FEDERALISMO & INDIPENDENZA | Approfondimento Politico

Quando la lingua lombarda ci univa

In questo periodo duro in cui leggiamo sempre e solo notizie negative è anche bello parlare di cose più leggere, per questa ragione vi parlerò di lingua lombarda.

Tante persone, oggi, sarebbero disposte a giurare di parlare una lingua completamente diversa rispetto al paesino accanto. Eppure fino a poche decine d’anni fa i lombardi si rendevano conto di parlare, grossomodo, la stessa cosa.

Alla fine, pensateci, fino al 1800 solo una minoranza lombarda parlava l’italiano bene, eppure i lombardi si spostavano dal loro paese e anche dalla provincia. Cosa parlavano? Il loro dialetto. Ad esempio, i Promessi Sposi erano un vero e proprio “romanzo doppiato”: nessuno nel 1600 avrebbe parlato l’italiano manzoniano, si parlava dialetto. Ciononostante Renzo e Lucia hanno girato mezza Lombardia. Manzoni era un uomo intelligente e ben sapeva che la sua storia doveva reggere all’occhio di un lettore che ben sapeva che, nel 1600, accadeva ciò.

Un’altra cosa da considerare è la grafia: all’epoca i dialetti lombardi usavano quasi tutti una grafia tra il francese e l’italiano, cosa abbastanza sensata essendo proprio la collocazione linguistica della nostra lingua.

C’erano delle differenze, sia chiaro, ad esempio nel rappresentare i caratteristici suoni lombardi, ma le scelte adottate erano poche, meno di una decina di combinazioni. Ma, cosa più importante, un cremasco poteva leggere senza alcun problema un testo in milanese così come poteva sentirlo. Alla fine, diciamocelo, anche l’italiano nelle sue prime fasi aveva certi elementi non chiari nella sua scrittura, è stato poi l’uso a chiarirli.

Se il lombardo avesse avuto la sua occasione, alla fine, sarebbero stati gli stessi lombardi a decidere se scrivere “oeugg” o “eugg”, se scalare i suoni /y/, /u/ e /o/ come “u”, “o” e “o” (come in milanese) o se fare “u”, “ù”/”ou” e “o” (come in alcuni dialetti della bassa), così come l’uso avrebbe deciso se il plurale di “capelli” è “cavei” o “cavej”. Poi, esattamente come in italiano, qualcuno avrebbe continuato ad usare forme antiche, ma sarebbe stata un’estrema minoranza.

Poi arrivò l’unità d’Italia. Da quel momento praticamente tutti i dialetti – eccetto il milanese che ha la sua tradizione scritta nella medesima grafia dal 1600 – adottarono grafie in stile italiano, dovendo quindi adeguare la scrittura italiana alla fonetica lombarda. In alcuni dizionari del ‘900 si leggono proprio scritte del tipo “abbandoniamo la precedente grafia per adottare quella della lingua nazionale”.

Il risultato? Prima di tutto si è passati dal rappresentare lo scritto al rappresentare i suoni. Quando si scrive in modo fonetico si finisce sempre così, ogni persona rappresenta i suoi per come li pronuncia. Provate a immaginare la stessa frase in italiano pronunciata da Conte e da Berlusconi e scriverla “come si pronuncia”: verrebbero fuori due cose completamente diverse.

In secondo il milanese ha rinunciato al suo ruolo guida – paragonabile al fiorentino per il toscano – per chiudersi in sé stesso, epurando parole tipicamente panlombarde per disuso (come fiss e marengon, giusto per dirne due che piaceranno agli orientali) e iniziando a sviluppare la propria grafia per Milano e provincia e non per tutti, introducendo ad esempio una distinzione tra la “o” (che rappresenta la “u” italiana) e la “ò” (che rappresenta la “o”).

Ma, come mai, i nostri nonni con la terza elementare erano in grado di comprendersi tra di loro mentre noi, diplomati e laureati, no?

Principalmente ci sono tre ragioni:

  • Oggi, a parlare veramente bene il dialetto, sono veramente in pochi. La stragrande maggioranza ha conoscenze minime, spesso limitate a poche frasette e parole. Chi ha un livello così basso difficilmente potrebbe capire un testo serio nel proprio idioma locale, figuriamoci in quello di un paese a 50 km
  • Loro il dialetto lo usavano anche a 50 km. Il milanese che arrivava a Crema magari quando sentiva l’elisione di certe lettere o la trasformazione delle “i” in “e” e di varie “u” in “oeu” rimaneva un po’ spaesato, ma ci metteva poco ad adattarsi, un po’ come oggi noi nel sentire accenti più esotici (magari del Friuli o della Calabria) abbiamo bisogno di qualche minuto per capire i suoni usati e l’equivalente nel nostro dialetto e, al decimo accento, ci “vacciniamo” un po’ contro la stragrande maggioranza delle varianti dell’italiano. Noi oggi invece sentiamo praticamente solo il dialetto locale e siamo quindi disabituati agli altri, a differenza dell’italiano che sentiamo, in TV, all’università e al lavoro, in mille salse diverse.
  • Il dialetto è spesso una cosa di identità locale e non lo si parla per principio con i forestieri e quando lo si fa si esagerano le caratteristiche di esso per renderlo incomprensibile (tipo turbare ogni u)

Ma, onestamente, se andremo avanti così non esisterà più alcun dialetto da parlare! Le lingue si evolvono, non ha alcun senso chiudersi in una visione localistica per cui il dialetto locale del 2020 è immutabile e guai a parlare col paese accanto perché noi pronunciamo la o un po’ più chiusa. E poi, perché proprio quello del 2020 e non quello del 1920?

Se davvero tenete a questa cosa che ci ha unito per anni la cosa migliore che potete fare è… parlarla e scriverla. Non limitandosi alle categorie limitanti che ci vengono proposte, ossia parlare con il paesino dei giochi del passato e dell’agricoltura, ma parlando finché ci si capisce (non fermandosi alla prima parola diversa) e parlare e scrivere di tutto. Ricordiamoci che c’è una Wikipedia in lombardo che, come tante altre, ha voci tecniche avanzate e interessanti. E puoi partecipare anche tu 🙂

Informatico di giorno, spietato liberista che brama la secessione del Nord di notte. Con la libera circolazione, dato che amo la pizza.

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