Quando sono andato a dormire la notte del trenta settembre mi aspettavo di svegliarmi l’indomani con la notizia della morte di Christa Pike. Invece, mi sono svegliato con la notizia che, nonostante due iniezioni letali, fosse ancora viva, con conseguente sospensione di tutte le esecuzioni in Tennessee sino alla fine dell’anno.
Non sono qui a discutere se la pena di morte sia giusta o meno: certo è che, se è ammessa, il caso in oggetto sembra uno di quelli dove applicarla ha senso, il delitto compiuto è stato orripilante e leggerne i dettagli fa accapponare la pelle… al contempo, non si può ignorare la condizione personale e psicologica dell’autore di certi delitti, spesso il primo a compiere orrobili delitti ne ha subiti nella propria vita, e nel caso in esame, l’età estremamente giovane dell’autrice.
C’è un qualcosa di profondamente contrario alla natura umana nel sapere la data della morte di una persona prima che essa avvenga: persino per i malati terminali abbiamo un’idea generale del tempo che rimane, ma non la data precisa, e soprattutto non siamo noi ad ucciderli.
Appare evidente che l’iniezione letale è solo una farsa, una medicalizzazione di una cosa naturalmente violenta quale l’uccisione di una persona, spacciata per un tranquillo metterla a dormire. Si è passati dal famoso cocktail a tre farmaci, ideato da un medico che poi davanti alle esecuzioni malriuscite commentò affermando di non aspettarsi che le esecuzioni venissero compiute da “idioti” a folli esperimenti farmacologici dopo che le case farmaceutiche hanno espresso la propria obiezione di coscienza rifiutandosi di vendere i farmaci necessari all’uccisione alle carceri.
Il desiderio di “pulire” la pena di morte, di nasconderla, di fingere che non sia ciò che è, esprime un certo disagio nei riguardi della pratica: si vuole che il condannato per certi reati muoia, ma non lo si vuole uccidere. A tutto ciò si aggiunge una particolare crudeltà, quella dell’attesa: in Europa le condanne a morte venivano eseguite poco dopo la conferma finale, mentre negli Stati Uniti – e in Giappone, seconda delle tre democrazie a praticarla ancora – si aspettano decenni: decenni di inquietudine, in cui una persona può anche potenzialmente cambiare e che negano una delle giustificazioni più diffuse per la pena capitale, ossia che certi detenuti sono troppo pericolosi anche per l’ergastolo.
Tantissimi esperti concordano su un fatto: il metodo più veloce e meno doloroso per uccidere una persona è la fucilazione. Certo, è brutale, ma si muore velocemente, è difficile sbagliare e il dolore se c’è dura molto poco. E forse, c’è più dignità nel morire in piedi o seduti velocemente colpiti da armi da fuoco che nella triste parodia di una pratica medica, arte che com’è ben noto le vite dovrebbe preservarle e salvarle.
Ripeto che non sono qui a discutere se l’estrema pena sia giusta o meno. Andrò anzi controcorrente affermando che trovo poco convincenti alcune delle ragioni portate di solito per mostrare che la pena capitale sia sbagliata: la vita è sacra? Nell’era in cui abbiamo sdoganato sempre più l’idea che la vita sia un bene disponibile? Gli errori giudiziari irreparabili? Siamo sicuri che sia tanto meglio tenere uno in carcere dai 25 ai 70 anni, impedirgli di avere una famiglia e poi, resisi conto che ci si è sbagliati, liberarlo senza alcun supporto dopo decenni di isolamento sociale del giustiziarlo velocemente e “porre fine alle sue sofferenze”?
Se la si vuole, però, che quantomeno sia onesta: uccidere è brutale, uccidere deve turbare gli animi. Se il diritto penale è l’extrema ratio e l’imposizione della pena è l’extrema ratio dell’extrema ratio, la pena capitale dovrebbe essere l’extrema ratio dell’extrema ratio dell’extrema ratio. Volerla ripulire, rendendola paradossalmente più sporca, non è un buon servizio né per la verità né per la giustizia
