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Educazione sessuale: ok il consenso, ma perché no agli esperti alle medie?

Scrivere una legge sull’educazione sessuale nelle scuole non dev’essere facile: si è tra l’incudine e il martello, tra chi pensa che sia la panacea di tutti i mali e che eliminerà malattie sessualmente trasmissibili e violenza nelle relazioni e chi invece pensa che sia un cavallo di troia per insegnare che il genere si sceglie alla mattina insieme al colore dei calzini.

Il governo italiano sembra aver fatto una legge tutto sommato decente in materia, che richiede il consenso dei genitori: questo è a mio parere giusto per una ragione, ossia l’impossibilità di un insegnamento educativo oggettivo in materia.

Si può – e a mio parere si deve – istruire oggettivamente sulla realtà del sesso, su cosa sono i genitali, sulle conseguenze e i rischi connessi all’attività sessuale e sulle condizioni mediche connesse.

Ma questo non è proprio ciò di cui si parla: dato l’arretramento del ruolo della famiglia, causato da numerosi fattori di cui sarebbe bene parlare ma qui non è il caso, si vuole che la scuola assuma un ruolo educativo sul come vivere la sessualità che un tempo era tipico della famiglia.

Il che è discutibile, ma è chiaro che ogni famiglia avrà la sua visione su come questa educazione deve avvenire. Da un punto di vista “agnostico” il corso Teen Star che si ispira alla teologia del corpo del compianto Wojtiła ha lo stesso merito della campagna Sexheroes dell’Arcigay, che promette “tutto il sesso che vuoi, coi superpoteri che vuoi”, e tutti hanno lo stesso merito di “A luci accese” sostenuto dalla Durex, che in quanto produttrice di uno specifico strumento contraccettivo e di riduzione delle IST potrebbe essere vista come in conflitto d’interessi.

Fossi genitore, non darei mai il consenso all’idea di fare “tutto il sesso che vuoi, coi superpoteri che vuoi”, un po’ per ragioni morali, un po’ per ragioni di salute: il sesso è un’attività rischiosa e fingere che non sia così è deleterio. Mentre previa lettura dei programmi potrei dare l’ok al programma della Durex, d’altronde non vorrei che mio figlio facesse sesso a quell’età, ma se proprio deve farlo è meglio che non lo faccia cabriolet beccandosi qualche infezione e, magari, lasciando in giro un figlio che verrà buttato nei rifiuti speciali, dato in adozione o cresciuto in una situazione subottimale.

Per far capire la necessità del consenso informato a chi è contrario basta ventilare l’ipotesi che un esponente di Pro Vita e Famiglia vada nelle scuole a fare educazione sessuale. Ah, certo, non dovrebbe? E perché mai, la vostra idea è verità rivelata da imporre a tutti mentre la loro è errore da dichiarare eretico? Questo sarebbe totalitarismo ideologico, non libertà.

Tuttavia, viene da chiedersi perché si vuole negare la presenza di esperti esterni alle medie. Quale figura migliore di un ginecologo o di un andrologo per spiegare ai ragazzi i cambiamenti che il loro corpo sta subendo, quali sono le cose normali e quali no e quali sono le conseguenze e i rischi della sessualità?

Non riesco a trovare la ragione per accomunare attivisti esterni, che è anche bene che rimangano fuori dalle scuole medie (e forse anche superiori) e medici o figure assimilabili, a cui si è attribuito tradizionalmente il ruolo di educatori sessuali proprio per la loro esperienza e neutralità.

Certo, non è neutralità assoluta: il primario ospitato dal CAV avrà ovviamente alcune divergenze d’opinioni con la giovane ginecologa che fa educazione sessuale sui social, ma avranno molte più idee in comune rispetto agli estremi perché sono generalmente fondate sull’evidenza scientifica e non sull’ideologia di turno.

Una cosa va detta: chi pensa che l’educazione sessuale sia un qualcosa di salvifico sbaglia. Si parla tanto degli stati in cui c’è già e la si propone come soluzione a questo o quel problema, che sia l’aumento delle malattie sessuali tra giovani, la violenza di genere o il femminicidio, ma se si va a guardare ai dati ci si rende conto che questi problemi esistono, talvolta più gravi, nei paesi che l’educazione sessuale ce l’hanno, anche da pionieri.

D’altronde, la diffusione di malattie sessualmente trasmissibili è funzione di quanto sesso si fa e con quante persone. Nel momento in cui è più diffuso avere più partner, specie se di breve durata, esse si diffonderanno di più. Chiaramente adottare alcuni accorgimenti può ridurre i rischi, ma rimane un’attività rischiosa specie se, come pare, ben spesso nel mezzo c’è anche l’uso di droga.

Quando si parla di violenza, sarebbe bellissimo se con un’ora di lezione si cambiassero radicalmente le persone in meglio, ma sfortunatamente non è così e ben spesso i civilissimi paesi nordici dove l’educazione sessuale è diffusissima sono quelli dove si vede più violenza nell’intimità domestica.

Mentre l’Italia, in tutto ciò, rimane un paese ragionevolmente sicuro per le donne, per quanto si dovrebbe fare sicuramente meglio dato che l’unico tasso accettabile di violenza di genere è zero.

Il problema è valoriale, non educativo: se si tratta l’altro come oggetto con cui sfogare pulsioni e frustrazioni ci sono certe conseguenze. Se si impara a trattare le persone in quanto tali, nel rispetto della loro e della propria dignità, si diventa una società migliore. Ma per questo non basta un’ora a scuola.

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Informatico di giorno, spietato liberista che brama la secessione del Nord di notte. Con la libera circolazione, dato che amo la pizza.