FEDERALISMO & INDIPENDENZA | Approfondimento Politico

No, gli Stati Uniti non hanno legalizzato la tortura delle terapie di conversione

8-1, con anche i voti delle giudici nominate da Obama Sotomayor e Kagan: l’unico dissenso quello della giudice Ketanji Brown Jackson, nominata da Biden.

Questi sono i numeri che hanno rinviato alle corti inferiori la legge del Colorado sulle terapie di conversione dei minorenni. Ma attenzione, questa legge era particolare: vietava solo ai terapisti di provare a cambiare l’orientamento sessuale di un minorenne, con anche un’eccezione per chi era ministro del culto.

Parliamo, nei fatti, di una forma di espressione, che sappiamo essere estremamente protetta negli Stati Uniti grazie al primo emendamento: la Corte Suprema ha determinato che la legge dev’essere analizzata secondo il criterio dello “strict scrutiny”, il più elevato previsto dalla giurisprudenza statunitense, che presume le leggi incostituzionali a meno di tutta una serie di criteri oggettivamente difficili da raggiungere.

A me personalmente non piace il concetto di terapia di conversione: l’orientamento sessuale non è una malattia da trattare. E se nel caso dei maggiorenni non me la sento di mettere il naso su ciò che fanno finché non costituisce un reato, nel caso dei minorenni penso che lo Stato possa agire in loro tutela contro una pratica che oggettivamente non è necessaria.

Molti sostenitori del divieto delle terapie di conversione vogliono, nei fatti, una sorta di reato di blasfemia LGBT, che vieti anche pratiche completamente consensuali e volontarie, per quanto talvolta un po’ kitsch, quali ritiri o preghiere, in quanto non tollerano l’idea che ci siano omosessuali che non vogliano praticare attivamente il loro orientamento sessuale.

La loro visione è illiberale e fa sembrare l’Inquisizione il Freedom of Speech Club, ma per quanto riguarda i minorenni, le cui decisioni sono raramente completamente autonome e completamente responsabili, un problema c’è, e una legge fatta bene potrebbe vietare loro vere e proprie presunte terapie permettendo comunque l’accesso a servizi di sostegno o spirituali per come si sentono relativamente al loro orientamento sessuale.

Sta di fatto che citando il buon Antonin Scalia, e probabilmente anche le giudici Kagan e Sotomayor, se le sentenze che un giudice emette gli piacciono sempre, non è un buon giudice, e considerando che la tutela della libertà d’espressione negli Stati Uniti è avanzatissima rispetto all’Europa, dove sostanzialmente basta una legge ordinaria a limitarla, non c’è chissà quale alternativa legale a quanto deciso dalla Corte Suprema.

Certamente, va detto, la Corte non ha legalizzato la qualunque purché venga denominato “terapia di conversione”: altre sentenze hanno stabilito che venderne una può costituire frode in commercio, dato che non c’è alcun sostegno scientifico all’ipotesi che funzionano, così come rimangono reati contro la persona quelli praticati durante una cosiddetta terapia di conversione.

Nel sistema americano legiferare su ciò che si dice è più difficile di legiferare su ciò che si fa: un terapista dice, e quindi lo stato non può vietargli di dire se non in casi molto limitati. E va anche fatto un discorso di riduzione del danno: un genitore che manda il figlio dal terapista perché gay e vorrebbe che non lo fosse sarebbe disposto a mandarlo altrove, dove magari manca l’etica del professionista sanitario e si praticano vere e proprie torture?

Proprio su questo chioso: non dovremmo puntare tanto al divieto di terapie di conversione, limitandoci a perseguire gli eventuali abusi compiuti in esse, quanto a renderle impensabili! L’orientamento sessuale non si cambia e quello che si vuole fare seguendolo è oggetto dell’etica personale, questa sì influenzata poi dall’educazione familiare.

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Informatico di giorno, spietato liberista che brama la secessione del Nord di notte. Con la libera circolazione, dato che amo la pizza.