FEDERALISMO & INDIPENDENZA | Magazine di Approfondimento Politico

Comiziare allo specchio

Premessa dovuta: non ho nessunissimo interesse da difendere. Anch’io, come il Foscolo, «non adulo fazioni né ho amico verun partito». E allora di che m’impiccio? Diciamo pure che a muovermi la penna oggi sono solo alcune considerazioni morali che potrebbero sussumere il particolare all’universale.

C’è un leghista mantovano, una brava persona, tale Massimo Zera, che da ieri non è più leghista, pur restando una brava persona, e pur restando nel suo intimo leghista. Non lo ha deciso lui, ma un organismo del suo movimento, il consiglio direttivo nazionale della Lega lombarda, che ha assunto nei suoi confronti il provvedimento disciplinare estremo dell’espulsione. Zera non si è evidentemente allineato alle sue rappresentanze locali, e queste lo hanno fatto fuori.

Nulla di nuovo sotto il sole. Questo movimento nella propria storia ha sempre fatto così, e volta a volta, chiunque vi approdasse in una posizione di comando, ha agito esattamente allo stesso modo: “Se non sei con me, sei fuori”. Filosofia ancestrale, rituale di sempre. Frazer, nel suo immortale “Ramo d’oro”, lo aveva riassunto con una parvenza di teorema: il rinnovamento del potere, per una sorta di rito propiziatorio, esige il proprio carico di sangue; in ogni società arcaica il re che si insediava doveva inevitabilmente passare sul cadavere del suo predecessore, e così pure gli stregoni o i sommi sacerdoti. Non può esserci un ricambio stagionale senza questo necessario sacrificio. 

Reinterpretando a suo modo questo breviario della giungla, il movimento leghista sviluppa una lunghissima teoria di condanne a morte per espulsione sacrificale. Nessuno vi si è astenuto: piccoli o grandi, tutti ci sono passati, e chi non fosse stato espulso, comunque sarebbe stato emarginato: Miglio, Rocchetta, Comino, Gnutti, Farassino, Pivetti, Pagliarini… Persino Bossi. Nel microcosmo mantovano, che meglio conosco, i fondatori storici stessi hanno lavorato da scultori, ossia “in levare”, talvolta agendo, talvolta subendo. Ne uscirono più o meno spontaneamente Ghidorzi Ghizzi, Mori, Conca (cremonese di nazione e d’azione, ma vero artefice degli albori leghisti in terra virgiliana, partendo dalle propaggini ibride fra Piadena e Canneto sull’Oglio), Chiericati, Gibertoni (non proprio espulso, ma di fatto narcotizzato), Artioli, Pietralunga, Anghinoni… Più recentemente Fava. Impossibile ricordarli tutti. Intere sezioni venivano eliminate di colpo da consigli direttivi che all’ordine del giorno ponevano ai voti solo i gradi di simpatia e le sudditanze, raramente un’azione, pressoché mai la fedeltà allo statuto.

Il segretario o il commissario di turno aveva principalmente questi còmpiti: sul versante organizzativo dimostrare ai vertici milanesi che si era solerti nell’adempiere alle pagliacciate della liturgia comandata con rito ordinario (raduni, gazebi, kermesse di piazza…), mentre su quello pratico e gestionale bastava spedire ogni tanto qualcuno ai consigli di disciplina. Ciò che del resto avviene parallelamente anche in altri soggetti politici, a partire dal movimento pentastellato di Grillo, dove ogni soggettivismo ha per unica medaglia l’isolamento dell’infetto, e come nell’antica Atene, basta graffire il nome del reo sugli ostraci, e il bando ti diventa esecutivo.

Può essere che ad argomentare esilî o ostracismi siano sempre e solo le simpatie epidermiche? Oh, certo che no: qualche volta ci si è messo di mezzo anche il sospetto di liberi attingimenti nelle casse della federazione. A metà degli anni ’90, per esempio, vi furono contestazioni ai bilanci del movimento, anche in tal caso pagate dal contestatore con l’espulsione. La singolarità sta appunto nel fatto che ad essere espulso non fosse mai il sospettato dell’ammanco, ma sempre il sospettoso che lo segnalava.

Dal che, si dirà, quali fila tirare da questa trama ordita a mezzo fra la divagazione della memoria e l’ozio sedentario di un semplice spettatore? Risposta: forse non c’è nulla da tirare. Solo forbici da prendere in mano, e non tanto per sforbiciare su un movimento politico, ma sull’intera storia della stessa politica che chiama ricchezza il gregge, a condizione che nessuna pecorella osi brucare in proprio. Il valore delle persone o i loro talenti non hanno cittadinanza, soprattutto dove alla persona è chiesto di essere unicamente e appunto questo: “persona” – ossia una maschera teatrale vuota, senza cervello in proprio, come nella nota favoletta di Fedro.

Tutti detestano le tirannie del pensiero. Tutti guardano con odio ai califfati del potere, ai satrapi e ai sensali di qualsivoglia governo. Tutti temono i “grandi fratelli” alzati come spaventacchî sugli stecchi del sopruso. Nei fatti, la sola libertà è gradita, purché quella libertà sia la propria, e non l’altrui. Per ogni Zera (ma potremmo dire per ogni De Marchi, per ogni Lamagni, per ogni Fumagalli, per ogni Turazza, per ogni Barozzi, e quanti altri mai) l’avere cercato di essere una personalità anziché una persona, quasi un’eco di voce non sua, contravviene alla somma legge dell’umanità fatta politica, che non è solo la legge del più forte, ma più spesso, o forse sempre, la legge del più solo.

Davide Mattellini
E' scrittore e saggista. Cronista politico de "la Voce di Mantova", ha all'attivo una ventina di pubblicazioni. Vive a Marmirolo.

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