FEDERALISMO & INDIPENDENZA | Approfondimento Politico

Suicidio assistito: o una legge, o ventuno!

Il Veneto ha fatto la storia, diventando la prima regione governata dal centrodestra ad approvare una norma sull’accesso al suicidio assistito tramite il Servizio Sanitario Regionale.

Non ha certamente legalizzato la pratica: quella è legale dal 2019, a determinate condizioni, in virtù della sentenza Cappato-Antoniani della Corte Costituzionale. Giova ricordare che Cappato non è un medico e che, in linea di massima, nulla obbliga che il suicidio assistito sia medicalizzato, come viene anche notato in un’ordinanza precedente della Corte citata nella sentenza stessa.

È abbastanza chiaro che la Corte Costituzionale preferirebbe una soluzione medicalizzata, ma non può imporla al legislatore: la dichiarazione di parziale incostiuzionalità stabilisce che a occuparsi della verifica dei requisiti e delle modalità d’esecuzione sia una struttura pubblica del Servizio Sanitario Nazionale previo parere del Comitato Etico competente, ma non necessariamente che sia il SSN a occuparsi dell’effettiva fornitura del farmaco letale o dei meccanismi per somministrarlo.

Considerando che dalla sentenza Cappato-Antoniani ad oggi abbiamo avuto tre governi (Conte II, Draghi e Meloni) è abbastanza evidente che – dato anche l’esiguo numero di suicidi assistiti richiesti – la politica romana abbia semplicemente preferito fregarsene, evitando polemiche molto forti per casi molto rari, e lasciare che fossero altri enti, territoriali o non, a occuparsene di volta in volta. Poi, nel governo Meloni evidentemente convivono più anime, alcune dichiaratamente contrarie al suicidio assistito a prescindere e altre che lo ritengono un diritto positivo: come si possono mettere insieme senza che una legge di compromesso faccia arrabbiare tutti?

Così nasce l’idea di queste leggi regionali: le Regioni hanno competenze concorrenti con Roma in sanità e possono usarle per normare il fenomeno, ma se parliamo di competenze sanitarie è difficile non applicarle in sanità! D’altronde, una Regione può ergersi a garante di non punibilità offrendo una sorta di certificazione a un medico esterno al SSN che lo autorizza a praticare il suicidio assistito? Chi metterebbe carriera e libertà personale a rischio sulla base di ciò?

Ma quello può farlo lo Stato, con una bella legge chiara, che mette su carta i casi di depenalizzazione e un procedimento garantito per cui nessuno rischia il carcere se è stato seguito, anche se questo procedimento non avviene, come nella Svizzera avanguardista dell’aiuto alla morte, nella sanità pubblica o a spese dello Stato, cosa tra l’altro prevista dalla proposta di legge in discussione – tra molte virgolette – a Roma.

La strategia di fregarsene che tanto ci pensa l’ASL o il tribunale poteva funzionare nel 2019, ma ormai i buoi sono ampiamente scappati dal recinto: o si fa una legge nazionale, assumendosi le responsabilità davanti all’elettorato delle scelte fatte qualunque esse siano, o sarà sempre un patchwork di normative, ordinanze, decisioni dei tribunali e amministrative, molte anche opposte alla volontà di chi oggi è al governo a Roma.

Vale la pena ricordarsi che questo è un dibattito molto maturo. Le modifiche “favor vitae” del Consiglio Regionale del Veneto sono state ben accolte e nessuno si scandalizza davanti all’idea che ci possa essere un ripensamento, una scelta delle cure palliative o la volontà di parlare con chi offre una visione alternativa all’aiuto alla morte. Tutti vorremmo evitare che la gente si suicidi, ma non sempre ci sono alternative tali da soddisfare in altro modo ciò che la volontà suicidaria otterrebbe.

Vigiliamo in modo che la prima frase sia sempre vera e che non diventi un modo di liberarsi degli indesiderabili, come purtroppo in certi Paesi del mondo accade.

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Informatico di giorno, spietato liberista che brama la secessione del Nord di notte. Con la libera circolazione, dato che amo la pizza.

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