Non credo proprio che Trump introdurrà un divieto federale dell’aborto. Non tanto perché mi fido della sua parola ma per il semplice fatto che la sua storia politica non è quella di un ardito pro-life, quanto quella di un moderato che, pur non essendone un grande fan, non ha come priorità la sua proibizione.
Che poi, nella magica landa oltreoceano dove la nostra 194 verrebbe considerata un “12 week abortion ban”, pare il sentimento prevalente: checché ne pensasse Kamala non ci si vince le elezioni, ma gli elettori non sono per il divieto. E parlo di magica landa perché se qui in Italia c’è una sorta di presunzione che l’aborto avvenga per gravi ragioni e spesso anche chi si definisce pro-choice non lo considera un bene e guarda con occhio torvo certi movimenti che potremmo definire ultra-abortisti, negli States c’è chi supporta allegramente il fare l’iniezione letale al feto di otto mesi senza porsi il minimo dubbio etico, cosa che qui risulterebbe sostanzialmente inaccettabile.
In ogni caso, se Trump con l’aborto c’entra poco, abbiamo già visto i pro-life europei abbracciarlo come paladino e i pro-choice, qui e oltreoceano, porsi in difesa delle “libertà riproduttive” minacciate, forse wireless, dalla semplice elezione del tycoon. Volendo però fare una riflessione non etica ma politica ho l’impressione che il timore non sia tanto che si applichino delle restrizioni all’aborto, ma che funzionino.
Lasciatemi spiegare: la mia opinione sull’aborto la conoscete, è un male tipicamente derivante da altri mali (povertà, abusi, sessualità disordinata, manipolazione maschile, e mi si permetta una nota femminista: se si vuole contrastare l’aborto bisogna anche contrastare quegli uomini che usano le donne in modo usa e getta, ben dicevano le prime femministe, in un tempo in cui erano strenuamente nel campo pro-life: la donna ha libertà di scelta ed è colpevole, ma l’uomo che la porta ad abortire è tre volte colpevole!) ma al momento un approccio di ristretta legalizzazione, come quella attuata in Italia, dove il punto di accesso ad esso è anche punto d’accesso ad alternative per proseguire la maternità, è una buona soluzione per ridurre i danni sociali a ogni livello, vista la difficoltà nell’attuare un divieto per una cosa che solitamente viene effettuata in privato con maggiori danni.
Ma cosa accadrebbe se gli Stati Uniti, quindi un paese occidentale moderno e di dimensioni tali da offrire un reale esempio (non me ne vogliano i microstati europei ma i loro divieti sono poco più che delle dichiarazioni d’intenti, né me ne voglia la Polonia, che è abbastanza un unicum nella sua zona) mostrassero che restringere l’accesso all’aborto non porta alle conseguenze gravi che crediamo? Nei fatti, salterebbe il tavolo e la mia posizione sarebbe insostenibile o, quanto meno, gravemente ignava.
Quando passò Dobbs era pieno di “may“, incertezza totale sulle leggi appena approvate o entrate in vigore automaticamente, le cosiddette trigger laws: tra chi prevedeva decine di migliaia di donne morte per mano degli aborti clandestini e chi invece esultava convinto che fossero la soluzione a tutto. A tre anni i risultati, con una grande incognita che vedremo dopo, smentiscono entrambi i campi.
Le leggi restrittive sull’aborto adottate negli US hanno certamente grandi problemi per quanto riguarda le eccezioni, tant’è che qualcuno nel mentre le ha riviste. L’assenza in alcuni stati, tra cui il Texas, di eccezioni legate a malattie del feto ha portato ad un aumento delle morti infantili (per quanto bisogna anche dire che, in un’ottica in cui la vita umana inizia alla concezione, sempre morte è) e, cosa decisamente molto più grave, leggi vaghe o addirittura restrittive sui pericoli per la salute della donna hanno portato alla morte di alcune gestanti. Non si può imputare ogni caso di malasanità nei riguardi donna in gravidanza agli abortion ban, cosa che in tutta onestà i media pro-choice amano fare, ma ci sono chiaramente vari casi dove la legge ha portato a ritardi tali da causare la morte della donna, cosa che i media pro-life tendono a minimizzare.
C’è anche la tematica delle gravidanze a seguito di stupro: trovo molto problematico non riconoscere alla donna violentata quella che, nei fatti, è l’unica occasione di decidere se avere o meno quella gravidanza. Alcuni Stati non riconoscono eccezioni nemmeno in quel caso e, seppur le stime siano controverse per metodo, è il classico caso in cui anche una sola volta è troppo.
Tuttavia, nulla di ciò che abbiamo visto di per sé giustifica un ritorno all’aborto libero e indiscriminato. Tutti gli articoli che negli Stati Uniti sono stati prodotti per dimostrare come tali leggi siano dannose e vadano abrogate riguardano le eccezioni o si sintetizzano come “questa coppia voleva abortire. Ora hanno un figlio”, che non è propriamente una tragedia.
Le eccezioni devono essere tali e non un divieto surrettizio di aborto, come spesso capita negli stati rossi americani, ma se ci sono donne stuprate che non hanno possibilità di decidere se avere una gravidanza o meno e donne che rischiano la vita perché la legge è troppo stretta e permette di intervenire solo quando sono sul filo del rasoio la soluzione è che sia legale abortire in caso di stupro o che si possa intervenire in caso di necessità medica senza attendere troppo, non la liberalizzazione totale.
Facendo un riferimento di cultura dei miei che ben conoscete: stavo guardando qualche tempo fa una puntata di Law and Order SVU dove una ragazzina tredicenne stuprata scappa da uno stato con un duro divieto per andare a New York ad abortire. Mentre fuori dal tribunale c’erano i due campi, quello dell’aborto libero sino al nono mese e quello de “l’aborto è omicidio” l’assistente procuratore newyorkese Carisi, un cattolicissimo italo-americano, va dal procuratore dello stato d’origine della ragazzina per dirgli che concorda con lui che l’aborto sia morte, dato che sua madre aveva abortito quando il ginecologo le aveva detto che il figlio avrebbe avuto una gravissima malformazione cardiaca che l’avrebbe portato alla morte in poche ore, che ma nel caso specifico si stava parlando di una ragazzina violentata. Guardate la scena e ditemi se non è un qualcosa di illuminante, dove la semplicità degli slogan di entrambe le parti si scontra con la triste realtà dell’esistenza mali fisici, di violenze, coercizioni e coazioni.
Comunque, prima parlavo di un’incognita: ovviamente è ancora lecito andare in un altro stato ad abortire. Se ci fosse un divieto federale è ovviamente impossibile sapere quanti di questi aborti legali diventerebbero aborti clandestini che mettono in pericolo la vita della donna. Le restrizioni sono state efficaci ad aumentare la natalità negli stati che le hanno adottate, indice immediato di efficacia, ma ironicamente non si può sapere con certezza cosa accadrebbe senza attuarne uno.
Ma bisogna prestare attenzione anche ad adottare l’indice della natalità come successo: si cade nell’idea per cui la limitazione dell’aborto avviene in ottica di far fare figli alla gente, ma ciò è problematico in ottica di autodeterminazione individuale. Una persona dovrebbe poter scegliere, con mezzi leciti e meno dannosi socialmente, la genitorialità o meno. Un indice molto interessante sarà quello delle infezioni sessualmente trasmissibili.
Ci sono persone che hanno la tara di misurare tutto secondo le leggi di mercato, di costi e benefici e domanda e offerta, e nel 2002 erano arrivati alla conclusione che sì, la legalizzazione dell’aborto ha portato ad un aumento delle malattie sessualmente trasmissibili misurabile e non ignorabile.
Effettivamente, la gravidanza è uno dei costi più alti che possono derivare da un coito, e non solo per la donna, visto che poi va mantenuto il pargolo se non dato in adozione: se si offre una via rapida per uscirne il costo del sesso cala nettamente e non vi è particolare ragione per contenersi e non adottare comportamenti notoriamente a rischio per la diffusione di malattie sessualmente trasmissibili… ciò valeva nel 2003 e ancora di più vale nel 2023, ultimo anno di statistiche, dato che la situazione è in peggioramento da tempo.
Sarebbe sicuramente ironico se tutti gli obiettivi che dovevano essere raggiunti dall’educazione sessuale venissero raggiunti da leggi più severe sull’aborto, è sicuramente possibile: al momento i dati americani sono abbastanza inconcludenti, ma è anche presto per avere dati affidabili. Chi vivrà, vedrà.
Non crediamoci immuni da un’estremizzazione del dibattito stile americano, anzi, sta già accadendo: per i giovani sessualmente attivi oggi l’aborto è parte sana e naturale della propria sessualità, completamente slegata dai suoi naturali effetti, d’altronde se fallisce la contraccezione o non la si usa non si può certamente pretendere che un atto riproduttivo abbia effetti riproduttivi. A loro, anzi, i limiti posti dalla 194 sembrano anche stretti, e dato che nella loro ottica è un diritto (positivo! nemmeno negativo!) non hanno tutti i torti: se è un diritto come mai un medico non dovrebbe prestare la propria mano, perché dovrebbe esserci un’attesa di sette giorni, perché il consultorio dovrebbe proporre alternative? Se vado a comperare i preservativi o la pillola non fanno queste storie e l’aborto altro non è che ciò che si usa quando il contraccettivo ordinario non funziona: nulla di quanto (tipicamente poco) viene offerto dallo stato o dalle associazioni farà cambiare idea anzi, è offensivo!
La risposta di chi non condivide questa visione sovente è un rifiuto totale e a prescindere dalla situazione dell’aborto: avevo visto qualche settimana fa un sondaggio informale su un canale Telegram generalista di news e le due opzioni sostenute dalla maggioranza erano il divieto d’aborto e la sua legalizzazione sino alla nascita. Capite che c’è un grave problema che rischia di scoppiare nei prossimi anni, quando la memoria delle donne che hanno vissuto i tempi bui in cui spesso la gravidanza era imposta dall’uomo e l’aborto l’unica via d’uscita scomparirà e saremo divisi tra chi lo ritiene un omicidio inaccettabile in qualsiasi caso e chi, invece, lo ritiene una cosa come un’altra.
D’altro canto, però, a una normalizzazione sociale della pratica corrisponde una sempre più inefficacia della 194 come strumento: non c’è bisogno di prevenire un qualcosa che non è un male, ma al contempo, l’idea che ad un atto sessuale a cui si acconsente sapendo che c’è una certa probabilità che finisca in gravidanza corrisponda un dovere della collettività di terminare questa gravidanza a proprie spese e magari usando il proprio potere coercitivo nei riguardi del personale sanitario per farlo è onestamente velleitaria. In questo gli Stati Uniti insegnano una lezione importante: Roe e Casey non istituirono un diritto positivo all’aborto, ma uno negativo, nessuno poteva essere perseguito per aver procurato un aborto entro i limiti stabiliti dalla Corte.
Nonostante tassi di obiezione di coscienza da Sicilia (tra l’altro ammessa anche in situazioni d’emergenza) l’accesso all’aborto non è mai stato seriamente problematico prima di Dobbs, un po’ perché i limiti erano ben generosi rispetto alle medie europee, un po’ perché un’organizzazione di mercato cerca di attirare clienti in modo più efficace.
In effetti, chi è preoccupato del “diritto all’aborto” dovrebbe ben guardare al modello americano pre-Dobbs, che grazie all’assenza di significativa regolamentazione governativa era di sostanziale liberalizzazione, mentre chi non vorrebbe una grande accessibilità di esso e una certa prevenzione farebbe bene a riapprezzare la 194, chiedendone magari un’applicazione più integrale, ma stiamo andando off topic.
Quello che gli Stati Uniti mostrano è, a mio parere, che la domanda del bene aborto è molto più flessibile rispetto a cinquant’anni fa. Se un tempo era spesso l’unica via per scegliere se avere una gravidanza o meno, oggi ben più spesso quella scelta si può fare al momento del coito o, addirittura, prima, con determinati tipi di intervento chirurgico. Se un divieto di aborto cinquant’anni fa portava alla clandestinità, oggi può portare a una revisione dei comportamenti dalle persone, con possibili conseguenze di salute pubblica positive (una vita sessuale più responsabile) o negative (vasectomia e liberi tutti).
Ma ogni caso è a sé e non possiamo sapere quanti casi un divieto eviterebbe, portando a una nascita o a comportamenti più responsabili, e quanti spingerebbe verso la clandestinità. La realtà è che al momento possiamo solo dire che una revisione restrittiva delle leggi sull’aborto con tutta probabilità non porterebbe a una strage, che è sicuramente una buona notizia. Per il resto, tre anni di dati viziati da ciò che ci siamo detti, e in realtà anche di difficile interpretazione per via di numerosi altri avvenimenti contemporanei, sono pochi per trarre conclusioni, non credete?
Che una riduzione dell’accessibilità della pratica porti a una riduzione della domanda non ci vuole un genio a capirlo, e in Europa ne abbiamo un buon esempio nella Romania, dove si è passati da uno dei tassi di abortività più alti d’Europa ad uno dei più bassi semplicemente perché i medici hanno smesso di praticarlo e lo stato non offre particolari sostegni ad esso. Ma a tale riduzione è corrisposto anche un aumento dei casi di difficoltà per donne stuprate di accedere a quella che è l’unica via per decidere se avere una gravidanza o meno.
Cosa fare, dunque? Non lo so. Non sono qui a fare l’oracolo di verità ma a descrivere una situazione, una situazione su cui ho speso quasi duemila parole e che tanti liquidano con slogan semplicistici e come se fosse una partita di calcio, quando invece meriterebbe una seria analisi.
