FEDERALISMO & INDIPENDENZA | Approfondimento Politico

Autarchia agricola? Meglio il federalismo!

In Italia abbiamo una strana sindrome: quando si tratta dei mercati esteri devono essere aperti, apertissimi, senza barriere, quando si tratta del mercato interno bisogna fare protezionismo. Tuttavia, come fa notare Gianni Fava qui, non funziona proprio così: gli Stati rispondono praticamente sempre alle barriere con barriere.

Il nostro assessore regionale all’agricoltura, Fabio Rolfi, propone un piano abbastanza autarchico per l’agricoltura lombarda. In questo articolo vi spiegherò perché, a mio parere, tale piano non serve ma, anzi, serve un radicale ripensamento delle nostre politiche agricole.

La proposta pubblica…

La prima proposta di Rolfi è quella di una campagna informativa sul comperare italiano e lombardo e che si faccia anche un patto sul tema tra le aziende. Sia chiaro: non ho nulla in contrario se le imprese usano made in Italy, largamente già lo fanno.

Tuttavia il fatto che il pubblico usi i soldi delle mie tasse per fare pubblicità a delle aziende, che per una semplice questione di scarsità non saranno mai tutte (l’Italia non è autosufficiente a livello alimentare) non mi piace. E non piace nemmeno al diritto europeo: come sancito dalla Corte di Giustizia in Commission v. Ireland del 1982 una campagna informativa autarchica è incompatibile con il mercato comune. Una dove si propone esplicitamente di sostituire il prodotto estero con quello nazionale creando di fatto un cartello porterebbe ad una procedura di infrazione quasi sicura.

In generale, poi, trovo sconveniente che un politico dica alle aziende cos’è antieconomico fare: lo sapranno bene loro, no? Se un’azienda usa latte austriaco sapendo che si alienerà la parte del pubblico che vuole Made in Italy sempre e comunque avrà le sue buone ragioni. Ed esistono, per di più, ottime ragioni per avere prodotti stranieri sui nostri tavoli in generale.

Piuttosto dovremmo interrogarci su una cosa: In Austria ci sono standard elevati di vita. Non possiamo dire che possono permettersi costi bassi perché schiavizzano i bambini nei campi. Eppure riescono a permettersi di far pagare il latte meno dell’Italia, dove se paghi una persona 900€ lavora (mentre in Austria ti sputa nell’occhio)

Ma vuoi vedere che… l’Austria è uno Stato piccolo!

La storia della Nuova Zelanda e del perché federalizzare l’agricoltura

C’è uno Stato che ha eliminato tutti i sussidi all’agricultura: la Nuova Zelanda. Fu il governo laburista con Rogers all’economia a decidere queste misure, poiché la loro economia agricola stava andando a rotoli: prezzi dei terreni alle stelle, iperproduzione e impoverimento ambientale. E, al contempo, i dazi calarono nettamente, tant’è che oggi la Nuova Zelanda è tra i Paesi con meno dazi al mondo in agricoltura.

Ci potremmo aspettare che a tal punto, senza l’aiuto dello Stato, tutte le imprese abbiano chiuso e si sia iniziata l’importazione selvaggia di beni. E invece la Nuova Zelanda è tra i più grandi esportatori agricoli, ragione per cui combatte per l’apertura globale dei mercati.

E mica stanno male gli agricoltori: producono l’8% del PIL, danno lavoro a poco meno del 10% della popolazione e in sei mesi un agricoltore con qualche anno d’esperienza guadagna più del neozelandese medio in un anno.

La Lombardia, è vero, è la prima regione agricola d’Italia e tra le prime d’Europa. Ma, al contempo, il settore conta poco più dell’1% del PIL. La Lombardia dovrebbe specializzarsi in eccellenze. Non ha senso pagare poco i nostri imprenditori per avere prodotti che puoi comperare uguali identici dal Brasile o dalla Nuova Zelanda quando potremmo pagarli – noi e il mondo – tanto per avere prodotti d’eccellenza. E il rischio di perdere le nostre eccellenze non è mica astratto: già oggi l’Italia produce più riso Indica che altro. Risi come il Carnaroli sono sempre più rari da trovare e, prima o poi, finiremo a doverci fare il risotto con l’indica perché il Carnaroli (quello vero) avrà costi proibitivi.

Tutto ciò, tuttavia, non si può fare con l’imponente PAC che porta via il 40% del budget UE o con le logiche paraprotezionistiche. Si fa con il decentramento, permettendo di avere assessori regionali e locali forti e in grado di valorizzare e promuovere l’eccellenza locale, con il libero mercato che porta ad una distribuzione migliore delle risorse, facendo fare a chi sa fare tanto senza particolare qualità le cose che ormai si chiamano “commodity” e facendo fare i prodotti di eccellenza a chi sa fare il giusto ma bene e soprattutto con meno perdite, evitando dunque che un agricoltore coltivi il tal prodotto perché lo Stato ha un sussidio ma poi non trovi posto sul mercato e debba buttarlo e, soprattutto, con la libertà d’impresa: chi vuole aprire un’impresa, agricola come qualunque altra, deve avere la strada spianata e non essere sottoposto a migliaia di fardelli che lo rallentano.

Ed è ovvio che con l’attuale situazione in cui aprire è difficile, lo Stato/l’UE ti paga per produrre e dove vi è essenzialmente un’economia semipianificata, senza un forte intervento statale e senza protezioni non si va da nessuna parte. Ma gli esempi di liberismo agricolo ci hanno mostrato come un’economia libera dove siano le comunità ad essere protagoniste possa prendersi cura dell’agricoltura e del benessere degli agricoltori addirittura meglio dello Stato e delle sue varie emanazioni.

Informatico di giorno, spietato liberista che brama la secessione del Nord di notte. Con la libera circolazione, dato che amo la pizza.

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