tempi del Papeete alle percentuali simili a quelle delle elezioni 2018 che sono rilevate nelle indagini più recenti. Metà dei consensi più o meno virtuali che sono stati acquisiti dalla lega dopo il 2018 sono stati consumati.</p>
<p>Inoltre, il progetto di occupare gli spazi della destra “radicale” poteva funzionare finché l’offerta politica di ascendenza ex missina non si fosse riorganizzata, ma non appena FdI ha iniziato a radicarsi, ha anche iniziato a dragare voti “sovranisti” che avevano trovato un, a quanto pare momentaneo, approdo nella Lega. Salvini, nel far virare a destra il movimento,  non si è posto il problema della quantità di spazio politico da occupare. Era ragionevole pensare che un 40% dell’elettorato si riconoscesse in una offerta politica di destra radicale e sovranista – patriottarda? Probabilmente no, e infatti quando un movimento più attrezzato dal punto di vista del retroterra culturale lo ha sfidato, i consensi hanno iniziato a calare. Salvini in qualche modo si è reso conto che non può esserci “una poltrone per due” nello spazio politico della destra radicale e sovranista italica e in qualche modo la sua surreale idea di fondare un GOP all’italiana ne è indizio. Idea, ci sentiamo di dire, assai poco rispettosa di un partito che ha una storia come quella del Partito Repubblicano USA.</p>
<p>Il problema di Salvini è prettamente politico. Liquidato il tema del federalismo, nel momento in cui viene incalzato da destra dalla Meloni, la quale stando fuori da governo Draghi ha spazi di movimento che la Lega di governo non ha, e una volta sgonfiatasi l’onda populisita che aveva cavalcato nel 2018, si trova nella situazione della mosca intrappolata in un barattolo che sbatte in continuazione contro il vetro senza poter uscire. La tragicommedia delle candidature al Quirinale gestite da Salvini come fosse un reality show ne è la summa.</p>
<p>L’impressione è che Il Capitano, non da oggi, sia intrappolato in un loop che lo costringe a cercare continuamente la prova di forza che invariabilmente fallisce e lo lascia ogni volta più debole. Capitò con la sfiducia del Papeete, con le fallite prove di forza alle amministrative del 2020 e del 2021 ed è capitato con l’ingenuo tentativo di proporsi “kingmaker” dell’elezione presidenziale. Il prossimo turno sono le elezioni amministrative del 2022. Può rischiare di trovarsi ancora con un pugno di mosche in mano? La verità forse è più banale di quanto non si possa immaginare; ovverosia che essere un animale da campagna elettorale non fa di te un buon politico. E Salvini, nonostante fino oggi abbia vissuto di politica e nella politica, pare non aver appreso i rudimenti basilare del mestiere del politico. Non è cosa sua, probabilmente. E quindi ora si trova in mezzo a un guado, incerto su cosa fare da grande. E, magari, con un po’ di rimorso per esser stato il boia del movimento che era stato stakeholder delle istanze del Nord, del quale ora come ora ci sarebbe un gran bisogno. L’eclisse ormai in corso del salvinismo aprirà la strada a un ritorno dei temi che furono la linfa ditale della Lega orgogliosamente Nord?</p>
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		<title>Le riserve sono in riserva</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Comper]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Nov 2021 14:29:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le riserve della Repubblica sono in riserva. Quello che può sembrare un gioco di parole è la realtà che si cela dietro il governo Draghi. L’ex governatore della BCE era</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Le riserve della Repubblica sono in riserva. Quello che può sembrare un gioco di parole è la realtà che si cela dietro il governo Draghi. L’ex governatore della BCE era l’unica (l’ultima?) personalità spendibile in possesso di autorità e competenze tecniche tali da poter guidare un governo che nei fatti è di Salvezza Nazionale. Dopo Draghi il diluvio? Sembrerebbe, se le forze politiche si stanno contorcendo nel tentativo di prolungarne l’esperienza facendolo transitare allo scadere della legislatura dal Consiglio dei Ministri al Quirinale. Incarico dall’alto del quale il SuperMario nazionale potrebbe esercitare la sua “moral suasion” su qualsiasi governo. Disegno che tuttavia pare fallito, dal momento che Mattarella si è dichiarato indisponibile a un “mandato – ponte” che consenta a Draghi il cambio di palazzo allo scadere della legislatura nel 2023. Allora “Che fare?” (come scriveva Lenin)?.</p>
<p>L’opinione di chi scrive è che per una prospettiva indipendentista/confederalista è più interessante capire i motivi per i quali si è arrivati all’attuale situazione di crisi, piuttosto che cercare di decifrare come le sempre più deboli forze politiche si ingegneranno di uscirne. Questo perché capirne la genesi può dare utili spunti per una strategia d’azione. Un punto fondamentale: l’attuale crisi politica è in primo luogo e soprattutto una crisi sistemica dello stato-Italia. Draghi è solo l’ultima edizione, tecnocratica e “cool”, di una figura che tanta parte ha avuto nella storia Italica: “L’Uomo della Provvidenza”. Attenzione, con questo non si vuol dire che l’attuale premier è in qualche modo il prodotto di nostalgie autoritarie, quanto piuttosto che è l’ultimo di una serie di personalità chiamate a fronteggiare situazioni “eccezionali” che da almeno 20 anni si ripetono con una regolarità tale da farle diventare ordinarie. È una figura in qualche modo patologica, perché è il sintomo di una situazione di malessere cronico delle istituzioni, la quali non più in grado di esercitare la funzione di governo, sono costrette a rivolgersi a “personalità”, le “Riserve della Repubblica”, appunto, che esercitino la funzione di supplenza. Amato, Dini, Monti e ora Draghi sono arrivati, specie gli ultimi due, per mettere una pezza in situazioni disastrose.</p>
<p>Qualcuno si ricorda il titolo disperato del Sole 24 ore prima dell’insediamento di Monti? Lo stesso Berlusconi fu in un certo qual modo un “uomo della provvidenza” nel momento in cui dalla tabula rasa fatta da mani pulite seppe trarre un nuovo CDX che fu egemone per almeno 10 anni complessivamente. Prima di lui, l’Uomo della Provvidenza per antonomasia fu LVI: Benito Mussolini. In mezzo, 44 anni di Guerra Fredda che misero in ibernazione la politica dell’€pa divisa in blocchi. E infatti, i problemi cominciarono quando i Blocchi non ebbero più ragione di essere. Più che “incominciarono”, ritornarono, perché in Italia non erano mai stati risolti.</p>
<p>Questi problemi li conosciamo tutti, ne abbiamo scritto più volte: alto debito causato da politiche clientelari aventi lo scopo di fidelizzare a uno Stato a debole legittimazione vasti settori della società, debolezza di istituzioni parlamentari costruite sul modello consociativo, mancanza di un autentico decentramento decisionale e amministrativo e così via. A tutto ciò si aggiunge la polverizzazione dei movimenti politici che, dopo lo scioglimento dei blocchi, ha riguardato praticamente tutto il cosiddetto “arco costituzionale”. Inoltre, si è aggiunta una cronica incapacità di riforma delle Istituzioni, dovuta sostanzialmente a due ragioni; i vincoli costituzionali e il conservatorismo della classe politica e di vasti settori della società, ostili a qualsiasi mutamento dello status quo. Questa situazione non è solamente frutto di una crisi delle istituzioni statali, ma è anche e soprattutto una crisi de senso dello stato – Italia. Una forma statale a basso grado di legittimazione che si è mantenuta assieme per 160 anni grazie a una serie di piccoli e grandi “stati di eccezione”. Il Fascismo prima e la Guerra Fredda poi mantennero per più di 60 anni come in ibernazione la vita politica italiana. E, se leggiamo il primo come un tentativo di fondare una coscienza nazionale per mezzo della Statolatria, capiamo meglio come mai la sua nostalgia sia ancora ben presente nell’Italia repubblicana. Draghi è l’ultima in ordine di tempo (o l’ultima in assoluto?) delle “personalità” che sono state chiamate al “capezzale della Repubblica”, utilizzando una metafora clinica del giornalismo mainstream che inconsciamente svela la situazione patologica del paese. Occorre farsi poche illusioni sulla narrazione di un rinascimento “post Covid”. L’Italia è un paese indebitatissimo, ancor più indebitato dopo il Covid, che demograficamente si contrae e pensare che con una curva demografica irreversibilmente in declino si possa produrre tanta ricchezza da ripagare il debito accumulato da generazioni in spese clientelari è semplicemente ridicolo.</p>
<p>Una situazione emergenziale ricorrente non è più un’emergenza, è una regolarità. Ma d’altro canto questa situazione fornisce eccellenti prospettive per una linea di azione indipendentista/autonomista. Il piccolo Leviatano nato 160 anni fa è debole e vecchio, quale momento migliore per impegnarlo infiltrandosi nelle maglie della sua arrugginita cotta?</p>
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		<title>La Lega e le Leghe</title>
		<link>https://www.lavocedelnord.net/2021/09/29/la-lega-e-le-leghe/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Comper]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Sep 2021 10:20:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Lega]]></category>
		<category><![CDATA[leghe]]></category>
		<category><![CDATA[opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Salvini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quante Leghe ci sono? C’è la Lega (non più nord) di Salvini, movimento sovranista di fatto indistinguibile dal brand dell’ultimo spin off del postfascismo missino: Fratelli d’Italia. C’è l’antica Lega</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Quante Leghe ci sono?</strong> C’è la <strong>Lega (non più nord) di Salvini</strong>, movimento sovranista di fatto indistinguibile dal brand dell’ultimo spin off del postfascismo missino: Fratelli d’Italia. C’è l’antica <strong>Lega Nord</strong>, ancora in parte contenuta nella Lega di Salvini, un movimento ribellistico nei propositi ma che di fatto occupò il bacino elettorale della vecchia DC al collasso della prima repubblica, ma che almeno aveva il merito di essere lo stakeholder delle istanze del Nord. C’è poi la divisione tra <strong>Lega Lombarda</strong> e Liga Veneta, sottotraccia e mai dichiarata ufficialmente ma sempre presente, con i Veneti che pigliano i voti e i Lombardi che occupano le posizioni di peso nel partito. A queste suddivisioni se ne sovrappone un’altra latente ma che l’emergenza sanitaria del Covid ha portato in superficie: la divisione tra eletti in parlamento ed eletti negli enti locali. I primi dovendo la loro elezioni al segretario che li ha piazzati in liste bloccate, sono fedeli adepti della sua linea. I secondi che i voti se li devono cercare uno a uno sul territorio in elezioni nominali, talvolta sono critici riguardo alle posizioni “ufficiali” del partito (aka “del segretario”).</p>
<p>Così da un lato ci sono i parlamentari della Lega eletti a Roma, militarmente allineati alla oggettivamente surreale linea critica del segretario riguardo al <strong>Green Pass</strong>; (pur votando disciplinatamente i provvedimenti del governo di cui fanno parte). Dall’altro invece ci stanno gli amministratori locali, “in prima linea” nella lotta contro il morbo il quali non perdono occasione di rimarcare quanto sia fondamentale il rispetto dei provvedimenti restrittivi del governo. Tutti questi “distinguo” per essere unificati hanno bisogno di un minimo comun denominatore. Nel caso della Lega questo fattore fino ad oggi è stato lo stesso Salvini. Il segretario ha preso in mano una lega al lumicino, travolta dagli scandali e dal fallimento nel perseguire gli obiettivi di autonomia del nord e l’ha portata dal 3,5% a cui l’ha trovata fino all’attuale 22% circa, passando per i fasti del 34% dell’era del Papeete.</p>
<p>Tradotto: finché il segretario macina consensi le fratture ci sono ma se ne stanno sopite. In questo senso un passaggio importante saranno le prossime elezioni amministrative di ottobre, dove il CDX nazionale rischia di pigliare un secco 5 a 0 nei capoluoghi più importanti in favore del CSX. Presagendo già un filotto di risultati negativi per i candidati sindaci di CDX, almeno a Milano, Bologna, Roma e Napoli, le amministrative di autunno saranno in realtà l’occasione di misurare chi ha più consensi tra Lega e FdI. Basta scorrere i sondaggi degli ultimi mesi per rendersi conto che gli unici spostamenti pesanti di voti che si sono registrati tra i partiti e movimenti rappresentati in Parlamento sono stati quelli tra Lega e FdI, in favore di FdI. Obiettivo del movimento di Giorgia Meloni e quello di scalzare il partito di Salvini dal podio di leader della coalizione di CDX. In questa prospettiva, le amministrative di primavera avranno una importanza ancora maggiore, specie nel caso di una débâcle del CDX a quelle imminenti di autunno.</p>
<p>Pare ovvio che, a fronte di un magro carniere ottenuto nella tornata amministrativa di autunno, i due partiti – competitor del CDX nazionale sotto la superficie degli accordi di alleanza (che tuttavia non hanno impedito alla Lega di fare due governi senza FdI e uno senza FI) non si risparmieranno randellate per mettere il proprio vessillo sulle amministrazioni locali che saranno in gioco.</p>
<p>In quest’ottica si spiega la rinnovata attrazione tra Salvini e Tosi a Verona, in prospettiva delle elezioni amministrative 2022, che potrebbe portare al rientro nell’orbita leghista dell’ex sindaco di Verona ed ex segretario nazionale veneto per strappare la città all’attuale sindaco Sboarina il quale è di area FdI.</p>
<p>A tutto ciò si è aggiunta la notizia di questi giorni che Luca Morisi non collabora più con Salvini per la gestione della sua comunicazione del web. I motivi “li sa solo Dio”, ma pare oggettivamente difficile che non abbia pesato il calo dei consensi registrato dalla Lega nell’ultimo anno. Calo che, a quanto pare, la “Bestia” di Morisi non è riuscita a arginare.</p>
<p>Chi scrive da queste pagine ha avuto modo più volte di manifestare le sue perplessità riguardo la reale efficacia della macchina di comunicazione social di Morisi nel mobilitare il consenso a favore di Salvini. Per convincersene basta sovrapporre i sondaggi alla striscia temporale del governo Conte 1. La Lega tocca l’apice del suo consenso alle elezioni Europee del maggio 2019, arrivando al 34,3%, con Salvini ministro dell’interno che stava sui giornali e sulla TV praticamente tutti i giorni a reti unificate. Il governo Conte 1 cade il 5 settembre 2019 perché la Lega gli ritira il sostegno e a maggio 2020 il partito di Salvini fuori dal governo ha già perso il 10% dei consensi generali, attestandosi al 24,3%. Percentuale dalla quale poi non ha fatto altro che scendere. Che ci dice questo? Prima di tutto che il suo elettorato non ha capito lo strappo del Conte 1 ma soprattutto che i voti Salvini, più che sui social, li piglia ancora con i vecchi a collaudatissimi metodi della prima repubblica: stando esposto mediaticamente sui media mainstream tradizionali giornali e TV tutti i giorni. Una volta uscito dal governo e finito nel cono d’ombra, il consenso si è eroso, bestia o non bestia. E questo, per chi crede che la politica sia fatta prima di tutto di partecipazione e territorio e non di post sui social, è un fatto estremamente incoraggiante.</p>
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		<title>The matter with Marcato</title>
		<link>https://www.lavocedelnord.net/2021/08/20/the-matter-with-marcato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Comper]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Aug 2021 11:04:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Durigon]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Zaia]]></category>
		<category><![CDATA[Marcato]]></category>
		<category><![CDATA[opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Tosi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“The matter with Marcato”, potrebbe quasi essere il titolo di un serial USA. Invece è solo l’ultimo capitolo del romanzo che racconta il logoramento del brand della Lega ormai non</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>“The matter with Marcato”</strong>, potrebbe quasi essere il titolo di un serial USA. Invece è solo l’ultimo capitolo del romanzo che racconta il logoramento del brand della <strong>Lega</strong> ormai non più nord, ma che per il Nord fu un punto di riferimento non solo politico ma soprattutto ideale. Vediamo che è successo.</p>
<p><strong>Roberto Marcato</strong>, il pitbull di <strong>Zaia</strong> ai tempi della scissione di <strong>Tosi</strong> ora sulla poltrona dell’assessorato Regionale del Veneto alle Attività Produttive, è stato oggetto di attacchi personali, provenienti da ambienti che possiamo definire <strong>“nostalgici del ventennio”</strong>, a causa di un suo post sui social con il quale commemorava la figura di Gino Strada, fondatore di “Emergency” scomparso in questi giorni. E non certo conservatore, per usare un eufemismo. Tanto è bastato ai i nostalgici del ventennio per prendere di mira l’assessore Marcato con uno striscione appeso sulla recinzione dello stadio di Padova e uno shitstorming sui social.</p>
<p><strong>L’assessore si è subito s-marcato dai contestatori proclamando che nella Lega i “Fascisti” non hanno ragione di essere</strong>. Benissimo. Sarebbe però opportuno che lo spiegasse pure al suo collega di partito Durigon, sottosegretario del governo Draghi e uomo forte di Salvini nel Lazio, il quale ha avuto l’incomprensibile trovata di proporre il cambio di intitolazione di un parco comunale a Latina da “Falcone e Borsellino” a “Arnaldo Mussolini” (fratello minore di “LVI”).</p>
<p>Ora, a parte che alzi la mano chi sapeva che il DVCIE avesse un fratello, non si capisce francamente il motivo di una trovata così dadaista se non quello di attirare il voto dei tradizionalmente forti ambienti “nostalgici del fascismo” laziali. Ma <strong>la “liaison” tra la lega a trazione sovranista di Salvini e gli ambienti della destra radicale è ormai di antica data e ha generato un’osmosi a tutti i livelli</strong>. Dalle cene di Salvini con lo stato maggiore di Casapound alle porte aperte quando non addirittura spalancate del partito agli esponenti della destra radicale.<br />
Qualche esempio? A Verona è da poco entrato in lega il consigliere comunale Andrea Bacciga, molto noto in ambito locale soprattutto per un processo che lo vede imputato per una questione filosofica di angoli di inclinazione e di braccia tese, oltre che per le sue posizioni nostalgiche del ventennio. Il suo trasbordo in Lega è avvenuto con la sponda dell’onorevole Vito Comencini, a suo tempo vicinissimo all’ex ministro Fontana, insieme al quale fa parte di quella “corrente” della Lega che guarda esplicitamente alle esperienze dei governi autoritari e illiberali eurasiatici. Osmosi lega-destra radicale che fanno un po’ sorridere se le si pensa venire incoraggiate da parte di quegli stessi esponenti del partito che ai tempi della scissione tosiana accusavano l’ex sindaco di Verona di aver “portato i fascisti in lega”.</p>
<p><storng>I fascisti li avrà anche portai in lega Tosi, ma lui ne è uscito e loro sono rimasti, a quanto pare. Esempi come quello Veronese se ne possono trovare praticamente su tutto il territorio nazionale. La lega, almeno fino alla risalita nei consensi del suo competitor Fratelli d’Italia, è stata il un porto di approdo per frange consistenti di elettorato proveniente dalla destra radicale, e pure di personale politico che si era “fatto le ossa” nei medesimi ambienti. Ora, non è chiaro a chi fosse rivolto il “grido di dolore” di Marcato contro i “fascisti in lega”. E non è nemmeno chiaro se a questo punto ci dobbiamo aspettare Pillon supporter del DDL Zan, con tanto di foto sui social e scritta sul palmo della mano. Affermazioni così, fatte da un esponente della lega di Salvini, che in questi anni è passato dal “Và Pensiero” all’inno di Mameli e da “Padania Libera” a “viva l’Italia” è un po’ come sentire Pol Pot dire “Fuori i khmer rossi dalla Cambogia”.</storng></p>
<p>Solo ora taluni si sono risvegliati, come la bella addormentata nel bosco, e hanno realizzato che quello che era un partito a vocazione libertaria, federalista e europeista è diventato un porto sicuro per i pronipotini di ideologie che erano vecchie già 50 anni fa? Dove stavano quando Salvini sui social ammiccava un giorno sì e l’altro pure alla destra sovranista per blandirne i voti con schiere di supporters nostalgici, i quali riempivano la sua timeline di più foto di Mussolini rispetto a quante ce ne fossero appese ai muri di Roma nell’Italia degli anni 30? Non si sa e Marcato non lo spiega. Ma prima o poi lui e molti altri dovranno spiegare all’elettorato del nord che bell’affare sia stato accasare il partito dove prima piantava la tenda la destra più reazionaria e allo stesso tempo non aver raggiunto nessuno di quelli che erano gli obiettivi delle battaglie storiche del movimento.</p>
<p>Primo fra tutti, il federalismo. <strong>A proposito, qualcuno dica a Zaia che i veneti stanno ancora aspettando il loro “Natale più bello”. Da diversi anni.</strong></p>
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		<title>Il mestiere più bello del mondo?</title>
		<link>https://www.lavocedelnord.net/2021/07/12/il-mestiere-piu-bello-del-mondo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Comper]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Jul 2021 10:09:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La vita dell’amministratore locale negli ultimi anni si è fatta dura. Da trampolino di lancio per una carriera nazionale, lo scranno di sindaco è diventato fonte di grane infinite per</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La vita dell’amministratore locale negli ultimi anni si è fatta dura. Da trampolino di lancio per una carriera nazionale, lo scranno di sindaco è diventato fonte di grane infinite per chi si trovasse a occuparlo, stretto come si trova tra le aspettative della cittadinanza che lo ha eletto (direttamente) e risorse economiche disponibili sempre più sottili. A tutto ciò si è aggiunto un nuovo handicap per chi intendesse intraprendere la carriera dell’amministratore locale: la “liquidità” delle coalizioni politiche nazionali.</p>
<p>La sinistra è impegnata nell’improbo compito di gettare le fondamenta di un’alleanza sistemica con un <strong>M5S</strong> in stato di avanzata decomposizione, compito che ha le stesse difficoltà che avrebbe tentare di gettare le fondamenta di un grattacielo altro 100 piani nella melma.  Il <strong>CDX</strong> stante il progressivo declino di <strong>FI</strong> che rispecchia il declino fisico del suo leader <strong>Berlusconi</strong>, è sempre meno centro e sempre più destra, divisa in bande in competizione tra loro per stabilire chi, tra la <strong>Meloni</strong> e <strong>Salvini</strong>, possa essere il candidato premier alle prossime elezioni politiche.</p>
<p>In questo scenario di rovine, la <strong>“candidatura civica”</strong> è la foglia di fico che spesso copre l’incapacità delle coalizioni di <strong>“fare sintesi”</strong>. Verona in questo senso è un laboratorio politico d’eccezione. La battaglia per le prossime amministrative nella città di Giulietta vedrà sommarsi diversi fattori. Dall’incapacità della politica di produrre una classe dirigente, alle tensioni tra alleati che sono di fatto competitor, alla debolezza ormai cronica dei partiti nazionali che sul territorio sono più simili a un’aggregazione occasionale di bande che a una compagine coerente e unita. Il sindaco uscente, <strong>Federico Sboarina</strong>, quattro anni fa dichiarò che non si sarebbe candidato per un secondo mandato, avendo con la sua elezione coronato il sogno coltivato fin da bimbo  di fare il sindaco (c’è chi voleva far l’astronauta e chi voleva far il pompiere…).</p>
<p>Evidentemente, nel frattempo ci ha ripensato. La coalizione che lo ha sostenuto è composta da <strong>Lega, FdI, Liste civiche e una componente che si dichiara FI</strong> ma che non è riconosciuta dalla dirigenza locale del partito di Berlusconi, la quale ufficialmente dichiara di non far parte della maggioranza di governo cittadina. Questo equilibrio farmaceutico è stato messo in crisi dal passaggio annunciato pochi giorni fa di Sboarina in FdI. Il <strong>“Coming out”</strong> del sindaco ha scatenato le ire della Lega, la quale sostiene che con la sua adesione a FdI sono state tradite le premesse “civiche” (segnatevi bene questa parola perché sarà il refrain di tutte le campagne amministrative che verranno) con cui era nato il progetto di governo cittadino. Qual è il punto? La lotta per la supremazia nel CDX combattuta tra Lega e FdI a colpi di sondaggi demoscopici e di amministrazioni conquistate. Se un candidato “civico” può in qualche modo essere impapocchiato come <strong>“né salviniano ne meloniano”</strong>, uno con la bollinatura del partito è una bandierina piantata come quelle sugli stati del Risiko. I due movimenti ora come ora grossomodo si equivalgono, pesando demoscopicamente intorno al 20% entrambi, ma Verona per FdI sarebbe il primo comune di importanza nazionale ad essere conquistato. Inoltre, Salvini è così preoccupato dell’agguerrita concorrenza del partito della Meloni che sta continuamente rosicchiandogli consensi, da aver dato il suo placet al dialogo con l’ex arcinemico <strong>Flavio Tosi</strong>, dialogo che a livello locale pare andasse avanti già da diverso tempo. Dell’ipotesi di un’exit strategy della Lega dall’amministrazione Sboarina in realtà a Verona si discute su tavoli informali già da parecchio tempo. Il partito di Salvini si sente penalizzato dalla gestione di un’amministrazione che in 4 anni ha prodotto poco. Ma si trova in un vicolo cieco in quanto, anche a causa di una classe dirigente locale piuttosto “fragile”, non riesce a esprimere un nome alternativo a Sboarina. Da ciò discende la scelta obbligata di rivolgersi a Tosi, amministratore esperto, politico carismatico e affatto disposto a rassegnarsi a passar la mano. Oltre che in possesso di consistenti pacchetti di voti.</p>
<p>Che ci insegna il laboratorio veronese? In primo luogo, che di fatto il CDX nazionale non esiste più, almeno dal governo Conte 1. Del resto, Salvini e Berlusconi (e Tosi, nei fatti) si trovano a Roma a far parte della compagine governativa, al contrario della Meloni che se ne sta fuori in solitaria opposizione. Sul territorio si potranno di volta in volta materializzare convergenze “necessarie” per il controllo degli apparati locali, ma la difficoltà di sintesi politica espressa dall’abuso della “civicità” dei candidati sono piuttosto impietose. Questi infatti emergono quasi per inerzia più dalle divisioni e dai veti incrociati tra i due azionisti di maggioranza del CDX piuttosto che dalle loro convergenze. Paradigmatica l’improbabile candidatura del medico pediatra sintetizzata per Milano. Posto ovviamente che un CDX di governo con un progetto condiviso sia mai esistito. Ricordiamoci chi contribuì ad affondare al referendum la riforma costituzionale del 2006. Gli eredi sono nel partito della Meloni. In secondo luogo, che i movimenti nazionali i quali basano sul personalismo e le campagne social i loro consensi, non riescono più a produrre classi dirigenti locali. E nemmeno ad avere il controllo degli apparati periferici.</p>
<p>Tipico caso la situazione veronese di FdI i cui membri, sindaco incluso, a livello nazionale dichiarano di far parte del movimento della Meloni mentre a livello locale si dichiarano appartenenti a movimenti “civici”. Cose che nella tanto vituperata “Prima Repubblica” non esistevano. Un vicolo cieco quindi? Tutto lo lascia pensare, almeno fino a quando, come scriviamo spesso su questo giornale, la politica non tornerà ad essere fatta sul territorio e non sui social e non avrà al centro un progetto chiaro.</p>
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		<title>Se si abusa del pakistano</title>
		<link>https://www.lavocedelnord.net/2021/05/25/se-si-abusa-del-pakistano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Comper]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 May 2021 09:31:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Lega]]></category>
		<category><![CDATA[Meloni]]></category>
		<category><![CDATA[Salvini]]></category>
		<category><![CDATA[Sboarina]]></category>
		<category><![CDATA[Tosi]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Qualche settimana fa nelle redazioni dei giornali veronesi devono essersi fatte un po&#8217; di risate alla lettura di un surreale – per non definirlo in altro modo – comunicato stampa inviato dalla lega di Verona, nel quale si esprimevano le ansie del partito per la sorte dei cani randagi pakistani oggetto di una campagna di abbattimento.</p>
<p>Ora, è indubbiamente meritorio che un movimento da sempre piuttosto tiepido sulle sorti dei pakistani bipedi che galleggiano attorno alle coste italiche si sia appassionato alla sorte dei pakistani loppidi a 4 zampe che se ne stanno a casa loro, per quanto è legittimo presumere che i pakistani, pressati come sono da altre questioni come ad esempio il conflitto endemico con l’India in Kashmir, la guerra civile strisciante tra sciiti e sunniti, le persecuzioni nei confronti delle minoranze cristiane e così via, la presa di posizione leghista sia stata accolta con una scrollata di spalle se va bene.</p>
<p>Tuttavia, il comunicato stampa dadaista sui cani pakistani ci consente di fare una diagnosi piuttosto precisa sullo stato di salute del movimento di <strong>Salvini</strong> in una città cardine per la tornata di elezioni amministrative del prossimo anno. E la prognosi è severa. <strong>La Lega a Verona è un partito con l’elettroencefalogramma piatto.</strong> Generalizzare una situazione locale può esser rischioso, ma Verona è una città paradigmatica, a partire dalla quale si sono consumate le rotture più violente all’interno del partito e nella quale ora si sta svolgendo una dura competizione tra il partito di Salvini e quello della Meloni per la leadership del CDX nazionale. Competizione che nella città di Giulietta la Lega sta oggettivamente perdendo. Per cui leggerne le vicende potrebbe essere utile per decifrare le traiettorie politiche che verranno seguite nei prossimi mesi.</p>
<p>Verona ora è governata da una coalizione di CDX con un sindaco nominalmente civico ma di fatto nell’orbita di <strong>Fratelli d’Italia</strong>. Qualche tempo fa il suo passaggio ufficiale nel movimento post missino fu stoppato proprio dalla lega, la quale tirò il freno a mano con il pretesto che gli accordi attraverso i quali si era tenuta a battesimo la giunta veronese e erano basati sulla appartenenza civica slegata ai movimenti nazionali del sindaco sarebbero saltati nel caso di una adesione di quest’ultimo a FdL.</p>
<p>Ma è francamente difficile da credere che la ricandidatura del sindaco uscente non avvenga con i colori del movimento della <strong>Meloni</strong>, anche per ragioni di peso nazionale. La Lega, rimescolamenti dei gruppi consigliari a parte, fino a oggi ha subito le iniziative degli alleati – avversari. Molto ridimensionata nell’assegnazione degli incarichi di sottogoverno, scalpita costretta com’è in un’alleanza che fino ad oggi è stata inconcludente. L’attuale giunta insediatasi 4 anni fa, ha realizzato assai poco di quanto ha promesso in campagna elettorale. La Lega, da sempre attenta agli umori del territorio, si è probabilmente resa conto della progressiva insofferenza che si respira in città per l’attuale giunta, ma ha le mani legate. Il primo suo limite sono i consensi sottili che ha storicamente raccolto in città. Anni di Tosi a parte, difficilmente la Lega a Verona città ha superato percentuali di consenso a doppia cifra. In secondo luogo, e qui sta il cuore del problema, la Lega non ha una classe dirigente sulla quale costruire un’alternativa all’attuale governance cittadina. Essa deve stare a rimorchio perché ora come ora non ha figure dello spessore politico tale (e con la volontà) di scendere in campo per il governo della città. Anni di gruppi dirigenti cooptati in base alla maggiore o minore vicinanza del leader locale investito da Milano dell’autorità di comando in ragione della sua vicinanza al leader nazionale hanno lasciato dietro di sé il deserto. A livello regionale sta a testimoniarlo la débâcle della lista della Lega rispetto a quella di <strong>Zaia</strong> alle scorse elezioni amministrative regionali. Terremoto questo che qualche contraccolpo lo ha dato e lo darà.</p>
<p>Si è smarrito il senso del territorio, inseguendo narrazioni nazional patriottarde e archiviando di fatto le battaglie storiche della lega sull’autonomia e il federalismo, ma questo si sapeva già. Il problema è che ora i nodi vengono al pettine e il movimento, il quale è in un vicolo cieco pressato com’è dell’aggressiva competizione con il partito della Meloni, per dar conto della sua esistenza deve intestarsi le battaglie sui cani pakistani. Quando se volesse avrebbe praterie immense in cui spaziare. Salvini, stando nel governo Draghi, deve muoversi come un cane legato alla catena e non può sfoderare tutto l’armamentario della sua retorica gentista.</p>
<p>E la Meloni, con le mani libere perché fuori dal governo rosicchia consensi settimana dopo settimana. L’alternativa ci sarebbe: liquidare la fase nazionalista prendendo atto del fallimento della <em>“marcia verso sud”</em> e tornare alle battaglie originali della Lega, battaglie delle quali ora al nord ci sarebbe estremo bisogno. Ma è un’alternativa che oggettivamente non crediamo possibile venga praticata da Salvini. Nel frattempo, a Verona, l’ombra lunga di un certo <strong>Flavio Tosi</strong> si allunga sulle elezioni amministrative 2022 e sui turbamenti del suo ex partito…</p>
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		<title>Troubles in paradise</title>
		<link>https://www.lavocedelnord.net/2021/03/02/troubles-in-paradise/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Comper]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Mar 2021 09:19:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[autonomia]]></category>
		<category><![CDATA[Covid]]></category>
		<category><![CDATA[Lega]]></category>
		<category><![CDATA[liga veneta]]></category>
		<category><![CDATA[veneto]]></category>
		<category><![CDATA[zaia]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>“Troubles in paradise”</strong> per <strong>Luca Zaia</strong>? Sembrerebbe proprio di si.  Dopo i fasti delle elezioni regionali dello scorso settembre, che lo hanno visto riconfermato per la terza volta presidente del Veneto con il 76,79% dei consensi e hanno fatto aggiornare il modo di dire <em>“maggioranza Bulgara”</em> in <em>“maggioranza Veneta”</em>, il governatore che ha salvato la sua regione dalla prima ondata della pandemia sta avendo qualche difficoltà.</p>
<p>La seconda ondata di Covid ha travolto il Veneto esattamente come il resto dell’Italia e su Zaia sono piovute le critiche di chi lo ha accusato di aver marginalizzato il professor <strong>Crisanti</strong> per attribuirsi i meriti della strategia di contenimento del Covid la quale era invece farina del sacco dell’ordinario di microbiologia all’università di Padova.</p>
<p>Poi ci si è messo il pasticciaccio brutto dell’acquisto diretto dei vaccini da parte della regione, idea buttata sul tavolo con l’intento di sveltire il ritmo delle vaccinazioni su base nazionale, che in tutta Europa segnano il passo, e naufragata ingloriosamente tra frenate imposte da Roma e procacciatori di vaccini rivelatisi più simili al venditore della fontana di Trevi magistralmente interpretato dal grande Totò.</p>
<p>Ci si è messo poi il governo <strong>Draghi</strong>, nella cui formazione la componente veneta della Lega ha pesato come una piuma, confermando il dato storico che nella Lega il Veneto piglia i voti e la Lombardia gli incarichi. Colpa dell’inesperienza del neo commissario Regionale, ha detto l’ex segretario della Liga Da Re ora Europarlamentare. Ben strano allora che la Liga Veneta accetti senza battere ciglia con il consueto richiamo alla fedeltà al partito di avere come commissario un ragazzetto inesperto in un ruolo di tale responsabilità. Come mandare a fare la gara di Indianapolis un neopatentato, farlo schiantare sul muro e dire <em>“vabbè, non sapeva guidare”</em>. Surrealità.</p>
<p>A chiudere il cerchio delle difficoltà ha contribuito lo stesso Doge con il suo atteggiamento ondivago relativo al tema delle chiusure delle scuole. Preoccupato dall’innalzamento dei contagi, e individuando le scuole superiori riaperte in presenza e solo al 75% all’inizio di febbraio come principale vettore di contagio, sta cercando in ogni modo di sfilarsi dall’ingrato compito di dover prendere una decisione impopolare (e dannosa per la preparazione degli studenti) come quella del ritorno alla didattica a distanza, scaricandola al governo di Roma e agli scienziati.</p>
<p>Va detta chiaramente una cosa, questa manfrina sul <em>“Apro io, chiudi tu”</em> è indegna di un governatore che si vuol far passare come campione dell’autonomismo, salvo poi rimpallare a Roma le decisioni impopolari. In questo senso va letta la surreale proposta di una zona arancione nazionale evocata qualche giorno fa proprio per iniziativa dei governatori più impegnati (a parole) sul fronte autonomista, avente come unico fine quello di mettere sullo stesso piano tutte le regioni, in modo da evitare impopolari confronti tra diverse colorazioni, per poter rimpallare al governo le responsabilità e chiamarsene fuori. <strong>“Autonomia”</strong> vuol dire <strong>“fare meglio di tutti, soprattutto dello Stato”</strong>, non nascondersi sotto le sue sottane per il timore di far appassire i proprio consensi.</p>
<p>L’appeal di Zaia si sta forse consumando? Potrebbe anche essere, del resto dopo essersi inerpicato su vette di consenso così elevate era francamente difficile pensare che non ci sarebbero stati contraccolpi. Se dopo i trionfi elettorali di pochi mesi fa ci stavamo a domandare se fosse plausibile aspettarci un futuro di leader nazionale per Zaia, ora il punto sembra essere quello di iniziare a pensare al “dopo Zaia”. Velocità della politica 2.0. Salvini con la sua sterzata europeista e istituzionale pare avergli sottratto il terreno sotto i piedi e terminato il mandato in corso il doge dovrà reinventarsi. Più di 4 anni in politica sono ere geologiche, basti pensare a come è cambiato il panorama dallo scorso autunno, ma quel che è certo è che il tema delle autonomie va ripensato a fondo, con o senza Zaia.</p>
<p>La via Leghista sembra un vicolo cieco, il PD regionale continua pervicacemente ad essere completamente scollegato dal territorio e il “Partito dei Veneti” che alle scorse elezioni regionali era sceso in campo in solitaria e con grandi aspettative è stato superato dalla lista “no vax” V3. Solo briciole per l’ex PD Simonetta Rubinato. Quali sbocchi restano per l’autonomismo veneto e, di riflesso, per quello lombardo? Resta il “metodo Zaia”, che gli osservatori veneti hanno imparato bene a conoscere.</p>
<p>Grande presenza mediatica, grandi proclami e pochi fatti concreti. In una parola: Zaia ha davvero pensato di attivare una linea parallela di fornitura a quella UE per i vaccini, oppure la sua è stata l’ultima applicazione in ordine di tempo del suo collaudatissimo metodo? Mentre il Veneto cerca una risposta, forse dovrebbe cercare anche una via che conduca al “Dopo Zaia”.</p>
<p><strong><em>P.S., gli ossessionati dalle dimensioni: Israele, meno abitanti della Lombardia, entro marzo vaccinerà con almeno un dose tutta la popolazione.</em></strong></p>
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