Dietro a questo titolo, ammetto provocatorio, c’è una considerazione sulla valutazione collettiva di personaggi colpevoli di gravi crimini che penso ci riguardi tutti. Nel vedere le parate a Belgrado e Banja Luka in onore del generale condannato per genocidio è facile che salga la rabbia e pensando al fatto che riceverà un funerale di Stato qualcuno propone di escludere la Serbia da qualsiasi negoziato per entrare nell’UE.
Nello stesso momento, specie negli ambienti diciamo liberali, accettiamo tranquillamente in Ucraina si dedichino strade, monumenti, parate e giornate a Stepan Bandera… quasi sfottiamo con “seh vabbè, i nazzistih ucraini” chi critica tale glorificazione zione del personaggio e della sua compagine.
Eppure non è che ci sia tutta questa differenza tra Ratko Mladić e Stepan Bandera: sia a Srebrenica che in Volinia e Galizia orientale il progetto era lo stesso, ossia l’eliminazione – parziale o totale – di un popolo da un territorio per aumentare le probabilità che questo rimanesse nel proprio lato della frontiera.
Il fatto che noi, da fuori, siamo disposti ad accettare Bandera ma non Mladić – o viceversa in ambienti politici dove si urla tutti i giorni ai “nazisti ucraini” che includerebbero chiunque dal Presidente alle nonnine uccise dai razzi moscoviti ma le guerre jugoslave son state una biricchinata – dice più su chi sosteniamo a livello geopolitico, chi tifiamo in un certo senso, e non una reale valutazione morale delle azioni da loro commesse.
In Italia non abbiamo un paragone diretto: ne abbiamo di criminali di guerra con vie, scuole e istituti dedicati, ma si tratta più di un retaggio storico che di un reale sentimento della popolazione. Cosa porta dunque certi popoli a dare questa considerazione a criminali di guerra autori di atti orrendi?
In un certo senso, la sopravvivenza. I serbi che dicono “Mladić è un criminale” senza dire “ma” dopo sono una minoranza, come sono una minoranza gli ucraini che dicono “Bandera è un criminale” senza un bel “ma dopo”. Così come sono una minoranza netta i serbi e gli ucraini che vorrebbero rivedere le azioni criminali compiute contro gli altri popoli, la maggioranza è in una sorta di stato indefinito, che ricorda un po’ il nostrano “ha fatto le cose buone”.
Per tanti serbi e ucraini, ma lo stesso discorso si potrebbe fare per tanti popoli in situazioni simili (vengono in mente facilmente i croati con il loro leggerissimo problema di estremismo di destra e il ruolo controverso di Franjo Tuđman nel conflitto bosniaco), indubbiamente Bandera, Mladić e soci più o meno armati hanno commesso azioni difficilmente difendibili, ma c’erano nel momento del bisogno per il proprio popolo.
Per tanti ucraini, Bandera è colui che ha lottato per l’indipendenza dell’Ucraina quando sembrava impossibile, mettendola prima di tutto e collaborando con chiunque potesse ottenerla. Per tanti serbi, Mladić è colui che ha difeso i loro diritti in Bosnia evitando che venissero governati da uno stato a trazione musulmana o che venissero cacciati, ottenendo infine la propria entità all’interno del Paese. Al lettore è lasciata, come esercizio, l’estensione di questo ragionamento ad altri casi di suo interesse.
Certamente qualcuno non dimenticherà mai: le vittime di queste azioni. I polacchi sono comprensibilmente infuriati quando da Kyiv decidono di dedicare un’unità all’Esercito Insurrezionale Ucraino, i bosgnacchi sono comprensibilmente indignati, se non spaventati, quando vedono i loro vicini di casa scendere in strada con l’immagine del loro carnefice.
Io credo nella pace, e penso che non sia la semplice assenza di guerra a tutti i costi (anzi!) ma che sia un processo: a volte bisogna imporre uno stop alla violenza, ma la vera pace c’è solo quando c’è volontà di comprendersi e di lasciare il passato alle spalle imparando da esso. È importante rendersi conto che raramente l’ultranazionalismo è un problema di una sola parte e quando sorgono questi conflitti di solito il problema è diffuso: nei Balcani c’è stato un tutti contro tutti, dove le alleanze quasi erano definite dal chi conveniva ammazzare in quel momento della guerra, e tra Ucraina e Polonia vi erano forti tensioni tra le due comunità, con Varsavia ambivalente verso la minoranza ucraina e colpevole anch’essa dei suoi bei crimini contro di essa.
Comprendere le ragioni dietro a queste glorificazioni, condannare le azioni criminali senza indugio e offrire alternative che non rendano necessario rifugiarsi nell’eroe di turno è un grande passo verso la pace ed è un processo che non si può fare a simpatia, condannando duramente il criminale di chi non ci piace ma cantando la canzoncina di propaganda di quello che ci piace quando siamo con gli amici.
