FEDERALISMO & INDIPENDENZA | Approfondimento Politico

La sindrome del somaro lombardo

Viviamo in uno stato che, per citare Carlo Porta, ci pela, ci tribola e poi ci caga pure addosso: non solo cornuti dalle tasse ma mazziati da una burocrazia che rende difficile e sconveniente lavorare e ritenuti egoisti, capitalisti, insolidali ed evasori da una comunità che, senza di loro, non esisterebbe.

Eppure, nonostante tanto dare quando si tratta di prendere i lombardi son sempre timorosi, morigerati: se si prende un aiuto lo si fa con vergogna, nascondendosi, come se fosse un reato.

Ricordate quando, mentre qui eravamo chiusi in casa, senza lavoro e con sussidi ridicoli, grazie a un governo particolarmente radicato in una certa zona, eravamo tutti zitti, con i pochi che protestavano che venivano multati, al Sud chiedevano a gran voce il reddito di emergenza e pretendevano di protestare rubando nei supermercati?

Non avete mai visto qualcuno che a malapena sta in piedi ed è malato e deve arrangiarsi mentre c’è gente che sta meglio di me e di voi messi assieme e in qualche modo ottiene l’invalidità con annesso sussidio? Per non parlare dei numerosi miracoli dove i ciechi tornano a vedere, i sordi a sentire e gli zoppi a camminare bene…

Oppure, mai visto gente che ha fatto sacrifici per anni per avere una casa di proprietà che deve tirare la cinghia per pagare il mutuo mentre nel palazzo popolare accanto c’è gente che non paga l’affitto, vive di sussidi e fa la bella vita tra bingo, discoteche e bar, vantandosene pure?

Per non parlare del genitore single che magari lavora part time e deve fare sacrifici per mandare il figlio in gita mentre la scuola ha un fondo di solidarietà che serve per il genitore che arriva col SUV e porta i figli a fare merenda al bar, spendendo 5€ per ciò che al discount costa 2€.

Io, che vivo in una zona periferica di Milano, di cose del genere ne ho viste fin troppe e ne ho anche pieni i cosiddetti di sentire politici contarmi su che il problema sono i negri, il gender o i ricchi quando, molto più spesso, è chi si siede accanto a me sull’autobus.

Son giunto alla conclusione che il lombardo soffre di una sindrome somaresca: lavora come un asino ma quando si tratta di mangiar la biada prende il minimo essenziale e mai si sognerebbe di chiedere più del dovuto.

Questo è un enorme regalo a Roma. Lo stato italiano si fonda sul fatto che tutti abbiano diritto ma che, in pratica, solo alcuni – con una conveniente posizione geografico-elettorale – facciano richiesta.

Il nostro caparbio atteggiamento di mostrare superiorità attraverso l’indipendenza economica e sociale dallo stato è suicida quando questo stato fondamentalmente vive attaccandosi come una zecca alla linfa vitale data da questa indipendenza.

Che fare, dunque? Far valere i nostri diritti. Iniziamo anche a noi a chiedere ogni sussidio che ci spetta, chiediamo il Reddito di Cittadinanza, iniziamo a far domanda di invalidità se ne abbiamo facoltà, ma direi anche che è ora di iniziare ad attaccarsi al parassita come parassiti: uno statalismo di comodo che obblighi Roma o a fallire o a chiudere i boccaporti dell’assistenzialismo.

Perché faticare nel mondo del lavoro privato, dove tanto si è sottopagati (anche grazie a salari nazionali) quando si può vivere di MAD, lavoretti, sussidi, NASPI fino alla Grande Chiamata in qualche carrozzone pubblico? Certo, farebbero tanto comodo i cento e lode che la scuola italiana “Lode per Tutti” regala – l’offerta è soggetta a limitazioni geografiche – ma da qualche parte bisognerà iniziare, no?

D’altronde, se come giurano i neomeridionalisti, quelli che Roma dà loro non sono soldi nostri ma “di Roma” sarebbe un colpaccio: tutti, dal Brennero a Lampedusa, vivrebbero comodamente, facendo un lavoro non usurante e fondamentalmente senza poter esser licenziati. Se, invece, il buonsenso che si acquisisce con gli studi di terza media ha ragione lo stato non avrebbe abbastanza soldi per “campare l’Italia” e sarebbe necessario cambiare tutto, con nostra somma gioia.

Ma tranquilli, ripeto: sarebbe una scelta di convenienza. Dipendere dallo stato non perché ci piace, ma perché serve ad affamarlo. Quando il sistema crolla avremo tutti gli strumenti per tornare a fare ciò che avremmo fatto senza uno stato invadente.

Pensateci: una rivoluzione fatta non solo facendo rispettare i propri diritti, ma vivendo come vorrebbe che vivessimo chi combattiamo. Una rivoluzione che non si farà né alle urne né nelle piazze, ma nei patronati.

Mettiamo da parte l’orgoglio e attacchiamoci alla tetta romana finché quest’ultima non è secca, prima che ci portino via pure la bocca.

Avatar
Informatico di giorno, spietato liberista che brama la secessione del Nord di notte. Con la libera circolazione, dato che amo la pizza.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi