La Corte Costituzionale ha concluso il ricorso del governo contro la legge regionale toscana sul suicidio assistito con un sostanziale… pareggio. Infatti, se viene stabilito che le regioni possono legiferare sul tema in virtù delle proprie competenze sanitarie, viene anche stabilito che la legge invade alcune competenze nazionali e andrà modificata, in sostanza la regione ha diritto di organizzare il suicidio assistito, ma non altro.
Una delle parti che la Corte ha cassato riguarda l’obbligo per il SSR di assistere la pratica: non è un no generalizzato, ma porta i contrari a ritenere che il progetto del governo di escludere il SSN dal suicidio assistito sia lecito.
Ma, effettivamente, se il suicidio assistito è legale dovrebbe essere un qualcosa di fornito e garantito dallo Stato tramite il SSN o semplicemente di lecito, con lo Stato che si ritira e lo permette senza sanzionare chi lo pratica.
Devo dirlo: in questo caso, mi sento più vicino alla seconda posizione. Nei casi eticamente complessi si dovrebbe evitare il più possibile l’imposizione, ma questo non vale solo per chi è contrario alla pratica, ma anche per chi è favorevole.
Se si vieta il suicidio assistito si crea un’imposizione su chi vorrebbe praticarlo, ma se si rende il SSN il fornitore di esso si crea un’imposizione su chi invece è contrario.
C’è anche un tema morale non da poco: “medicina” e “cagionare la morte” sono due temi che cozzano sin dai tempi del Giuramento d’Ippocrate originale. Molti sanitari semplicemente si rifiuterebbero di prendere parte alle operazioni di suicidio assistito e le associazioni di categoria chiedono a gran voce l’obiezione di coscienza se proprio si va verso la legalizzazione.
Ciò potrebbe creare qualche problema pratico? Possibile, ma meno che nell’altro caso di procedura eticamente questionabile che è stata avocata al SSN: l’aborto. D’altronde, se nel caso dell’aborto l’intero punto della legalizzazione è che venga praticato da medici, nel caso del suicidio assistito non è un medico che deve somministrare la sostanza letale, anzi, farlo cambierebbe la sostanza dell’atto, da suicidio assistito a eutanasia, vietata in molti ordinamenti per un certo retaggio socioculturale.
Dalla Svizzera bisogna parlare se si vuole avere un’accessibilità del suicidio assistito che non sia una costrizione per professionisti sanitari e contrari: nel Paese elvetico, infatti, il suicidio assistito non è considerato atto medico e, infatti, è proibito ai medici di praticarlo! I professionisti sanitari hanno un ruolo, controllando la documentazione medica, ma non sono quelli che, direttamente o meno, cagionano o assistono la morte.
Sono delle associazioni no profit a offrire il servizio di suicidio assistito entro alcuni limiti legali e questo viene solitamente, specie per gli stranieri, fatto pagare, nell’ordine dei cinque/diecimila franchi. Ma per i cittadini c’è un’alternativa: trattandosi di associazioni no profit, condizione necessaria dato che la legge elvetica punisce l’aiuto al suicidio motivato da interesse, è possibile tesserarsi e dopo un tot di anni l’accesso al suicidio assistito è gratuito.
In Svizzera il suicidio assistito conta per l’1,5% delle morti, è ben probabile che una persona non ne abbia mai bisogno. Ma se ritiene di poterne aver bisogno, può tesserarsi: il modello funziona proprio perché è una sorta di assicurazione, pochi la usano ma tanti la pagano.
Questo modello permette a chi vuole accedere al suicidio assistito di farlo in modo ragionevolmente accessibile, pagando una piccola quota annuale, senza creare obblighi, economici e non, in capo a chi è contrario. Certamente nessuno vince la battaglia ideologica: non si ha né lo stato tutore della vita che piace ai cosiddetti pro vita né lo stato garante della scelta libera che piace ai cosiddetti pro scelta. Lo stato se ne sta in disparte e non vieta né promuove, al massimo regola e consente.
Soluzione liberale? Da un punto di vista filosofico, forse, ma ne parleremo meglio in futuro, ma praticamente sì: non si impone nulla a nessuno e non c’è un fronte vittorioso né un fronte perdente, il tema rimane aperto al dibattito pubblico, chi vuole farlo lo fa, ma chi è contrario non viene coinvolto a forza.
Soprattutto, dovrebbe essere l’alternativa gradita alle associazioni: gli strumenti e i contatti ce li hanno, basta una legge che permetta la loro attività e in un attimo avremmo tante Exit in Italia, non a “chiedere i diritti”, ma a darli.
