FEDERALISMO & INDIPENDENZA | Approfondimento Politico

Vannacci, il camerata san Paolo e la Dottrina Sociale della Chiesa

Generale, ma anche etimologo, sessuologo, social media manager, economista, assistente sociale, autore di successo e ora persino teologo: coi venti di guerra che tirano in Europa è quasi un peccato che il poliedrico Vannacci sia alla guida di un partito e non delle nostre forze armate!

Tanto si è parlato dei temi sociali  ma la cosa che mi preoccupa di più è l’interpretazione quasi religiosa del programma, ben rappresentata dalla copertina stessa, dove ad una citazione di Papa Pio IX se ne aggiunge una di Pasolini sulla “Destra divina che è dentro di noi, nel sonno”. Vannacci stesso ha provato a tirare per la giacchetta nel proprio progetto politico Paolo di Tarso, definendolo un camerata – tra lo sdegno di non pochi sacerdoti – e nella base programmatica cita ben due volte la dottrina sociale della Chiesa, definendola saggia.

E saggia è certamente la dottrina sociale della Chiesa, perché si fonda sulla natura della persona umana, ma ricordiamo sempre che il cattolicesimo è primariamente una religione e non ha un programma politico, quanto dei principi fondamentali e delle salvaguardie: è come un’autostrada, ci sono più corsie, dei segnali e delle barriere laterali per evitare che si vada verso certi estremi…

Il programma di Futuro Nazionale, da questo punto di vista, non è da stigmatizzare completamente: rendere più giuste e facili da pagare le tasse, l’accesso semplificato a un credito sociale, l’attenzione all’equità e all’accessibilità delle pensioni, la collaborazione tra capitale e lavoro, un sistema di regolamentazioni semplici, la riduzione del costo del lavoro sono tutti concetti condivisibili e se ci sono proposte che non stanno troppo in piedi è dal punto di vista economico o politico e non socio-cattolico.

Tuttavia un grave errore è contenuto nel programma, che si concretizza nell’interpretazione delle parole paoline “se qualcuno non vuole lavorare, neppure deve mangiare”: legare la dignità della persona a quanto può produrre e alla sua fatica. Cattolicesimo e capitalismo si rendono conto entrambi di una cosa: l’uomo ha una spinta naturale al voler fare.

Tuttavia ben spesso i capitalisti fingono di dimenticarsi questo fatto e vogliono dipingere l’umano come strutturalmente svogliato, che non lavorerebbe mai se non fosse per la costante minaccia di morire di fame e di stenti sotto a un ponte: in tal modo si possono convincere le istituzioni a essere il meno generose possibile, così da rendere accettabili anche condizioni facilmente definibili come struttamento. Va detto che il programma di Futuro Nazionale parla di alzare gli stipendi anche per i lavori umili, ma molti dei suoi sostenitori cadono nell’idea che definisco “lavorodurismo”, basta farsi il mazzo e i risultati arriveranno, e se sei povero è colpa tua. La seconda frase è generalmente molto malvista nei circoli cattolici, mentre la prima può essere vera in alcuni contesti, ma non oggi: il sistema socioeconomico oggi è disfunzionale su moltissimi livelli, per tutta una serie di ragioni che richiederebbero non un articolo, ma un intero libro!

Per la dottrina sociale della Chiesa il lavoro è un dovere, ma non è sempre un dovere: dovrebbe essere dignitoso, adatto alle condizioni fisiche e sociali della persona. Lavori che oggi spesso, specie per i giovani, non sono facili da trovare, in una situazione che papa Francesco ha correttamente definito una “nuova emarginazione”, nonostante non manchi certo la voglia di fare, si veda quanti giovani fanno volontariato  o il ridicolmente pagato servizio civile.

Introdurre un sistema di garanzia minimo che provi sì a favorire la produttività ma che in generale garantisca quantomeno un tetto e qualcosa da mangiare nei momenti di difficoltà non crea concorrenza al lavoro, a meno che sia un lavoro che è meglio che scompaia, ma permette anzi alla persona di tornare sulle proprie gambe nel minor tempo possibile: se oggi non si lavora non è tipicamente per fancazzismo, ma per problemi personali, sociali, politici o economici, quali possono essere la disabilità, la necessità di prendersi cura di familiari malati oppure l’effettiva assenza di opportunità e di prospettive.

Certamente, il programma di Futuro Nazionale non è un grande “arrangiatevi” e parla di disabilità e caregiver: ovviamente è un bene che si riconosca l’impossibilità fisica o pratica di lavorare di alcune persone, tuttavia vi sono comunque dei rischi nell’approccio di definire meritorio qualcuno e non meritorio qualcun altro, sappiamo bene che spesso i criteri di invalidità sono abbastanza aleatori, e per alcune condizioni – specie psichologiche e psichiatriche – il percorso di effettivo riconoscimento della necessità di richiedere aiuto e di accertamento della patologia può richiedere anni: vi è un elevato rischio che chi ha già i soldi possa usarli per ottenere il riconoscimento del proprio status di inabilità, mentre chi è veramente in una situazione estremamente difficile si trovi bollato come nullafacente e venga privato di ogni restante aiuto.

Ma chi dovrebbe gestire questi aiuti e queste garanzie? Una delle basi della dottrina sociale della Chiesa è la sussidiarietà: l’ente superiore interviene solo se l’ente inferiore non è in grado di agire oppure a suo supporto se viene richiesto. Nei riguardi dello Stato sociale, Giovanni Adamo II del Liechtenstein dice correttamente:

Lo Stato sociale prova ad emulare per vie legali il comportamento tradizionale dei piccoli gruppi. Una grande burocrazia è richiesta per gestire e controllare il processo e, al netto degli alti costi, il sistema mette in pericolo la libertà dell’individuo e in una democrazia dà la possibilità ai partiti politici di “comperare” voti con i soldi dei contribuenti.

Più fanno famiglie, comuni, enti intermedi e meglio è, eppure il programma di Vannacci parla spesso di stato, e lo fa ancor di più quando tende ad allontanarsi dai principi della dottrina sociale. Lo stato deve chiaramente avere un ruolo nel definire le politiche sociali, ma non ne è l’unico interprete: sono lodevoli le circoscritte menzioni degli enti intermedi, ma la realtà è che Vannacci non è un centralista, né un federalista, accenna alla sussidiarietà, ma la sua principale preoccupazione sul tema delle autonomie sembra essere che possa essere usato per introdurre il suicidio assistito senza legge statale.

Come già ho avuto occasione di dire, considerei Futuro Nazionale un legittimo interlocutore politico se non fosse per il fatto che poi porta in giro questi striscioni quando si parla di Ucraina. Se accettasse la postura europea che difende i nostri fratelli che combattono per i nostri valori al fronte, non sarei contrario a prescindere a una collaborazione di un partito che ho votato con loro, pur non condividendo varie posizioni del loro programma.

In questo momento storico, però, penso sia importante ribadire una cosa: libero mercato e welfare non sono incompatibili, anzi, un mercato libero e prospero è necessario a finanziare il welfare, e il welfare dà indietro al libero mercato cittadini felici, sani e capaci di lavorare e spendere nel sistema. Non essendo la dottrina sociale della Chiesa un programma di partito è possibile adattarla alle circostanze, e nei tempi attuali è più saggio a mio parere essere di destra quando si parla di libertà economica ma di sinistra quando si parla di stato sociale.

Produrre ricchezza dev’essere semplice e lo stato non deve mettersi di traverso con più burocrazia del necessario, ma non deve farlo essendo “amico delle imprese” perché ciò solitamente diventa un rapporto clientelare, dove queste imprese chiedono una sorta di protezione allo stato: lo vediamo spesso nell’approvazione delle regolamentazioni oggi, spesso effettivamente applicabili solo da attori già avviati, rendendo difficile creare nuova concorrenza. Uno dei più interessanti frutti del cattolicesimo politico è il distributismo, idea per cui i mezzi di produzione dovrebbero essere il più decentrati possibile, visione diametralmente opposta a quella di pochi conglomerati che nessuno può significativamente battere nel mercato e dai quali tutti dipendiamo che ormai è la realtà nell’attuale sistema economico. Per citare G.K. Chesterton:

Troppo capitalismo non vuol dire troppi capitalisti, ma troppi pochi

D’altro canto, specie finché il sistema capitalista è in un certo senso anticapitalista, negando la possibilità per l’uomo medio di diventare “self made man” giocando secondo le regole, portando a prospettive di crescita molto limitate, stagnazione sociale e distribuzioni dei patrimoni grandemente ineguale è necessaria una dimensione sociale, organizzata secondo il principio di sussidiarietà e che veda nello stato l’ultima istanza, che garantisca un minimo vitale a tutti, riconoscendo che la nostra dignità e il nostro valore non vengono da quanto siamo in grado di produrre economicamente, ma dal fatto che siamo umani.

Guardando ai giovani, una riflessione viene da farla: per cosa dovrebbero spaccarsi la schiena? Se vent’anni fa dire “io ti garantisco un tetto sulla testa e un piatto in tavola a pranzo e a cena, ma poi basta” sarebbe stato sostanzialmente una forma di welfare minimo che avrebbe incentivato chiunque a trovarsi un lavoro, oggi è spesso la realtà per tanti, anche laureati, che lavorano a tempo pieno dopo anni di sacrifici. La pensione? Probabilmente non arriverà mai. I figli, che come notava Leone XIII – ma anche qualunque genitore – sono un forte incentivo naturale a voler produrre di più per garantire loro un futuro? Se ne fanno sempre meno. Casa di proprietà? Impossibile, specie nelle grandi città, ormai difficilmente vivibili a meno di aver già una casa dai tempi in cui davvero l’uomo medio poteva aspirare ad averne una.

Quello che viene chiamato contratto sociale è stato, nei fatti, strappato in faccia ai giovani, che non hanno ottenuto nulla di ciò che è stato loro promesso e, se sopravvivono, è grazie a famiglia, amici e reti tradizionali di supporto: riscriverne uno nuovo richiede una visione pragmatica e che metta la persona, con le sue abilità e capacità naturali, al centro, e non troviamo questa visione né nel capitalismo clientelare che confonde l’interesse delle aziende con quello del mercato né nel socialismo spiccio che urla “tassate i ricchi” senza pensare a come utilizzare i soldi raccolti per aiutare i poveri.

Avatar
Informatico di giorno, spietato liberista che brama la secessione del Nord di notte. Con la libera circolazione, dato che amo la pizza.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi