FEDERALISMO & INDIPENDENZA | Approfondimento Politico

Il decalogo di Piazza Massari: Il primo programma economico del Nord

Oggi la Lega rappresenta uno dei partiti politici più statalisti della scena politica: Interamente votata ad una politica economica post-keynesiana, con il “fiore all’occhiello” Alberto Bagnai che prima di fare le conferenze con la Lega le faceva sotto il simbolo della falce e martello.

Ma non è sempre stato così, ricorderanno i più anziani di noi che la prima Lega, nonostante avesse molte persone che in gioventù erano iscritte al PCI, era in realtà un partito molto liberista. Addirittura Murray Rothbard, padre dell’anarcocapitalismo, era un sostenitore della Lega.

Il come un partito quasi libertario sia divenuto il nuovo PCI è una storia interessante, potremmo anche parlarne un giorno, ma comunque basta ricordare che la Lega “rothbardiana” iniziò a finire con Miglio – ma restò comunque a lungo un partito decisamente liberale per lo spettro italiano – e che l’attuale segretario Salvini è sempre stato di sinistra, sia a scuola, sia all’università, sia dentro la Lega e che, pur avendo infine abbandonato le istanze sociali considerate di sinistra come le politiche pro immigrazione o pro legalizzazione delle droghe leggere (che, in realtà, è anche bandiera di molti conservatori di destra nel mondo), non ha mai abbandonato tali istanze a livello economico.

Ma il vero punto di svolta fu il Decalogo di Piazza Massari, vecchia sede della Lega, scritto nel 1991 da Giacomo Pagliarini detto il Paglia, storico esponente della Lega oggi entrato in Grande Nord. In questo articolo vi riporterò tale decalogo – che trovate qui in originale – commentandolo.

Limitare il potere di tassazione dello Stato e degli enti locali, identificando nella Costituzione un tetto massimo alla pressione fiscale complessiva. Invertire i flussi fiscali, eliminando l’intermediazione dello Stato e statuire che le PA di ogni Regione devono coprire almeno l’80% di tutte le loro spese, incluse quelle previdenziali. Solidarietà e perequazione possono coprire il rimanente 20% solo in assenza di sprechi e di significativa evasione fiscale nelle Regioni che ricevono la solidarietà dalle altre Regioni.

Tutto ciò è semplicemente sacrosanto e spesso dimenticato anche dagli autonomisti odierni che vedono come priorità non tanto l’abbassamento delle imposte ma quanto il lasciarle sul territorio. È giustissimo, a tal fine, che la tassazione sia gestita a livello regionale e che la maggior parte delle spese debbano venir coperte con soldi locali. Se in democrazia gli elettori della Campania hanno tutto il diritto di alzarsi le tasse per mantenere 10’000 dipendenti pubblici in più non hanno alcun diritto a chiedere questi soldi ad un’altra regione, che sia la Lombardia o la Calabria.

Sacrosanto anche che l’aiuto perequativo vi sia solo quando ci sono le condizioni per cui ciò possa aiutare. In fin dei conti, voi preferireste finanziare una fondazione che spende ciò che ha per creare lavoro e reinserire persone problematiche in società o una che semplicemente eroga soldi a fondo perduto?

Riconoscere nella Costituzione l’impresa, e tutelarla

Limitare la presenza dello Stato nell’economia.

Ad oggi la Costituzione, che a detta di qualcheduno è la più bella del mondo, non tutela chi produce ricchezza ma chi la parassita. Addirittura è scritto nella Costituzione che l’iniziativa economica non può essere in contrasto con una imprecisata “utilità sociale”. Ma in una società in cui fin troppe persone vivono di o grazie allo Stato – ergo a spese di chi produce – la legge dovrebbe riconoscere un ruolo a chi produce privilegiandolo a chi usa, se tiene alla prosperità.

Regolamentare il diritto di sciopero.

Imporre obblighi di trasparenza e di rendiconto ai sindacati.

Non ho nulla contro i sindacati quando fanno i sindacati e manifestano, ad esempio, contro condizioni insicure di lavoro o contrattano per un contratto migliore. Non sono un fan dei sindacati quando fanno politica, ad esempio scioperano contro le scelte dei politici eletti democraticamente. Quindi sì, regolamentare lo sciopero in modo che non esistano più scioperi “contro la liberalizzazione di X e l’orribile mostro neoliberista” è bene. Se vuoi mantenere X pubblico candidati alle elezioni visto che gli elettori – o meglio i loro rappresentanti – si sono espressi in modo diverso.

Togliere gli attuali limiti all’esercizio dei referendum.

La Costituzione, infatti, impedisce il referendum sulle leggi tributarie. E perché mai? Non dovrebbe essere permesso agli italiani votare in un referendum per decidere che sistema tributario preferiscono?

Scelgono un sistema che diminuisce il gettito? Lo Stato taglierà i servizi pubblici, semplice. Una casalinga sa mangiare coi soldi che si guadagnano, politici pagati decine di migliaia di Euro al mese no?

Statuire con molta chiarezza che il debito pubblico potrà essere trasferito alle generazioni future solo a fronte di investimenti.

Questo lo farei leggere agli arditi leghisti odierni che pensano di essere coraggiosi facendo riforme a spese delle generazioni future. Riformare a debito è codardia, non coraggio, se non in rarissimi casi.

Comunque, anche qui, servirebbe un controllo perché l’investimento non dev’essere una scusa per creare buche di Keynes. Non dev’essere il lavoro portato dalla costruzione quanto quello dalla comunicazione e dall’uso dell’infrastruttura.

Passare gradualmente dall’attuale, assurdo sistema pensionistico “a ripartizione” a un più razionale e responsabile sistema “a capitalizzazione”.

Legato chiaramente al concetto di tasse e debito – oggi le pensioni costano 1 miliardo al giorno di cui 300 milioni a debito – è una misura sacrosanta, non solo per ragioni ideologiche ma per il semplice fatto che il sistema attuale è insostenibile: Chi oggi ha 40 anni andrà in pensione a 73 e con un assegno da fame. Il sistema però non piace ai politici che non potrebbero alzare le pensioni per scopi clientelari.

Sancire nella Costituzione il principio dell’assoluta uguaglianza tra pubblico e privato, che devono essere considerate due sfere parimenti sovrane. Prevedere che se tra queste due sfere sorgono gravi conflitti, a decidere sia la volontà popolare, attraverso un referendum. Sancire che il cosiddetto “primato della politica” é un’idea falsa, e che una società libera e aperta é sempre dualistica: poggia cioè su una assoluta uguaglianza tra privato e pubblico.

Per quanto possa sembrare improbabile che sorgano gravi conflitti tra privato e pubblico il principio di parità è sensato e l’esistenza di un referendum conciliatorio, se possibile a base locale, può essere un modo di ridurre la creazione di questi conflitti, spingendo il pubblico a non interferire inutilmente nel privato e il privato a comportarsi equamente. Esattamente come in Liechtenstein il forte potere di veto ha portato solitamente ad un evitamento dei conflitti non perché usato ma perché esistente. È, in sostanza, deterrenza.

Non si può di certo fondare un partito o un movimento solo partendo da questo decalogo. Sono però dei punti assolutamente necessari da analizzare per riuscire a creare un partito o un fronte ideologico davvero in grado di garantire la prosperità, la crescita e la posizione internazionale del Nord. Nell’era dello statalismo è doveroso.

Informatico di giorno, spietato liberista che brama la secessione del Nord di notte. Con la libera circolazione, dato che amo la pizza.