FEDERALISMO & INDIPENDENZA | Approfondimento Politico

I Colori del Menu e le ricette stantie. Finiscono le leadership e mancano nuove ricette

C’è un nuovo menù sulla tavola politica italiana: colore giallo/rosso, gusto acre dei piatti gialli e un po’ rancido dei piatti rossi, certificazione dei grandi chef della cucina italo/europea già pervenuta.

Vedremo come lo gradirà il popolo elettorale italiano che ogni tanto fa dei brutti scherzi ad esperti ed accademici. Gli  chef hanno previsto una lunga durata del nuovo menù, anni addirittura, durante i quali o mangi la minestra o salti pasto: nella lista manca il piatto “elezioni”.
Ma il menù corre il rischio di essere rifiutato dalla maggioranza dei clienti, rimandato agli chef, lasciato nei piatti, sconsigliato ad amici e parenti (non andare lì perché si mangia male). Forse gli chef saranno indotti a chiedere ai clienti (gli elettori) se preferiscono un altro menù e quale.

Ma come mai il precedente menù giallo/verde è improvvisamente scomparso dalle nostre tavole?

A quanto pare per motivi diversi:

C’è la componente pauperistica in senso stretto, cioè le centinaia di parlamentari di prevalente (ma non esclusiva: oltre 500 in totale) provenienza grillina che da reddito vicino allo zero e status anonimo quando non dileggiato dai pochi che li conoscevano, sono passati a reddito alto e status riconosciuto e ossequiato: per smuovere questi qui c’è bisogno della dinamite, altro che di una crisi di governo. Invece il menù di governo del M5S continua ad essere un elastico che comprende dal tutto al niente.

C’è la componente del ritorno del PD, perso da tempo nei meandri delle sue ricette non solo elitarie ma per di più datate e fuori dal sentire comune (ma chi se ne frega: basta il consenso dei pensatori illuminati che il PCI e la sinistra DC hanno allevato e lasciato in preziosa eredità al PD). Chi ci sperava? Tramontata la stella renziana per sue temerarie colpe e per le soffocanti congiure dentro al Bottegone, è arrivato il nuovo segretario che ha il fascino di un paracarro e conta quel che conta, facendo però la solita faticaccia a tenere sotto la stessa insegna comunisti a denominazione di origine controllata, cattolici di sinistra e di centro, liberisti, radicali, ed etnie politiche varie. Il menù del PD è quello più innovativo rispetto al precedente, ma è un menù noto e che è stato poco gradito dai clienti (elettori) in ogni occasione di voto da ormai un paio di anni. Riusciranno gli chef a farglielo ingoiare da oggi in poi?

C’è la componente Salvini. Qui il discorso si fa più complicato. Salvini per anni è stato il Re Mida della Lega: quello che toccava diventava oro per il partito, ma diventavano oro solo quelli che lui decideva di toccare e quelli che toccava lasciavano il partito per andare nelle Istituzioni. Il partito si andava modificando: da quello dei militanti a quello degli eletti. Del resto è obiettivamente più agevole orientare 5/600 eletti che 50/60.000 militanti. Entravano economisti dalle ricette molto creative: – i disastri creati dall’euro e la conseguente terapia di uscirne e perfino di uscire dall’UE, con assoluzione di tutti i vizi italici. – l’allargamento dello Stato nell’economia del Paese, ricette neokeynesiane estranee al dna della Lega ma soprattutto a quello dei suoi elettori consolidati, i produttori di reddito prevalenti nel Nord, ma anche quelli meno numerosi del Sud. Il problema si infittiva e diventava addirittura di rappresentanza dovendo comprendere anche i percettori a gratis del reddito prodotto.
Per di più confliggeva con la naturale aspirazione ad allargare il consenso dal confine nordista ereditato (fino all’Umbria), al resto dell’Italia. Difficoltà duplice: territoriale e socio/politica, con sfumature perfino culturali.

Lo si vede bene oggi: borse in rialzo, spread in ribasso. Che cosa è cambiato? Non un nuovo progetto economico giallo/rosso (finora ignoto), invece il “sistema” pare aver preso atto con sollievo che la nuova compagine di governo non contempla ricette anti euro e anti Europa: PD sempre europeista, M5S con le solite idee confuse ma docile all’europeista Conte (il più scaltro della compagnia).  

Fino a ieri tutti marciavano compatti, intere legioni di neoleghisti improvvisamente fulminati sulla via salviniana facevano ressa per entrare in questo ben godi di partito, il federalismo si stemperava in autonomia (ben venga!), gli apporti culturali e territoriali erano misurati in termini quantitativi (il voto “non olet” per nessuno, Lega compresa) e trascurati in termini di assimilazione e omogeneità del progetto complessivo.
La benemerita “bestia” di Morisi macinava consensi numericamente inconsueti, Salvini intercettava le istanze intime della maggioranza degli italiani, comprese quelle che si fa fatica a confessare perché politicamente scorrette.
La partecipazione al governo del Paese e la capacità di imporre l’ordine del giorno facevano emergere i temi vincenti della Lega e sensibili per gli italiani, soprattutto quelli delle periferie colpiti in pieno dall’iniquo modello di accoglienza: 1.035 euro agli immigrati (anche se clandestini), niente a loro e dalle conseguenze di una economia in difficoltà.
E poi si sa, se il tavolo è ricco ce ne è per tutti, senza tanti distinguo su meriti e pregressi impegni.

Da oggi la visuale cambia: la tavola si impoverirà, l’onda dei neoleghisti si assottiglierà di colpo, la Lega dovrà ritornare partito del territorio e quindi dei militanti perché a me pare che si stia riproponendo la situazione di decenni or sono: la DC (oggi il M5S + PD + – mai dimenticarlo – LEU) che presidiava il governo nazionale e il PCI che presidiava la maggior parte dei governi locali.
Il centrodestra difficilmente perderà le prossime elezioni regionali (mi sembra in pericolo solo la Toscana dove il PD è fortemente resiliente di suo e il centrodestra, Lega compresa, è da ricompattare): si aggiungeranno altre 3 / 4 regioni a quelle già in carniere. Il territorio sarà nelle mani del centrodestra a guida Lega.
Se la Lega ritrova il suo dna di partito dei militanti, dalle regioni potrà ripartire per una rincorsa che, con l’aiuto – che do per certo – delle bufale che sparerà il nuovo governo giallo/rosso, la condurrà a un consenso inusuale purché le elezioni si facciano in tempi ragionevoli. Perché qui mi sembra applicabile l’aforisma di Andreotti: il potere (governativo) logora chi non ce l’ha. Ma la data dipende da terzi che ben conoscono l’aforisma e resisteranno.
Ma dipenderà anche dalle decisioni di Salvini e degli altri attuali demi leader circa ruolo, progetto e organizzazione nel futuro immediato della Lega.

Maufrigneuse
Un uomo saggio che ha dedicato tutta la vita all’attività imprenditoriale con grande successo e che oggi guarda ai fatti di questi tempi con apprensione e sincera preoccupazione. La politica è stata la grande passione della vita da alternare al lavoro. E le passioni si sa non muoiono mai. “Un giorno un uomo ricevette la visita di alcuni amici. “Vorremmo tanto che ci insegnassi quello che hai appreso in tutti questi anni,” disse uno di loro. “Sono vecchio,” rispose l’uomo. “Vecchio e saggio,” disse un altro. “In fin dei conti, ti abbiamo sempre visto pregare durante tutto questo tempo. Di cosa parli con Dio? Quali sono le cose importanti che Gli dobbiamo chiedere?” L’uomo sorrise. “All’inizio, avevo il fervore della gioventù, che crede nell’impossibile. Allora, mi inginocchiavo davanti a Dio e gli chiedevo che mi desse le forze per cambiare l’umanità. “A poco a poco però, mi sono accorto che era un compito superiore alle mie forze. Allora ho cominciato a chiedere a Dio che mi aiutasse a cambiare ciò che mi circondava.” “In tal caso, possiamo garantirti che il tuo desiderio è stato esaudito in parte,” disse uno degli amici. “Il tuo esempio è servito per aiutare molta gente”. “Ho aiutato molta gente con il mio esempio; ma sapevo, comunque, che non era la preghiera perfetta. Solo adesso, alla fine della mia vita, ho capito qual era la richiesta che avrebbe dovuto essere stata fatta fin dall’inizio.” “E qual è questa richiesta?” “Che io fossi capace di cambiare me stesso”!