In Spagna una giovane donna di 25 anni è stata uccisa: legalmente, s’intende, in base alla legge sull’eutanasia, ma non vedo perché ci si debba nascondere dietro a eufemismi come fine vita, “eutanasia” letteralmente vuol dire “buona morte”, e per l’azione che causa la morte c’è un termine ben preciso.
Questa povera ragazza, con numerosi disturbi mentali, era in sedia a rotelle dopo aver tentato il suicidio in seguito a una vita caratterizzata da due eventi traumatici: uno stupro da parte di un ex fidanzato e poi, a seguito di un trasferimento in una casa famiglia, da tre ragazzi ivi ospitati.
Nel mentre in Italia una donna, nota con il nome di Libera, si è suicidata utilizzando un macchinario progettato dal CNR che le ha consentito di avviare in autonomia l’iniezione di un farmaco letale: ella era infatti totalmente paralizzata e per la legge italiana se chiunque altro le avesse iniettato la sostanza avrebbe commesso un gravissimo reato, punito con la reclusione sino a quindici anni.
Nei commenti alla notizia di Libera ho letto tanti parlare di un’ipocrisia cattolica, che vorrebbe imporre a tutti la sofferenza in base alle proprie credenze. In realtà la Chiesa cattolica ammette e sostiene sia le cure palliative sia la sedazione profonda e non la pensa molto diversamente dal diritto sino a pochi anni fa: la vita è un bene indisponibile e non siamo nessuno per giocare a fare Dio, ma non siamo certamente tenuti a patire negandoci la medicina.
Penso che la vera ipocrisia sia altrove, nel voler dire che la vita “è indisponibile ma”. Una soluzione comoda, che ci permette di sentirci tutori della vita ma anche compassionevoli verso chi soffre, situazione indubbiamente resa più comune oggi con l’avanzamento della medicina, dove condizioni un tempo mortali non lo sono più, ma talvolta con costi netti in termini di qualità della vita, ma che è limitata, richiede costanti revisioni e nei fatti non garantisce autodeterminazione.
Ipocrisia che si vede anche quando sotto l’articolo sul suicidio assistito, con tanti bei commenti positivi su quanto sia un diritto importante e progressista, appare il banner standard su quanto sia brutto il suicidio e di come sia disponibile l’aiuto per chiunque anche solo lontanamente ci pensi.
Perché mai, se “la vita è mia e decido io” tale decisione dev’essere limitata a cause di “sofferenza” definite da un legislatore o ancor peggio da un magistrato, cause che tra l’altro non saranno mai in grado di coprire in modo soddisfacente ogni sofferenza di chi vuole l’eutanasia, e non libera per chiunque sia in grado di esprimere un consenso efficace?
Perché se la vita non è indisponibile ma nemmeno disponibile viene da dirsi che la vita appartiene allo Stato, che molto gentilmente ci permette di terminarla alle sue condizioni in casi rari, il che è ancora peggio dell’indisponibilità, dove si suppone che esista un concetto superiore che nessuno può permettersi di violare.
Il caso spagnolo ci interroga sicuramente sul tema del consenso efficace: la ragazza aveva numerosi problemi mentali e una vita difficile dietro, quand’è che questi diventano un ostacolo alla libera scelta della morte?
Ma c’è anche un’ultima, grande ipocrisia: che facciamo l’iniezione letale alle vittime ma non ai carnefici. D’altronde, nel momento in cui decidiamo che della vita si può disporre e che non è sacra, la pena di morte non dovrebbe essere un tabù, e penso che si possa dire che se un nonno stupra la nipotina così tanto che questa cade in depressione e chiede la dolce morte si possa punire colui che l’ha portata a ciò con la stessa moneta.
