Fino a qualche secolo fa andava di moda la tortura: chi era condannato per un reato, o talvolta anche solo inquisito, veniva fisicamente punito, spesso anche in pubblico. L’idea era che far vedere a tutti che delinquere porta se va bene alla gogna, se va male a cose peggiori, e favorire l’obbedienza dei sudditi alle leggi.
Oggi la società evoluta ha abolito le pubbliche piazze, ma ha mantenuto i suoi luoghi di tortura, nascosti dietro alte mura: le carceri.
Il risultato è, nel bene o nel male, un’astrazione della pena. Se un contadinotto medievale sapeva benissimo qual era la punizione per il reato, noi no. Possiamo immaginare, ma di solito al di fuori di pochi aneddoti o notizie non vi è idea di cosa sia realmente il carcere: è roba per delinquenti.
Ma, piaccia o meno, siamo tutti più vicini al carcere di quanto si creda, complici anche certi magistrati, a cui gli italiani hanno purtroppo concesso quasi assoluta fiducia in un referendum pochi mesi fa, noti per fare retate che portano decine o centinaia di persone in carcere delle quali ne vengono condannate, se va bene, dieci.
In quel caso, il copione è sempre quello: forze dell’ordine a casa di notte, portati via in manette, spogliati e perquisiti in modi che – senza il bollo d’approvazione dello stato – sarebbero se va bene violenza privata e se va male violenza sessuale, in cella d’isolamento o in sei dove dovrebbero starcene tre, bollente d’estate, gelida d’inverno, con la compagnia di animali domestici come blatte, cimici e topi, con diritti umani fondamentali come quello alla salute fortemente ristretti.
E vale per tutti: dai presunti innocenti ai condannati in via definitiva, dal mafioso al ladruncolo all’omicida pietatis causa di novantasette anni che ha sparato alla moglie malata.
Ci crediamo superiori al “medioevo” dove torturavano per avere confessioni senza riguardo per la verità, ma che effetto potrà fare sulla psiche di una persona veramente innocente, magari latistante sulla rubrica telefonica di un boss, passare mesi o anni di totale deumanizzazione? C’è da ringraziare se non si suicida, altro che confessione pur di uscirne!
Il fatto paradossale è che, nel Medioevo, un ladruncolo sarebbe stato messo alla gogna per qualche ora, al massimo tutto il giorno, e poi se ne sarebbe tornato a casa. Nel sistema odierno certamente si fa di tutto per non mandare in carcere il ladruncolo, ma se qualcosa va storto e la pena va eseguita, magari anche solo per pochi mesi, si torna al copione sopra descritto.
Ovviamente questo non è un contenuto a favore del ripristino della tortura: mica sono il governo di Singapore! Tuttavia, nel momento in cui in certi casi la pena medievale era complessivamente più consona e meno deumanizzante di quella che offre la democrazia liberale bisogna ammettere che un problema c’è.
Il carcere è sostenibile solo perché, appunto, è lontano da noi. È nascosto da alte mura e filo spinato. Quando ci viene posto davanti uno scorcio della realtà carceraria dobbiamo tapparci le orecchie – e la coscienza – al grido di “cosa si aspettavano, l’albergo cinque stelle” – come se non esistessero detenuti in attesa di giudizio, innocenti ingiustamente condannati e, soprattutto, se l’aver compiuto qualche reato giustificasse l’essere trattati peggio delle bestie.
Se il carcere fosse pubblico come lo era la tortura, non riusciremmo a sopportarlo e ci stomacherebbe, ci farebbe repulsione, andrebbe contro tutto ciò in cui crediamo. Quelle mura non servono solo a impedire le fughe, ma anche a farci credere che vi sia una cesura netta tra noi, fuori, e loro, dentro, e a nasconderci la realtà dei fatti di decine di migliaia di persone che vengono private non solo della libertà, ma della dignità e dei diritti più fondamentali per mano dello stato.
La giustizia antica una cosa l’aveva capita: una punizione unica non può andare bene per tutto, per alcuni reati basta la gogna, per altri bisogna fustigare e per altri ancora più gravi bisogna giustiziare. Il carcere, al tempo, era l’eccezione, il luogo dove si tratteneva la persona in attesa di ricevere la pena.
Non serve voler ripristinare gogna, tortura e forca per rendersi conto che questo limbo d’attesa come unica pena è crudele e inefficace, perché è proprio sbagliata l’idea che la conseguenza generale della violazione della legge debba essere la perdita della libertà.
Sia chiaro, non sono un sostenitore dell’abolizione del carcere: in certi casi una struttura residenziale detentiva dove il condannato per certi reati viene costretto a stare è necessaria. Ma non può essere la soluzione generalizzata e soprattutto non può essere una sorta di magazzino per criminali dove ogni dignità umana viene archiviata all’ingresso. Dovrebbe essere un luogo di riabilitazione o, al massimo, di isolamento dalla società con cui non si può convivere, non di deumanizzazione lontana dai riflettori sociali.
Il paradigma del carcere nasce con le migliori intenzioni, ma ha più di 200 anni. Bisogna iniziare a costruire l’alternativa, perché è sempre meno efficace, sempre più devastante verso gli onesti che per loro sfortuna ci capitano, ma sostanzialmente inutile con i criminali di carriera. Produce criminali, non riabilita e trasforma chi vi capita per piccolezze in un delinquente incallito o in un peso per la società.
Se non esistesse da tutto questo tempo e qualcuno proponesse di inventato, verrebbe rinchiuso lui. In manicomio, però. Non basata nascondere la crudeltà e la sofferenza perché cessi di essere tale e, soprattutto, perché cessi di essere inumana.
