Che la qualità del trasporto pubblico locale nelle città italiane sia in calo è ovvio, ma possiamo dare tutta la colpa ai sindaci?
Certo che no: se i fondi calano, i costi aumentano e si trovano pochi autisti non è colpa loro.
Ma essi hanno il dovere di reagire alle condizioni della realtà, non in base a un sogno ipotetico di come vorrebbero la città come se giocassero a Sim City.
Davanti al trasporto pubblico in crisi, bisogna riconoscere una semplice realtà: serve di più l’auto. Contemporaneamente, qualunque possibilità realistica di migliorare il trasporto pubblico locale va applicata, il che può includere anche misure al di fuori del trasporto pubblico stesso, per esempio se in centro più gente si affida alla bicicletta magari alcuni autobus possono essere dirottati nelle periferie, dove sono ben più necessari.
Quello che non si può fare è andare avanti nell’ideologia andando contro la realtà, annunciando divieti per categorie di veicoli ritenuti inquinanti (o per dirla come i cicloattivisti con l’ebike da cinquemila euro che spiegano al povero con l’auto Euro 4 comprata usata che non è veramente povero: “puzzoni”) che lascerebbero senza reali soluzioni di trasporto centinaia di migliaia di persone, né si possono costruire infrastrutture costose che non risolvono il problema.
Va detto che more ciclabili vengono costruire con fondi dedicati: il sindaco non può decidere che quei soldi andranno a formare autisti e a quel punto meglio un’infrastruttura di scarsa utilità che una non esistente, se viene a costo zero o quasi.
Il problema è l’indirizzo ideologico: sognare la città senza auto e vessare gli automobilisti quando l’unico autoveicolo che manca è l’autobus è folle, e ancora più folle è chi vota tutto ciò.
