Non so se al referendum vincerà il sì o il no, ma so per certo che questa è stata la peggior campagna referendaria di sempre, e per battere quelli che si erano inventati il referendum propositivo l’anno scorso ce ne vuole…
I sostenitori del Sì hanno parlato un po’ della riforma e tanto di famiglia del bosco, di sentenze poco condivisibili o di altri temi politici mentre quelli del No parlano quasi solo di deriva autoritaria, di lesa maestà dei magistrati, di votare no perché siamo femministi, omosessuali, omofemministi e il no è la panacea di tutti i mali, e comunque bisogna votare no perché non siamo capaci di capire le cose, come affermato da Fiorella Mannoia, nota costituzionalista.
Non penso di dire una bestemmia se dico che se a votare fossero quelli che hanno letto e quantomeno minimamente capito la riforma il Sì vincerebbe senza ombra di dubbio, ma la democrazia non funziona così, non si vota mai solo sul merito, e se non introdurre una separazione tra funzioni e carriere della magistratura che esiste in tutta Europa per fare dispetto alla Meloni è un po’ come tagliarsi i maroni per far dispetto alla moglie è comunque una scelta lecita.
Però, ci interroga sullo stato di salute democratico del Paese. Nel 2016 Renzi ha provato a fare una riforma costituzionale massiccia, comprendente vari punti, e ha messo in gioco il suo stesso mandato: il voto è diventato più un voto di fiducia sul premier e sicuramente tanti elettori che apprezzavano parti della riforma ma non altre.
Il riformismo massiccio è morto con Renzi e si è capito che le riforme, in Italia, si devono fare piccole e graduali, e nel 2020 vi è stata la prima, con il taglio dei parlamentari, una riforma con pro e contro, d’altronde è difficile stabilire il numero “giusto” di parlamentari, e un parlamento troppo piccolo rappresenta male, ma uno troppo grande è più caotico che utile.
Fu una campagna scevra di grandi attacchi politici, ma anche lì abbiamo visto tanti degli argomenti per il no che non sono nel merito della riforma, ma sono slogan di retroguardia: la difesa della nostra costituzione che non si tocca, i poveri padri costituenti che piangono la crime di sangue e compagnia bella.
La riforma che voteremo domani e dopodomani è poco più di quella che votammo sei anni fa, è una riforma quasi procedurale, che adegua la magistratura italiana a un qualcosa di comunissimo nel resto d’Europa, tra l’altro in un modo prudente, conservando l’autonomia della magistratura requirente che invece, in altri paesi, è più o meno sottoposta all’esecutivo.
Se anche una riforma del genere diventa vittima degli slogan, del voto antigovernativo, dello spauracchio del fascismo e di chi più ne ha più ne metta, c’è poca speranza di poter cambiare qualcosa in questo Paese, se questo qualcosa non è tagliare i parlamentari o mettere lo sport in costituzione.
Lunedì può vincere il sì come vincere il no, ma sicuramente qualcuno ci avrà perso: lo stato della democrazia in Italia.
