La Corte Costituzionale ha giustamente cassato l’iniziativa della Regione Siciliana che prevedeveva concorsi riservati ai medici non obiettori di coscienza, imponendo di interpretare la legge in linea con la 194/78, che dispone l’uso della mobilità del personale per garantire il servizio.
Dico giustamente perché era un esito ampiamente prevedibile e, riciclando provocatoriamente un noto slogan, solo chi ha una laurea in medicina con specializzazione in ginecologia dovrebbe avere un’opinione sull’obiezione di coscienza, in ogni caso è indicativo vedere gente che non saprebbe distinguere un feto da una tromba di Eustachio spiegare a ginecologi laureati quale sia il loro lavoro, dimostrando ben spesso ignoranza lampante.
Però, che lo stato si dichiari monopolista dell’aborto e poi non riesca a fornirlo, è effettivamente un problema.
In generale trovo che in una società avanzata, dove il consenso della donna è rispettato, quella dell’accessibilità dell’IVG sia una non problematica: l’aborto può essere certamente inteso come una libertà negativa, ma non vi è una vera ragione per cui la collettività debba farsene carico garantendolo, quello che si definirebbe diritto positivo, specie se ciò richiede dei provvedimenti coercitivi.
Questo si spiega con un po’ di semplice uso del pensiero: il nocciolo della questione aborto sì/aborto no è lo status del concepito. Nel momento in cui si decide che il suo stato non è degno di particolare tutela o si decide che non si vuole discuterne non c’è ragione per limitarlo, ma al contempo al di fuori di alcuni – fortunatamente rari – casi patologici non c’è necessità medica di praticarlo. Nei fatti, è più simile a un intervento estetico: certamente non un male, ma un qualcosa che si fa su un organo sano e funzionale non perché ce l’ha prescritto un medico per curare una patologia ma perché lo vogliamo fare noi, e se queste parole vi mettono a disagio perché si paragona un’interruzione di gravidanza al Botox, dovreste riflettere sullo stato che ha, per voi, il concepito.
In ogni caso la legislazione italiana non lo intende né come diritto positivo né come libertà negativa: applica una depenalizzazione limitata che, nei fatti, può limitarne l’accessibilità.
Qui arriviamo al punto principale del nostro ragionamento: l’articolo 19 della 194/78, che stabilisce pene fino a 3 anni di reclusione per chi, pur nei limiti di tempo stabiliti dalla legge, cagiona un’interruzione di gravidanza senza seguire i dettami della legge.
Non parliamo di mammane, ma di ginecologi: se un ginecologo non è nel SSN non può praticare aborti, nemmeno se vuole e se offre tutte le informazioni che prevede la legge, se lo fa rischia il carcere.
Nel 1978 il legislatore non pensava certamente all’aborto come a una libertà riproduttiva: lo considerava una terribile scelta presa da persone disperate che, se dopo un tentativo di intervento pubblico, erano ancora disposte a farlo sarebbero state tanto disperate da farlo comunque. Riteneva dunque profondamente immorale che qualcuno potesse guadagnarci denaro e l’unica entità capace di fornire il servizio senza lucro era… lo Stato.
Oggi difficilmente è ancora così: la società, escludendo i fortemente contrari e i fortemente favorevoli, non lo considera tipicamente un bene ma nemmeno un grande male. Lucrarci sopra magari non è un’attività divertente per famiglie, ma non è tanto più immorale di quei chirurghi plastici che fanno ritocchini che trasformano una bella ragazza insicura in un canotto giusto per portarsi la pagnotta a casa.
Basterebbe modificare quell’articolo per permettere immediatamente a centinaia di ginecologi di praticare interruzioni di gravidanza, e non stiamo parlando di togliere l’aborto dal SSN, che comunque non è una bestemmia ed è un qualcosa che in molti stati europei si fa, ma di equipararlo a qualsiasi altra prestazione, che può essere svolta anche in regime privato.
Chiaramente, non è detto che tutto vada a scopo di lucro: una revisione di quell’articolo permetterebbe a un’associazione di creare un piccolo studio nei propri locali, ospitare un ginecologo volontario e praticare interruzioni di gravidanza. Quello che sto notando io lo proposero i Radicali in uno dei due referendum sull’aborto, per dire. Non si obbligherebbe nessuno, non si costringerebbero professionisti laureati che si sono fatti il mazzo sui libri per anni a prendere lezioni da chi pensa che una morula sia un frutto, non si creano nuove burocrazie: si permette a chi oggi non può ma vorrebbe.
Poi, certamente, si può agire anche su altri settori della legge. In primis, sui limiti di tempo: ogni sostenitore dell’aborto legale nel proprio Paese dice che c’è un limite scientifico, ma ogni Paese ha un limite diverso e, fosse scientifico, non possono avere tutti ragione.
In verità, l’unica differenza tra un feto di 90 giorni e uno di 91 è che uno è più vecchio di un giorno. Nemmeno da neonati siamo consci di essere vivi o capiamo qualcosa che non sia meramente istintivo, figuriamoci finché siamo nell’utero. I limiti sono arbitrari e si pongono tipicamente in base a quando l’immagine del feto che viene soppresso scandalizza la società, il che non è un gran criterio.
Logicamente, se si parla di autonomia corporea, il limite dovrebbe essere il travaglio, né a una certa data gestazionale cessano le ragioni che possono portare a un aborto, ma se anche non ci sentissimo a nostro agio con un aborto senza limiti si possono comunque alzare il limite tra le 16 e le 22 settimane, date comuni in vari ordinamenti europei, e dare ben più tempo di terminare una gravidanza anche se non lo si fa nel giro di una settimana dalla richiesta.
Infine, si può agire sul chi pratica aborti: in Italia è solo il medico, ma in altri Paesi e con delle limitazioni anche altri professionisti sanitari possono praticarne. Gli aborti chirurgici nei primi mesi non sono certo interventi complessi e l’aborto farmacologico rende il tutto più semplice. Questa fu la proposta che fece l’anno scorso Andrea Crisanti, guarda caso un medico, che presentò un DDL per permettere alle ostetriche di praticare interruzioni di gravidanza: all’inizio solo farmacologiche, dove serve solo una sorveglianza, e poi a seguito di adeguata formazione, quelli chirurgici.
Considerando che in Italia più si è istruiti più si obietta è una soluzione da tenere a mente: se infermieri e ostetriche obiettano meno e sappiamo che sanno fare interventi chirurgici semplici previa adeguata formazione, forniamo chi vuole e diventa tutto più accessibile. Certo, per chi ha una visione quasi sacramentale della pratica e odia gli obiettori perché il fatto che la maggioranza dei medici obietti è un problema per chi dice che è un grumo di cellule ed è come fare l’ablazione del tartaro non risolve nulla, ma per chi semplicemente crede che debba essere facile abortire ma senza costringere nessuno, che sia una donna a far nascere un bambino che non vuole o un medico a praticare un intervento che non vuole praticare, è una buona soluzione.
Sono tutte, tra l’altro, soluzioni fattibili semplicemente emendando la legge vigente. Considerando l’aura di sacralità della 194 e il fatto che ci sono tante opinioni discordanti toccarla è sempre difficile, ma in questi casi non si cambiano i principi fondamentali della legge, quanto la si adatta al tempo moderno, un tempo in cui la maggioranza dei ginecologi sostiene che non sia parte della loro opera interrompere gravidanze sane e in cui la popolazione ritiene che non sia chissà che male sociale da prevenire…
