Sono tanti quelli che la legge identifica come atti di disposizione del proprio corpo che a cavallo tra gli anni ’60 e ’80 sono usciti dall’illegalità per divenire parte comune della vita: tra di esse il tatuaggio, la contraccezione, l’aborto, il trapianto d’organi e il cambiamento di sesso.
Solo per una di queste pratiche il legislatore ha disposto una raccolta metodica e addirittura una relazione annuale al Parlamento: per l’aborto. Persino la legge sul cambio di sesso, ritenuta in moltissimi ambienti transessuali estemamente paternalista, non prevede alcuna raccolta di dati, se il tribunale ritiene rettifica il genere sull’atto ed è finita.
Ogni tanto capita che questa relazione della 194 tardi ad arrivare, portando a proteste (assolutamente civili, eh), l’ultima organizzata alla Camera con la partecipazione della deputata M5S Gilda Sportiello e della nota attivista pro aborto Federica di Martino, convinta che il governo Meloni stia svuotando la 194 nei fatti.
Tuttavia, dovrebbe essere molto felice di ciò: la 194 è, come già spiegato in varie occasioni, una legge estremamente contraria all’aborto nello spirito, ma anche realista nel riconoscere che non si può mettere un gendarme in ogni utero: meglio legalizzare la pratica come male minore, creando un’eccezione, che combattere contro i mulini a vento lasciando alle mammane i ferri da calza come lance.
La raccolta di dati della 194 non è certamente ordinata a “monitorare l’accesso ai servizi, la presenza di personale sanitario non obiettore, l’andamento del numero di interruzioni di gravidanza e, più in generale, lo stato dei diritti riproduttivi nel Paese”: ogni singolo parlamentare che nel 1978 ha votato per la legge nemmeno avrebbe riconosciuto come sensata la locuzione “diritti riproduttivi”, che infatti non è menzionata nemmeno nella lingua italiana del tempo, se si univa riproduzione e diritto nella stessa frase si parlava di diritto d’autore.
Il legislatore voleva dati per poter prevenire al meglio l’aborto, non per altro: per la 194 abortire non è nemmeno un diritto, ma una triste eccezione che viene concessa per evitare il ricorso alla pratica clandestina più rischiosa.
Se si sostiene che non ci sia nulla da prevenire perché non c’è nulla di male a farlo, beh, non si ragiona in ottica della 194 e bisogna chiedersi: a cosa ci servono questi dati? A niente.
I dati sanitari, anche per via della loro invasività, si raccolgono solo quando necessario: vi è ad esempio un registro delle protesi mammarie per ovvie ragioni ma non vi è alcuna relazione nazionale sulla chirurgia estetica dove è segnato con dovizia ogni botox effettuato nel Paese.
Se è una scelta libera, individuale e su cui la società non deve mettere becco, non abbiamo proprio nessunissima ragione per raccogliere dati sul tema. In realtà nemmeno avremmo alcuna ragione, come stato, per fornirla, al di fuori dei rari casi medici: sarebbe dominio di cliniche private come nell’America che liberalizzò la pratica con Roe.
La decisione del legislatore di rendere gratuito l’aborto dentro il SSN non era certamente dirittistica, anzi: si riteneva che solo lo Stato potesse fornire in modo etico questa prodecura e che nessuno dovesse guadagnarci, ma se non c’è nulla di male a farlo non c’è nulla di male a guadagnarci e se non c’è ragione medica non lo fornisce il SSN.
Chi parla di libertà sessuali queste cose le sa, e infatti storce il naso davanti a tutti i paletti della 194: una legge che stabilisca un limite ragionevole (sicuramente superiore a quello attuale) e che permetta entro questo limite di fare ciò che si vuole senza avere lo stato alle calcagna è tutto ciò che vorrebbe.
Mentre chi parla di improbabili diritti riproduttivi si trova ad abbracciare paradossalmente i tratti più antiabortisti delle leggi sull’aborto figlie degli anni ’70, tra cui la gratuità, la fornitura da parte dello stato e una meticolosa raccolta di dati.
Poiché abbiamo accennato ai trapianti, non possiamo non parlare brevemente del povero bambino di Napoli a cui è stato trapiantato un cuore “bruciato” e che ora lotta tra la vita e la morte: francamente sono schifato dalle polemiche territorialiste sorte da questa tragica vicenda, tra chi prima accusava Bolzano e il mito del Nord efficiente e, quando poi si è scoperto che le responsabilità erano a Napoli, è partito con la solita tiritera, il tutto mentre c’è un bambino attaccato all’ECMO che lotta per la vita.
Speriamo tutti che sia salva la sua vita, ma c’è la tragica possibilità che i genitori si trovino a dover decidere se e come staccare la spina. Poiché spero in cuore e anima che ciò non accada, non parleremo degli aspetti etici di queste decisioni, che sono pesantissimi e oltremodo tragici. Mi fa male solo doverci pensare.
Concludiamo con l’ex presidente del Veneto, che strano che è scriverlo, Luca Zaia, che ha detto che o lo Stato si decide a fare una legge sul suicidio assistito o deve smetterla di impugnare le leggi delle Regioni.
Zaia ha ragione. Infatti, la Corte Costituzionale ha, entro certi limiti, creato una causa di non punibilità del reato di aiuto al suicidio. Lo Stato ha le più ampie autorità nel decidere ora cosa fare: potrebbe addirittura emendare la costituzione per stabilire un principio assoluto di tutela della vita (cosa che dovrebbe piacere alla sinistra, visto che era il loro mantra in epoca COVID, ma che difficilmente passerebbe), ma più probabile deve decidere come applicare questo nuovo principio giuridico.
La soluzione liberale svizzera descritta qualche settimana fa può essere applicata solo dallo Stato, che può depenalizzare entro certi criteri stabiliti chiaramente: le Regioni nel mentre hanno solo competenze concorrenti nel campo della sanità, se devono applicare questa sentenza devono farlo utilizzando quelle competenze, lo Stato non può opporsi quando non norma lui.
Il federalismo del tifo non va da nessuna parte, ma nemmeno il federalismo dei furbi.
