FEDERALISMO & INDIPENDENZA | Approfondimento Politico

La sinistra meridionalista e la Lombardia: evviva il multiculturalismo ma non per voi

C’è poco da fare: i lombardi, non per forza nella definizione dei limiti regionali, non sono molto italiani, sono stati per troppo tempo vicini alla Mitteleuropa per esserlo e a dimostrarlo il fatto che milioni di persone, una volta tolte dalla mentalità italiana e messe in quella lombarda, hanno prodotto ricchezza. Un po’ come l’America, alla fine.

Poi, per carità, siamo italici senza ombra di dubbio e nessuno vuole negarlo, ma tra l’essere italiani e l’essere italici c’è anche un bel po’ di differenza, la stessa che può esserci tra l’essere germanici e l’essere tedeschi.

Tant’è che le Cinque Giornate erano più che altro rivolte autonomiste, ricordiamo le celebri parole di Cattaneo “siamo i più ricchi dell’impero, non vedo perché dovremmo uscirne” e il sentimento austriacante a Milano perdurò almeno sino alla prima guerra mondiale quando dopo Caporetto in alcune cascine del milanese si fecero le risottate sperando ingenuamente nel ritorno del governo austriaco.

Ma anche tra chi era dichiaratamente contrario all’Austria non c’era molto amore per l’Italia: socialisti e liberali auspicavano “lo Stato di Milano”, in sostanza una Lombardia governata da lombardi, e riservavano ai loro supposti connazionali parole di fuoco, arrivando a definire “oasi d’onestà” quelle del Meridione, contrapposte alle “oasi di malaffare” in Lombardia.

Un moderato socialista dell’epoca oggi sarebbe probabilmente un autore di questo blog al quale diremmo “però modera un po’ il linguaggio, eh” 😉

Poi cambiò tutto con le due guerre mondiali: la prima creò un forte nazionalismo, sfruttato poi dal fascismo, e la seconda mise in primo piano la liberazione dal nemico, avendo comunque al suo interno movimenti autonomisti come i neoguelfi o i patrioti della dichiarazione di Chivasso.

Iniziò il grande declino di quella sinistra anti-parassitaria del Nord, che non vedeva nel socialismo una scusa per prendere a chi produce per dare a chi fa niente ma voleva genuinamente emancipare i deboli, e che ebbe per ultimi esponenti politici come Guido Fanti, il grande comunista inventore della Lega del Po.

Da quei giorni le istanze di autogoverno furono sempre interpretate da centro o destra e la sinistra, specie nel Meridione, divenne via via tendenzialmente ostile alle questioni.

Ma dire che non siamo italiani è un problema?

Obiettivamente… no.

Vi svelo un segreto: esistono gli Stati plurinazionali e nessuno si scandalizza. Constatare la differenza enorme tra un milanese e un napoletano non crea proprio alcun problema: se si vuole si può restare anche parte del medesimo Stato alle dovute condizioni (come alla fine constatava Cattaneo nella sua considerazione sull’Austria).

Parimenti, dire di essere diversi non vuol dire di certo discriminare: mangio dai giapponesi, compro la frutta dai marocchini, ho un computer taiwanese e un cellulare cinese e dovrei discriminare un siciliano?

Proprio onestamente nel momento in cui una persona non mi dà alcun problema né mi causa una spesa non mi interessa. Se può anche darmi un servizio sono ben lieto che ci sia e non mi chiedo nemmeno se sia milanese da otto generazioni o se sia venuto l’anno scorso dall’Africa o dalla Sardegna.

Perché mai dovrei farmi problemi su questo?!

Certo, mi girano le balle a vedere certe situazioni in cui quartieri popolari a composizione prettamente meridionale diventino ricettacoli di crimine, degrado e falsa povertà.

Ahimè vicino al mio quartiere ce n’è uno del genere e molti degli abitanti frequentavano la scuola che frequentavo anche io e ho visto di prima mano violenza sui docenti, persone che usavano i bonus scolastici ma poi andavano a scuola col SUV e mandavano i figli a prendere la merenda al bar spendendo una cifra con cui al supermercato ne prendevano dieci di merende, magari coi soldi passati dal comune.

Per questa ragione dovrei trarre conclusioni su tutta una categoria? No, io me la prendo coi parassiti, non coi meridionali. Bisogna anche avere le capacità di discernimento storico per capire perché esistono queste situazioni e perché non bisogna prendersela con tutti per le colpe di qualcuno.

Il paradosso di sinistra

Ma la sinistra d’Italia se la prende tantissimo se si ricorda questa differenza. Per carità: bisogna essere multiculturali, aperti al mondo, i confini sono artificiali, siano tutti fratelli, gli Stati sono obsoleti ma se solo osate dire che tutto sommato si può ridiscutere l’Italia iniziano a parlare come una camicia nera qualsiasi (e, alla fine, il fascismo era socialismo un po’ nazionalista) di nazione, sangue versato per la patria, unica da Nord a Sud come dataci da Dio, un po’ come nella scena di Peppone e del Piave.

Peccato, però, che Peppone fosse un ragazzo del ’99, mandato a rischiare la vita per le mire espansionistiche italiane, ciò che rischiano oggi questi riscoperti patrioti è di perdere il lavoro pubblico e il record europeo di solitario.

E se si passa al pratico, ossia a parlare di come spesso le entità piccole e/o federali facciano meglio di quelle grandi e monolitiche iniziano, anche qui, a parlare come dei CasaPound qualsiasi: queste entità non conterebbero nulla, sarebbero vittima delle logiche della globalizzazione, schiave del capitalismo, bla bla bla.

Ormai l’abbiamo capito: socialismo + nazionalismo = fascismo. Dio ce ne scampi.

Ma non son tutti così

Ovviamente, non tutti sono così. C’è della sinistra che ancora, nel cuore, ricorda quella di Turati: un esempio è Stefano Bonaccini che, molto paradossalmente, è oggi uno dei politici più leghisti, nel senso originale del termine, che ci sia in Italia.

Questa sinistra settentrionalista si cura effettivamente del benessere dei cittadini che necessariamente passa dal miglioramento delle condizioni economiche e dal decentramento del governo. E questa sinistra, magari in termini meno diretti, sostiene quello che ho scritto nell’articolo.

Poi c’è la sinistra meridionalista, invece, quella del chiagne e fotti: nessuna intenzione di migliorare l’economia, opposizione al decentramento perché favorisce i migliori, lavoro pubblico come unica leva e quando il settore pubblico decade a causa di ciò basta fare di tutto per mandare fuori mercato la concorrenza e quando poi succede qualcosa di male che rallenta l’economia per davvero si va a piangere in Europa col cappello in mano.

Ovviamente, perdendo il senso di identità italiana, perderebbe il proprio principale mezzo di sostentamento. E così vuole difenderlo con le unghie e con i denti.

E con i saluti romani.

Informatico di giorno, spietato liberista che brama la secessione del Nord di notte. Con la libera circolazione, dato che amo la pizza.

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