FEDERALISMO & INDIPENDENZA | Approfondimento Politico

Il Papa: l’aborto turba la pace cristiana. Ma non chiamatelo genocidio, per carità!

Dopo il caso del vescovo Suetta anche il Papa ribadisce l’ovvio, tra l’altro con le parole di una donna, madre Teresa di Calcutta: il cristianesimo, da duemila anni a questa parte, condanna l’aborto. Yawn.

La ragione, ironia della sorte, la spiega benissimo Jeffrey Epstein nei file recentemente rilasciati dal governo americano: l’idea che ogni vita abbia lo stesso valore è il peggiore cattolicesimo.

Per lui peggiore, per tanti migliore, ma sta di fatto che prima di Cristo l’idea che ogni vita avesse valore intrinseco non c’era. Ciò non vuol dire che la gente si ammazzasse per sport, quello contro l’omicidio è un tabù culturalmente diffuso quasi ovunque anche per ovvie ragioni di ordine pubblico, ma la definizione di omicidio era ridotta rispetto ad oggi: l’infanticidio, per esempio, era pratica comune e se oggi è considerata omicidio dobbiamo dire grazie ai cristiani, ed erano ben maggiori i casi in cui l’omicidio era tollerato o scarsamente punito.

Ciò contrasta con l’idea che ogni vita venga da Dio e che solo in situazioni estreme essa possa essere tolta dall’uomo: legittima difesa, guerra giusta o pena di morte comminata da autorità legittima (comunque stigmatizzata dai primi cristiani e ormai anche dalla Chiesa cattolica, che anche quando la ammetteva chiedeva clemenza più sì che no).

In quest’ottica è facile comprendere come l’idea che un individuo possa ucciderne un altro, la cui vita è stata data da Dio, anche solo perché non ha voglia di prendersene cura sia un grave turbamento della pace in senso cristiano, che sul “non ammazzare” si fonda. Per un cristiano, specialmente cattolico, questa visione rende il diritto alla vita non un diritto assoluto, ma un diritto relativo, ed è difficilmente accettabile.

Non è obbligatorio concordare, basta riconoscere la coerenza logica. Io coi vegani non concordo sul fatto che sia errato sfruttare gli animali, per me non c’è nulla di intrinsecamente sbagliato (per quanto va fatto il possibile per ridurre le sofferenze non necessarie), ma riconosco che se la pensassi come loro sul valore della vita animale non dovrei sfruttare animali. Credere che una vita abbia valore intrinseco e che il diritto alla vita sia assoluto e non relativo è una posizione filosofica di origine religiosa, non verità rivelata erga omnes e si ha tutto il diritto di pensarla diversamente, accettando ovviamente le logiche evoluzioni di queste posizioni.

Poi, qualcuno contesta che con varie guerre in corso, e relative morti, non si possa paragonare l’aborto a ciò, ma diamo un attimo i numeri: si stimano poco meno di trecentomila morti per i conflitti armati nel 2024, nello stesso periodo si stimano circa settanta milioni di aborti. Con la differenza, questa molto cara ai cristiani, che le guerre di aggressione e i crimini di guerra sono teoricamente illegali mentre l’aborto è ben spesso lecito e talvolta anche finanziato dallo stato (per quanto a livello politico la Chiesa invita a sostenere leggi restrittive se vanno a coprire situazioni meno restrittive, si potrebbe dunque argomentare che per un cattolico osservante la 194 sia meno peggio della soluzione liberale “aborto libero sino al travaglio, ma pagato di tasca propria“, ma di questo parlatene con un teologo).

In ogni caso, specie con la Giornata della Memoria da poco passata, qualcuno che vuole sfruttare ogni occasione per avere visibilità, c’è sempre chi azzarda il paragone tra aborto e genocidio. Questo paragone è ampiamente sbagliato, oltre che eticamente discutibile se fatto in occasione di giornate come quella citata, per una semplice ragione: genocidio è un termine preciso con una sua definizione, non un modo per definire ciò che non ci piace se fa tanti morti.

Infatti è l’intento a definire il genocidio, non il numero: il genocidio degli Yazidi per mano dell’ISIS ha causato tra i duemila e i cinquemila morti, i bosgnacchi uccisi nelle guerre fratricide in Jugoslavia erano tra i trentamila e i sessantamila e a Timor Est l’Indonesia uccise tra gli ottantacinquemila e i trecentomila cittadini.

Ma sono genocidi perché gli autori hanno provato, talvolta anche arrivando molto vicini alla destinazione, a eliminare in tutto o il parte un gruppo determinato: nel caso dell’aborto in generale l’intento è semplicemente quello di non avere un figlio, ben lontano dall’eliminazione di un gruppo determinato.

Va detto che c’è un tipo di aborto abbastanza problematico in questo campo, per quanto ampiamente esistente nella storia abbinato all’omologo infanticidio: quello selettivo, ossia i casi in cui la gravidanza sarebbe stata continuata ma si decide l’aborto in base a una caratteristica dell’embrione/feto, solitamente il sesso (quasi sempre femminile, ma non sempre) o la presenza di una malattia, con qualche premio Nobel scopritore del DNA che ipotizzava che in futuro si sarebbe potuto anche decidere di non avere un figlio omosessuale grazie agli avanzamenti della genetica.

Per quanto con un semplice sillogismo aristotelico possiamo comprendere che tutto ciò che diciamo sull’aborto vale anche per l’aborto selettivo, ragion per cui evito sempre di fare affermazioni sloganistiche sul tema, l’idea che qualcuno dica sì a un bambino ma no a una bambina turba tante persone, dato che è una discriminazione per sesso e anche una così imponente da aver influito sulla demografia dei Paesi dov’è praticato maggiormente, India e Cina, dove si stima che manchino tra i 20 e i 30 milioni di donne per via dell’aborto selettivo.

Anche parlando di condizioni genetiche il tema è caldo: l’Islanda ha sostanzialmente eliminato la sindrome di Down con test prenatali e un tasso di abortività vicino al 100% nei riguardi dei feti portatori del terzo cromosoma 21 e non tutti sono contenti di ciò, specie tra le associazioni per i diritti dei disabili. Quando Richard Dawkins affermò che sarebbe addirittura immorale far nascere un bambino con la trisomia 21 venne travolto dalle critiche e poco ci mancava che qualcuno paragonasse il suo pensiero a quello dei nazisti.

Chiaramente tutti comprendiamo il dolore di una madre che magari è anche contenta di stare per avere un figlio e le arriva la notizia che avrà una condizione invalidante e decide di non farlo nascere per evitargli sofferenze, è “pietatis causa” da manuale: chi se fosse presidente della Repubblica davanti a una madre disperata che ha ucciso il figlio neonato rendendosi conto che era gravemente malformato non firmerebbe la grazia? Il problema è, secondo le associazioni, quando si usa una retorica deumanizzante o si agisce metodicamente per l’eliminazione di una popolazione disabile in quanto tale.

Va ricordato che il sillogismo vale solo in un senso: se l’aborto è X, dato che l’aborto selettivo è aborto, anche l’aborto selettivo è X, ma se anche l’aborto selettivo fosse una forma genocidiaria contro donne e disabili ciò non vorrebbe dire che l’aborto in generale lo sia.

Per citare il grande filosofo Michele Apicella “le parole sono importanti” e non è usandole per effetto drammatico che si contribuisce produttivamente al dialogo.

Detto questo, secondo me dovremmo essere contenti di avere la Chiesa che fa da avvocato d’ufficio della vita, perché in molti casi è stata una difesa necessaria. Se oggi l’infanticidio è illegale è grazie al cristianesimo e ad aver restitito alle forze dell’eugenetica, che provenisse dalla terra dei liberi o dalla Germania Nazista, dove a riuscire persino a ottenere uno stop temporaneo dell’Aktion T4 grazie alle proteste quasi impensabili in un contesto totalitario come quello del Terzo Reich fu proprio la Chiesa Cattolica.

Anche nei casi dove ci si vuole allontanare volutamente dalla dottrina cristiana che, potremmo dire, prevede una sorta di dovere alla vita è sempre bene avere qualcuno che ci ricordi dell’importanza della dignità umana: per esempio quando si parla del suicidio assistito si inizia sempre con persone con gravi malattie incurabili e che patiscono grandemente senza alcuna prospettiva di miglioramento, ma come già dicevo in uno scorso articolo se non si vigila si arriva al suo uso come sistema di estremo welfare per bisogni sociali non rispettati, Canada docet.

D’altronde viviamo in stati largamente secolari, dove il parere della Chiesa è stimato, ma non ha forza di legge. Se ciò che dicono i preti non ci piace, siamo ampiamente liberi di non ascoltarlo, e in realtà non lo facciamo quasi mai, nel bene e nel male. Sembra però che a volte quello che dicono ci turbi un po’, in tal caso è prudente fermarsi e chiedersi perché?

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Informatico di giorno, spietato liberista che brama la secessione del Nord di notte. Con la libera circolazione, dato che amo la pizza.

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