“Remigrazione” è un termine ormai sulla bocca di tutti, che si impone nel dibattito politico sempre più, tant’è che ormai quando si parla di immigrazione lo si fa in ottica remigrazione sì/remigrazione no.
“Remigrazione” è anche un termine che vuol dire molto poco: per qualcuno è l’espulsione degli irregolari che si sono macchiati di gravi reati, per altri è una politica migratoria più stretta, per altri ancora è la proposta di un assegno sostanzioso per tornare al proprio Paese d’origine, sufficiente a vivere una vita dignitosa lì ma comunque meno dispendioso di una vita di welfare qui…
Questa indeterminatezza è un problema, perché il termine nasce in ambienti sostanzialmente nazisti che ritengono necessaria un’unità razziale della comunità e vorrebbero mandare via chiunque sia del colore sbagliato… è molto facile dunque che si usi una “remigrazione ragionevole” che dice “mandiamo solo via chi è un pericolo e chi è venuto qui per vivere di sussidi” come cavallo di Troia per rendere accettabile una deportazione di massa su base razziale.
I meriti del movimento per la remigrazione
Non si può negare, a meno di leggere Topolino al posto della cronaca e di non aver mai visitato una grande città europea che un problema con l’immigrazione, riguardante quasi esclusivamente determinate nazionalità, ci sia, e che non pare esserci una soluzione nel paradigma migratorio che l’Europa ha sempre immaginato.
Nei fatti, quando l’Europa ha aperto le sue porte si aspettava che tutti gli immigrati fossero persone di buona volontà in grado e desiderosi di integrarsi senza problemi né dubbi – coronando tale processo con la cittadinanza – e anzi con piacere, portando a un vantaggio reciproco. E ciò è successo con tante comunità, soprattutto europee: vogliamo parlare dei rumeni in principio dipinti come diavoli che venivano in Italia a compiere chissà quali nefandezze mentre oggi sono membri assolutamente integrati della società italiana e con tassi di delinquenza paragonabili a quelli delle regioni italiane più povere?
Ma per tante altre, sembra che ghettizzazione, mantenimento dei propri valori incompatibili con i nostri e desiderio se va bene di poter fare quello che si vuole e se va male di dominazione regnano sovrani: l’Europa ha visto l’arrivo di violazioni dei diritti femminili impensabili nella nostra culturali quali l’infibulazione e il ritorno di pratiche che si credevano archiviate da secoli nei paesi più progrediti e da decenni in quelli meno, come il matrimonio forzato o il delitto d’onore.
Il fatto che ora si possa far notare queste banali realtà, che l’identità non sia un pezzo di carta, che si può nascere in Europa e avere un passaporto europeo ma se si cresce in un quartiere che ricorda una casba di Fez o un villaggio rurale vicino Karachi europei difficilmente si è e che banalmente non tutte le culture sono uguali, dato che alcune condividono valori fondamentali simili ai nostri e possono effettivamente integrarsi e produrre un arricchimento culturale e sociale mentre altre sono incompatibili e bisogna rinunciare ad essere per essere assimilati nella nostra non sia più tabù che porta ad essere tacciati di razzismo è un’ottima cosa: è lecito chiedersi se il movimento per la remigrazione sia stato strumentale nello sdoganare una retorica sull’immigrazione che non sia strettamente egalitarista – dunque più fondata su un desiderio che su una realtà – o se è semplicemente un fenomeno contemporaneo dato dal vedere le conseguenze dell’immigrazione di massa da spazi culturalmente e antropologicamente differenti dal nostro.
Il paradosso del “razzista con la moglie dell’Est”
Qui una nota va fatta: nella stesura di questo articolo ho chiesto consiglio a dei miei amici che hanno relazioni con ragazze straniere, principalmente dell’Europa orientale, io stesso ho avuto un’esperienza del genere che, portandomi a fare numerose domande sul ruolo di identità, nazionalità e cittadinanza, ha nettamente influto su come vedo il tema dell’integrazione e della migrazione.
Che esponenti politici che vogliono una riforma restrittiva dell’immigrazione, proposte che ben spesso vengono accolte da certe parti politiche al grido di “razzismo”, abbiano mogli straniere, specie dell’Est Europa, non ha nulla di strano. Con una nota di sarcasmo qualcuno direbbe che hanno solo da imparare dalle proprie compagne di vita, infatti le società esteuropee sono tipicamente molto etnicamente omogenee e le loro posizioni su molti temi relativi alla migrazione e alla diversità qui vengono considerate forme di razzismo.
Il fatto è che i valori fondamentali del popolo rumeno o ucraino o polacco sono sostanzialmente identici ai nostri: magari guardiamo perplessi certe loro abitudini alimentari – devo ammettere che anche io non ritenevo edibili certi pesci tipici dell’Est Europa prima di provarli – o certi loro costumi, come la stretta politica “shoes free” in vigore in molte case esteuropee, ma si tratta appunto di usi e costumi, non di valori.
Ci può essere una varianza su come vengono interpretati questi valori: per esempio, il polacco medio sull’aborto la pensa come la frangia pro-vita più estrema in Europa occidentale, ma questa frangia appunto esiste anche qui, non è un qualcosa di esterno al sistema valoriale. Così com’è possibile che determinati fenomeni, ritenuti da ambo le parti negativi, siano più diffusi – e talvolta anche più tollerati – in certe società che in altre.
Detta in termini molto semplici: se un croato viene in Italia con la famiglia vivendo da croato è affare suo, se un afghano viene in Italia vivendo da afghano è affare per le procure della Repubblica e delle forze dell’ordine.
Chi contesta una relazione tra un sostenitore di politiche migratorie più strette e uno straniero molto probabilmente ha una visione idealizzata del fenomeno migratorio, più radicata appunto in propri desideri e pregiudizi (da intendersi proprio in senso etimologico) che nella realtà dei fatti. Qualcuno ci vedrebbe anche del razzismo represso, ma secondo me non è il caso se non raramente.
I problemi della remigrazione
In primo luogo il collettivismo: il fatto che sia generalmente vero che il sistema valoriale di un paese musulmano osservante sia sostanzialmente incompatibile con il nostro non toglie che ci possano essere persone che individualmente questa compatibilità ce l’hanno e che anzi hanno forte desiderio di vivere secondo il nostro stile di vita, che ritengono preferibile rispetto a quello del Paese d’origine.
In secondo luogo, la netta semplificazione dei concetti di compatibilità e incompatibilità: il mondo raramente è binario e l’influenza culturale europea è diffusa in tanti luoghi, per non parlare del fenomeno delle seconde generazioni, divise tra chi ha una forte integrazione valoriale e chi va in giro col coltello a fare il maranza per puro odio verso la società in cui è cresciuto. Penso di non scandalizzare nessuno se dico che la cultura che ha portato all’omicidio di Saman Abbas dovrebbe starsene ben lontana dai confini dell’Europa, ma credere che le grandi città turche o marocchine siano tali e quali a un villaggio pachistano è un grave errore. Ciò a maggior ragione rende necessaria una valutazione individuale, in cui si deve tenere conto della nazionalità d’origine ma che non può essere l’unico fattore.
In terzo luogo, la fattibilità: al netto de “la costiuzione non lo permette” (ma una costituzione che permette Molenbeek va emendata!) e “e allora chi va a fare lo schiavo nei campi?” (magari nessuno) le espulsioni di massa non sono facili da fare, e gli stati europei fanno fatica ad espellere chi è veramente un pericolo per l’ordine pubblico, basta leggere il giornale per rendersene conto. Le risorse sono quelle che sono e vanno concentrate, tenendo a mente anche che se si punta ai grandi numeri è ben più facile puntare a chi è irregolare ma non è un pericolo per la società che a chi ti usa violenza contro o si nasconde, come si nota anche dall’opera dell’ICE negli Stati Uniti.
In ultimo luogo: la considerazione per lo straniero. A destra si parla solo di più doveri per loro, cosa a cui la sinistra solitamente risponde con la naturalizzazione facile. Ma la condizione dello straniero, in Italia, è oggettivamente problematica, ed è lo stato spesso a renderla tale, con una burocrazia lenta e disfunzionale, che obbliga a lunghe code in uffici di dubbia qualità e utilità, con assurdità degne di un film di Fantozzi come i permessi di soggiorno che arrivano già scaduti.
Oltre che per una banale questione di giustizia, la vessazione gratuita degli stranieri non è una cosa moralmente corretta, è anche nel nostro interesse avere un sistema competitivo: con l’attuale sistema l’Italia è anticompetitiva e lo straniero ci pensa due volte prima di trasferirsi qui o di rimanerci, conosco studenti che si laureano in Italia con borsa di studio, vorrebbero anche rimanerci ma davanti alla burocrazia più semplice di stati dove magari il salario è anche un po’ più alto rispetto al nostro scelgono di espatriare. Come biasimarli, ma soprattutto come non biasimare noi stessi per aver perso questi talenti?
Inoltre, ci si dimentica spesso che non tutte le migrazioni sono volontarie: quando Ratzinger – oltre che distinto pontefice grande ideologo di un’idea di Europa radicata nelle sue tradizioni e nella giustizia – parlava di “diritto di non emigrare” intendeva che in molti casi cambiare paese non è una scelta, per quanto appetibile, ma una necessità. Chi scappa da una guerra d’aggressione, dalla persecuzione o da una povertà affamante e senza prospettive non ha opzioni e avrebbe preferito sicuramente poter rimanere nella propria patria in condizioni di giustizia, condizioni che possiamo e dobbiamo creare: nutrire gli affamati, formare i lavoratori, commerciare coi produttori, proteggere gli oppressi e armare gli aggrediti sono cose giuste e necessarie.
Governare il fenomeno (re)migratorio
Da qui, il titolo provocatorio: le riforme non si dovrebbero fare pro o contro l’immigrazione, ma per avere un’immigrazione che funziona. L’immigrazione è naturale e per certi versi necessaria, ma va regolata in modo che il Paese che accoglie non si snaturi, non diventi un surrogato della Caritas (per quanto esistano anche obblighi morali e giuridici in materia di assistenza che vanno rispettati, ad esempio nei confronti di chi fugge da guerre e persecuzioni) e nemmeno un campo di battaglia: va fatto a beneficio di tutti e si può certamente fare.
Mentre per la remigrazione… si possono condividere alcune istanze del movimento per la remigrazione. Anzi, ammettere che è necessaria una riforma per certi versi restrittiva del sistema migratorio è paradossalmente il primo punto per sgonfiarla: davanti all’assurdo delle frontiere aperte l’elettore medio sceglie la remigrazione – forse complice anche la scarsa propensione dei neofascisti a girare col coltello e fare rapine nelle città – dunque serve la ragionevolezza, serve una proposta alternativa concreta fondata non sull’odio, ma sull’amore e sulla verità, che possa tenere testa alla remigrazione.
“Remigrazione”: un termine che, per via della sua origine, non posso che respingere: io non cerco una comunità razzialmente uniforme – sono anzi un grande traditore della razza per certi versi – e sono anzi ben contento che ci siano alcune comunità straniere che mantengono i propri usi e costumi qui, portandoci un arricchimento culturale. Ma sono anche dell’idea che quando questo arricchimento culturale avviene a coltellate, atti di delinquenza, violenza domestica, odio per la società che ci circonda e infibulazione qualcosa andrà pur fatto…
