Nei prossimi giorni la Commissione europea deciderà sull’iniziativa My Voice My Choice, che richiede l’istituzione di un fondo dall’Unione per l’aborto volontario all’estero per i Paesi dove questo è proibito oppure, a insindacabile giudizio dei proponenti, inaccessibile.
Ho già parlato del perché questa iniziativa sia dannosa al netto di come la si pensi sul tema, per varie ragioni che spaziano dalla sussidiarietà alla praticità e non voglio ripetermi, ma sta di fatto che il dado è tratto, non si può tornare indietro, la Commissione deve rispondere e qualunque sia la decisione di Bruxelles temo che non sarà un bene.
Se la commissione dirà di sì, infatti, sarebbe un problema: se l’UE ha queste competenze sussidiarie in materia di sanità starebbe ammettendo di favorire una pratica quasi mai medicalmente necessaria quale l’aborto mentre i cittadini europei muoiono semplicemente per la loro nazione di residenza.
L’UE infatti ha ancora grandi disparità sanitarie tra Europa centro-occidentale e orientale: se la Polonia è uno dei Paesi europei (e anche mondiali) con la mortalità materna più bassa il sistema sanitario di Varsavia fatica su tanti temi e ciò porta a tassi di mortalità elevati per tante patologie.
Non serve essere “pro vita” per rendersi conto che un’Unione che a una donna polacca con una grave patologia curabile solo all’estero, dove magari dovrà stare per mesi, dice “arrangiati” mentre a una donna polacca che vuole abortire fa il rimborso di quei 600€ che servono per andare a farlo in Germania standoci tre giorni è un’Unione con priorità profondamente sbagliate.
Inoltre vi è anche un tema di uguaglianza: difficilmente la Commissione approverebbe la larghissima definizione di restrizioni all’aborto dei proponenti, d’altronde essere messi nella lista equivale a essere riconosciuti come stati che violano i diritti fondamentali, non basterà avere tanti obiettori di coscienza (come Italia o Austria), pochi ospedali che lo praticano (come Grecia o Spagna) o dov’è a pagamento (come in molti paesi dell’Europa centro-orientale), ma se sarà un sì coprirà solo i due Paesi dell’Unione che vietano completamente l’IVG, ossia Malta e Polonia.
L’UE si troverebbe a pagare viaggio, hotel e procedura per una donna polacca o maltese che va all’estero, ma non coprirebbe la spesa, spesso nello stesso ordine di grandezza, che una donna tedesca, bulgara o romena sostiene per abortire nel proprio paese!
Se la commissione dirà di no, invece, nulla cambierà: l’IVG rimane legale a diverse condizioni in 25 stati dall’Unione e chi vuole abortire negli altri 2 può usare la libertà di movimento per andare in un altro paese. Il problema è il prodotto della paura che My Voice, My Choice ha venduto.
Perché se la petizione si fosse limitata a dire “noi crediamo che anche le donne in Polonia e a Malta dovrebbero poter accedere all’aborto a condizioni simili a quelle delle vicine” al no di Bruxelles ci sarebbe stato giusto un po’ di dispiacere, il problema è che i proponenti hanno usato la paura come strategia, paragonando una possibile Europa senza questo meccanismo al racconto dell’Ancella, dove le donne vengono stuprate ritualmente per dare figli a potenti padroni.
Con un numero di follower tra Instagram e Facebook superiore a un milione è ben probabile che se la Von der Leyen annuncia il rigetto della proposta un numero non indifferente dei sostenitori penseranno di essere attivamente in pericolo, sviluppando ansie o estermizzandosi, com’è accaduto negli Stati Uniti dopo la sentenza Dobbs: ormai leggere i contenuti dell’esaltato “pro scelta” medio non è tanto diverso dal leggere un comunicato dei talebani, per quanto bisogna riconoscere quantomeno che i barbuti afghani non inneggino apertamente alle mutilazioni genitali, cosa ormai diffusa tra i “pro scelta” americani.
Tutto ciò perché si è scelta come strategia, sin dall’inizio, la paura per creare il senso di necessità di firmare in massa e sostenere il movimento per evitare un grande male: se l’iniziativa viene respinta questo male prefigurato si configurerà e quindi bisogna avere ansia, andare in panico o urlare.
Ricorda un po’ la comunicazione della destra nel 2016, che dipingeva le nostre città come se fossero un campo di battaglia pieno di immigrati pronti a ucciderci o della sinistra ai tempi del DDL Zan, che dipingeva la vita di un omosessuale in Italia come quella di un abitante di Sarajevo nel 1993: c’è sia un problema di malaimmigrazione che uno di omofobia in Italia, ma la soluzione non è mai fare credere alle persone di essere più in pericolo di quello che sono.
È interessante e va notato che i due Paesi che sarebbero maggiormente toccati da una misura del genere, ossia Malta e Polonia, non hanno visto chissà quale partecipazione: nella piccola isola mediterranea nemmeno è stata superata la soglia, mentre in Polonia sì, ma nemmeno di tanto.
I nuclei di firme sono stati raccolti tra Italia, Germania, Francia e Svezia: paesi dove l’aborto è legale e, in tre su quattro, gratuito. È lecito chiedersi se l’iniziativa, se si fosse concentrata su Malta e Polonia senza vendersi come salvazione universale dei cosiddetti diritti riproduttivi che se non passa viene Donald Trump con l’Air Force One a firmare un divieto continentale di aborto, avrebbe raggiunto un numero rilevante di firme e l’impatto mediatico che ha avuto.
Speriamo che la Commissione Europea faccia la cosa giusta: se lo farà, ci sveglieremo nella stessa Europa del giorno prima. Se anche passasse, ci sarà l’ennesimo spreco pubblico di danaro e l’ennesima ragione per non dare più potere a Bruxelles, ma sarà una bella sorpresa per tanti scoprire che qualunque cosa annunci la Von der Leyen l’indomani non ci saranno in giro né gli European Reproductive Corps a sostituire i medici obiettori nel SSN, né l’Eurogendfor a distribuire costumi da bottiglia di ketchup annunciando presso quale famiglia si dovrà prestare il servizio di ancella riproduttrice.
